Quando Pasolini definì Cutro “paese dei banditi”

Dom, 24/02/2019 - 12:00

Nell’estate del 1957, quando l’Italia mollava gli ormeggi dalle macerie della guerra per navigare verso il miracolo economico, Pier Paolo Pasolini realizzò un reportage per la rivista Successo viaggiando su una Fiat Millecento lungo le coste italiane, al fine di raccontare mutamenti, differenze, contrasti.
Giunto nella Calabria ionica descrisse Cutro con parole terribili e drammatiche, che ancora oggi bruciano nel cuore dei cutresi (almeno degli anziani che vissero quella vicenda).
Pasolini definì Cutro “paese di banditi”, dove “si sente di essere fuori dalla legge”. Tuttavia intendeva la parola “banditi” non come malfattori, bensì come scacciati, oppressi dal potere. Non era da lui mettere all’indice un intero popolo, e cercò anche di spiegare il senso delle sue parole. Nondimeno scoppiò un putiferio, un incendio d’indignazione difficile, se non impossibile, da estinguere.
Successivamente Pasolini, forse sollecitato dall’editore, cercò di rimediare spiegando il senso del suo scritto con una lettera dalla Calabria, in grado di dimostrare il grande amore che il poeta, scrittore e regista aveva per gli oppressi e per le loro cause.
Dopo quella lettera, la querela del sindaco di Cutro finì con un non luogo a a procedere. Due anni dopo, nel 1959 Pasolini fu proclamato vincitore del premio letterario Crotone. Una giuria di mostri sacri come Giorgio Bassani, Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti e il Leonida Repaci fondatore del Viareggio gli assegnarono il premio per Una vita violenta. Esplosero comunque feroci polemiche: il caso Cutro bruciava ancora.
Anche se oggi quell’episodio è dimenticato, o meglio, rimosso, rievocarlo può essere utile per comprendere le ragioni lontane della sensibilità della comunità cutrese (e più in generale Calabrese) sui temi della propria identità, perché ancora oggi le notizie e le affermazioni con qualche sfondo critico vengano bollate come razzismo. E perché, anche quando si parla di ‘ndrangheta e operazioni contro la criminalità c’è sempre qualcuno che deve mettere in guardia, anche fuori luogo, dal linciaggio mediatico, dalle generalizzazioni, dal marchio d’infamia.

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