Pumu d’a vindigna di Gerace

Lun, 03/12/2018 - 12:40
Frutti dimenticati

Le mele erano molto importanti nell’economia di una famiglia contadina fino agli inizi degli anni cinquanta del 900, quando iniziò una rivoluzione sconvolgente che uccise la civiltà contadina in un decennio.
Nell’Italia meridionale ciò avvenne sull’onda di un’emigrazione massiccia e senza ritorno che s’indirizzò verso l’Australia, America del Nord (Stati Uniti e Canada) e verso l’America latina (Argentina, Brasile e Venezuela) e solo successivamente verso alcuni paesi europei e verso il triangolo industriale(Genova, Torino e Milano).
Emigrarono o non ebbero più ruolo i quadri più importanti che l’avevano sorretta e strutturata: i fornaciai della calce, quelli addetti a fabbricare in campagna i mattoni, le tegole e le enormi giare per i liquidi e per i solidi, i falegnami, i fabbri, i muratori più esperti che erano anche i progettisti degli edifici da costruire, gli scalpellini, i fabbricanti di carri, i calzolai, i sarti più fini, i conciatori di pelle, localizzati a Canolo in provincia di Reggio, i fabbricanti di corde, i calderai, i vasai, i fabbricanti di cestoni per il grano ed i cereali in genere, i tintori, i costruttori e i manutentori dei mulini ad acqua.
In altri termini i nostri territori erano autonomi per buona parte del materiale e degli strumenti di cui avevano bisogno, in quanto erano i nostri artigiani a produrli.
Basti pensare che i nostri fabbri erano capaci di fabbricare non solo tutti gli attrezzi per l’agricoltura, dalle zappe, alle falci fienaie, ma anche ciò che serviva per gli altri settori produttivi.
Alla fine degli anni cinquanta, il modello della civiltà contadino era stato spazzato via e con esso i rituali millenari che si tramandavano dalla civiltà classica, contemporaneamente ai semi e alle varietà arboree.
Il cambiamento fu traumatico, i centri collinari si svuotarono prima dei soli uomini, ma subito dopo delle donne e dei bambini e dei giovani in generale.
Le case semivuote risuonavano solo dei pianti dei vecchi genitori che avevano visto partire per sempre la “propria carne” e il “proprio sangue”.
Alcuni paesi furono in parte risparmiati dallo sfacelo totale e fra questi ci fu la nobile Gerace, che riuscì in parte a delimitare i danni che furono comunque notevoli sul piano delle risorse umane che vennero meno.
Essa aveva avuto da centinaia di anni un’agricoltura di prim’ordine in tutti i comparti: dall’ulivicoltura, alla viticoltura e alla cerealicoltura, ma non era stato trascurato il settore della frutticoltura .
Infatti nei campi ovunque c’erano piante da frutto, inserite secondo la vocazione dei terreni, per cui c’erano abbondanza di peri, di meli, di fichi di vari tipi, di susini, di melograni, peschi, aranci, mandarini, limoni ed addirittura nelle aree a ridosso delle montagne ciliegi.
Numerose erano le varietà di meli, da quelle tardo-primaverili, a quelle estive e non mancavano quelle invernali, che naturalmente producevano mele che resistevano per tutto l’inverno, fino a primavera avanzata, poste nei bassi su delle incannicciate, ma che venivano colte agli inizi dell’autunno generalmente ad ottobre.
Quasi sempre però si preferiva prendere dalle piante le mele più grosse e lasciare quelle più piccole sugli alberi da cui sarebbero state colte man mano che ingrossavano.
Anni addietro, andando alla ricerca di viti particolari a Bianco, nella vigna del defunto Francesco Mezzatesta, mi fu indicato una pianta di melo che era stata creata con un innesto prelevato a Siderno effettuato su un melo selvatico.
Dovevo denominarla ed allora chiesi come si chiamasse ed allora seppi che nell’area di Siderno era denominata il Melo della Vendemmia di Gerace, in quanto tale tipo di melo veniva inserito come albero da frutta dentro i vigneti di Gerace, sicuramente assieme ad altri tipi di piante.
Da Gerace sicuramente era stata diffusa a Siderno, dove veniva messa a dimora nelle vigne, mentre Francesco Mezzatesta l’aveva individuata proprio a Siderno nel campo di un suo amico ed aveva verificato che essa cresce bene, persino nei campi argillosi, dove stentano a crescere di solito i meli.
Sicuramente tale varietà era ritenuta molto interessante e a ben osservarla essa produce dei frutti che resistono con un certo successo agli attacchi della mosca della frutta.
Le mele prodotte, nella maggior parte sono armoniche, di pezzatura medio-piccola, schiacciate ai poli, però alcune risultano di forma diversa .
Ai primi di ottobre, sono dotate di un rosa carico punteggiate e striate di bianco, mentre a maturazione risultano dolci, con una lievissima punta di aspro.

Autore: 
Orlando Sculli
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