A Polsi, nel segno della Croce

Sab, 30/09/2017 - 11:40

14 settembre. La croce della montagna. Entri nel pentolone gorgogliante di preghiera che è il Santuario di Polsi, stordito dai canti e dal colpo d’occhio dei fedeli che affollano la chiesa. Immagini una croce imponente ma quasi non la vedi, contornata dalla gente che le rende omaggio e dai “calabroni” – otturatori dell’attimo – che la pungono a ripetizione coi loro presuntuosi obiettivi. Difficile descriverla: troppo grande è il simbolo perché la piccola realtà dei suoi scintillanti metalli preziosi riesca raccontarne i misteri. E di segreti ne ha tanti, una croce che è riuscita ad accaparrarsi il fegato dell’Aspromonte, da oltre mille anni, per filtrarvi gli umori sacri e profani della gente di montagna, fino a farlo diventare quel luogo specialissimo che è Polsi.
Fuori, nella confusione dei tipi umani, molti sono impegnati a tappezzare di scatti cose e persone, con macchine sofisticate o anche con i cellulari. Ti accorgi così come i protagonisti e i comprimari della festa siano ormai assuefatti al vizio dell’apparire: il duo zampogna e ciaramella, che diventa la star del sagrato; i ragazzi con l’organetto e i tamburelli, che danno vita ai balli alimentando il frenetico alternarsi dei danzatori e degli scatti; ma anche la gente comune, con un patrimonio di singolarità, di dettagli, di pose naturali da imprimere nell’occhio indiscreto. Anche gli uomini di chiesa, lo stesso Vescovo, non si sottraggono al rito nascosto nel Rito, diventando complici di questo infinito gioco di specchi. Nessuno protesta quando un “calabrone” ronza vicino, tutti vogliono in qualche modo diventare testimoni di questa giornata e rimbalzare vorticosamente sui social, su Instagram, madre dell’Istante: si godono, quasi pretendendolo, il loro effimero ruolo di protagonista.
Arriva l’ora della messa all’aperto; la croce viene portata in processione per ricevere l’abbraccio dei fedeli aggrappati sulla cavea di pietra. Elegantissimo nel contrasto tra la fascia tricolore e il completo blu elettrico, il commissario di San Luca è seduto in prima linea a seguire la funzione. Sfavillante di rosso crociato, il Vescovo intona la sua predica ispirata: parole che ruscellano nei cuori come acqua di sorgente, scavandovi solchi affettuosi. Monsignor Oliva ricorda l’importanza della croce, l’albero della vita, quella di parole come Perdono e Riconciliazione, mentre riempie gli schermi luminosi dei cellulari e delle macchine digitali, che non si fermano un attimo. Il piccolo mondo antico di Polsi, turgido avamposto di fede che fluttua nell’oblio di un universo ancora “fuori campo”, viene ingoiato nelle pance capienti delle schede di memoria e trasmuta, diventando infine raccontabile.
Ma, in questa liturgia dell’apparire, c’è chi dice no: una anziana signora, rugosa sentinella di un passato 1.0, ha poggiato per terra la cesta di pane, trasportata fin là sulla testa, in attesa di farne dono alla Croce. «Non mi fotografati, non vogghiu!» ammonisce stizzita i calabroni che le volano intorno col pungiglione sguainato pronto a colpirla. Qualche insensibile la pungola alle spalle, altri la falciano dall’alto della cavea, immortalandola a raffica con il teleobiettivo. La sua è una partita persa, imbrigliata dai pixels, troppo rapidi a ghermirla. Ma lei ci crede, ed è bellissimo scoprire come ci sia ancora qualcuno che difende con così tanto puntiglioso orgoglio la propria immagine, nella cornice di queste splendide montagne.

Autore: 
Anton Francesco Milicia
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