Pumu d’inverno di Bianco

Lun, 14/01/2019 - 12:40
I frutti dimenticati

Ogni comunità ben consolidata negli usi e nelle attività agricole, piccola o grande che fosse, e Bianco lo era, aveva numerosissime varietà da frutto, che davano l’aiuto indispensabile per il sostentamento invernale.
Bianco è stato fondato nell’entroterra, su una collina di candido caolino attorno al X secolo d.C., quando divenne insostenibile vivere sulla costa per via degli attacchi incessanti che venivano dalla vicina Sicilia, attaccata dagli arabi a a partire dall’827.
Fu centro di baronia e, in certi momenti della storia, ebbe più importanza di Bovalino, che fu centro di ducato e che aveva avuto un’importanza cruciale nella ribellione di Fulcone Ruffo contro Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia, che aveva dotato Bovalino di un castello formidabile parte del sistema difensivo passivo costituito da ventitré superfortezze distribuite in maniera strategica in tutta la Calabria.
Bianco era costituito da tre nuclei principali: Zoparto, Pardesca e Catamotta, mentre piccoli nuclei abitativi stabili sorgevano pericolosamente, per via degli attacchi degli arabi prima e dei turchi poi, a cominciare dai primi del 1500, in tutto il suo territorio.
Gli attacchi dei turchi diminuirono di frequenza dopo la battaglia di Lepanto del 7 ottobre del 1571, dove la flotta cristiana annientò quella turca che perse 30.000 combattenti, limitando le sue perdite a 2.000 uomini, di cui 600 calabresi.
In segno di giubilo e di ringraziamento a Dio furono eretti chiese e monasteri in ricordo della vittoria a Lepanto e anche nel territorio di Bianco fu edificato il monastero dei Riformati o del Crocefisso, incendiato dai piemontesi nel 1861 perché il generale spagnolo Borjes, che cercava di far insorgere i calabresi contro i piemontesi, vi aveva trovato rifugio per una notte.
Bianco antico, dopo il terremoto devastante del 1783, cominciò a essere ricostruito nella marina, dove sorge attualmente e traccio il suo nuovo percorso basando la propria attività sull’agricoltura specializzata nel settore vitivinicolo, che fu in espansione fino oltre la metà dell’800, data in cui entrò in crisi per due motivi: la guerra commerciale tra Italia e Francia, che importava dall’Italia meridionale fortissimi quantitativi di vino per tagliare o potenziare il proprio vino, e l’arrivo della fillossera dall’America, che distrusse i vigneti, specie quelli che erano stati impiantati in aree argillose, come era il caso di Bianco.
La ripresa fu lenta per il settore viticolo, in quanto fu necessario innestare le viti su portainnesti che neutralizzavano la filossera; prima, da sempre, le vigne venivano impiantate con i tralci semplicemente.
Naturalmente, accanto al settore viticolo era prospero quello cerealicolo, con la semina di ceci, favette, cicerchie, di grano di varietà antiche e locali quali potevano il Granoro o il Ciciaruni, persi in seguito alla politica della Comunità Economica Europea, che privilegiava solo il Creso e il Patrizio a cui dava il premio di produzione.
Fino alla fine degli anni ’40 del ’900 sopravvisse la coltivazione del baco da seta ed erano curate le coltivazioni di bergamotto fino a quando non furono annientate dalla terribile propaganda degli americani, che avevano dichiarato che l’essenza del bergamotto fosse cancerogena; ora, fortunatamente, tale diceria infame è stata tacitata e il settore è in forte ripresa grazie a una politica illuminata portata avanti dal dottor Ezio Pizzi, presidente del Consorzio del bergamotto.
Naturalmente, il settore della frutticoltura era presente, ma esclusivamente per il fabbisogno strettamente familiare, anche se negli anni ’70 del ’900 erano stati costituiti degli impianti di pero della varietà Coscia, ora abbandonati.
Non sono stati effettuati impianti di peschi o di nettarine, come è avvenuto nell’area di Monasterace, tentando di salvare le meravigliose varietà antiche perse definitivamente.
Nelle vigne, oppure nei giardini mediterranei, c’era l’uso d’immettere delle varietà di meli, sia estive che invernali, che allietassero sia le mense dei ricchi che quelle dei poveri.
Si privilegiavano quelle invernali e ogni comunità aveva le proprie varietà che si potevano adattare al clima e ai suoli del proprio territorio.
Bianco aveva alcune che erano appropriate al clima marino e al terreno non sciolto che viene preferito di solito dai meli, e una di questa varietà ho osservato nel campo del defunto Francesco Mezzatesta, ora curato dal fratello Bruno, che conserva quanto Francesco o suo padre avevano concentrato nel loro campo.
La varietà viene definita semplicemente “D’inverno” e produce bei frutti, di pezzatura medio-piccola dal colore rosseggiante con striature chiare.
La produzione è costante, ma ad anni alterni le piante sono più cariche.
I frutti vengono attaccati dalla mosca della frutta, ma riescono a difendersi con una certa efficacia.
Essi venivano raccolti dopo la vendemmia e conservati nei bassi su incannicciate, fino a primavera inoltrata o fino a quando la scorta non terminava.

Autore: 
Orlando Sculli
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