Questione Lsu-Lpu, c’è una sola via d’uscita

Dom, 09/12/2018 - 13:00

Egregia Direttrice,
le cronache di questi giorni ci raccontano delle iniziative di protesta messe in atto dai lavoratori ex LSU e LPU della Calabria. Ho avuto la possibilità di seguire la loro vicenda da un osservatorio del tutto particolare e privilegiato, occupandomi da tempo di politiche del personale all’interno dell’Amministrazione Comunale di Roccella.
Vorrei chiederle, quindi, ospitalità sul suo giornale per offrire, a tutti coloro che abbiano interesse a leggerlo, un piccolo contributo alla discussione in corso.
Come è ormai a tutti noto, da oltre 20 anni circa, 4.500 lavoratori prestano la propria attività all’interno dei nostri comuni in una posizione del tutto particolare. Nel tempo, infatti, le loro mansioni sono mutate profondamente.
Da tempo c’è un forte dibattito attorno alla natura delle loro prestazioni. Partite come attività di sostegno al reddito e di inserimento lavorativo, connotate dalla necessaria ausiliarietà rispetto alle attività proprie del Comune (la cui gestione era riservata al personale comunale), nel tempo le loro attività sono divenute vere e proprie prestazioni lavorative rese a favore del Comune. Alle origini i comuni si chiamavano enti utilizzatori e gli LSU e LPU non avevano alcuno dei diritti e dei doveri propri dei dipendenti comunali: nessuna ferie, nessun diritto ad assentarsi per malattia, nessun permesso per maternità, ecc. Poi si mise ordine a questo stato di cose approvando un disciplinare per l’utilizzo dei lavoratori che dettava norme minime di regolazione del rapporto. Quattro anni fa la svolta: i comuni divennero datori di lavoro e i lavoratori furono inquadrati come lavoratori a tempo determinato.
Non si è trattato di un semplice cambio dei termini, ma di una rivoluzione fondata su una presa d’atto di una situazione di fatto. Dopo quasi 20 anni si prendeva atto del fatto che nel tempo il concetto di ausiliarietà delle attività rese dagli LSU ed LPU era stato superato. E non per volontà né dei lavoratori né delle amministrazioni locali, ma del governo centrale. I dipendenti comunali andavano in quiescenza per raggiunti limiti di età e il governo bloccava il turnover imponendo la continua riduzione delle spese del personale. Ma lo stesso governo centrale approvava norme che, applicando il canone della sussidiarietà, impongono ai comuni la cura di una serie sempre più numerosa ed articolata di interessi della popolazione amministrata. In sostanza nel tempo si è chiesto ai comuni calabresi di fare sempre di più ma sempre con meno personale.
Tutto ciò ha prodotto una situazione di fatto che è sotto gli occhi di tutti. Gran parte dei processi che mappano le competenze dei comuni calabresi sono oggi gestiti, a volte in modo addirittura esclusivo, da personale ex LSU ed LPU. Dallo scuolabus alla assistenza agli anziani, dai servizi di igiene alla stessa erogazione di servizi di anagrafe o di ragioneria. Tutti questi processi di erogazione di servizi esistono in ragione della presenza di personale il cui contratto andrà in scadenza al 31 dicembre prossimo.
Ecco perché la questione LSU LPU non può essere derubricata a mera questione sociale. È invece il paradigma di un modo di agire della pubblica amministrazione che nel tempo ha aggirato lo scoglio del blocco del turnover di personale con strumenti che non consentono di tracciare una rotta certa e sicura per il suo superamento ma che, invece, hanno garantito solo una continua e frammentata navigazione a vista. Ora, su quello scoglio, si rischia di andare a sbattere realmente.
Per decenni piuttosto che affermare ciò che lo stato di fatto ci poneva sotto gli occhi, e cioè che i comuni non riuscivano a erogare i servizi affidati in presenza dei i limiti assunzionali dettati di anno in anno, si è preferito mettere la testa sotto la sabbia, garantendo l’erogazione di quei servizi grazie al rinnovo continuo di forme precarie di lavoro.
Oggi solo uno stolto non riesce a comprendere che, cadendo quelle forme precarie di lavoro, non cade solo la speranza dei lavoratori, ma la possibilità stessa per i cittadini di avere garantiti quei servizi. Gli uffici saranno aperti una volta a settimana, l’assistenza agli anziani interrotta, lo scuolabus si fermerà, così come i servizi di igiene. In qualche caso si potrà risolvere optando per l’appalto dei servizi all’esterno che sarà una scelta obbligata ancorché mal digerita dalle amministrazioni locali. In altri casi sarà impossibile.
Ecco perché la questione LSU LPU interessa tutti noi, amministratori e cittadini calabresi.
Quale la possibile via d’uscita? Una e una sola, crediamo. Quella di prendere atto della eccezionalità della situazione dando alla stessa risposte non ordinarie. Fino a quando ci si rabbatterà alla ricerca di appigli normativi inesistenti per navigare una altro poco a vista non si farà altro che ritardare lo schianto. O, se poi questo appiglio non si trova, ad accelerarlo.
È impossibile che il governo risponda con provvedimenti eccezionali a situazioni eccezionali? No. Lo ha fatto nel passato e lo farà in futuro. Va di moda ricordare gli interventi a sostegno del sistema bancario. Fa figo in questo periodo. Io invece voglio ricordare il caso delle multe delle quote latte. Ricordate gli allevatori furbetti del lombardo veneto che sforarono i limiti di produzione imposti dalla UE? Bene, costarono allo Stato 2,3 miliardi di Euro, pagati per solo 356 milioni dai produttori che avevano infranto le normative. Il resto è stato posto a carico del bilancio dello Stato. Li paghiamo cioè tutti noi. Fa meno figo ricordarlo oggi, forse perché gli allevatori non sono poteri forti.
Ma è utile farlo perché la scelta di superare il dettato normativo che imponeva di riscuotere dagli allevatori quelle somme è stato fatto per la eccezionalità della questione ed esercitando il potere più forte che ha chi governa. Quello della volontà politica a prendere una decisione.
Se posso permettermi un suggerimento, la cosa da fare è tecnicamente semplice. E le organizzazioni sindacali hanno centrato il problema proponendo anche una soluzione definitiva. Il Governo deve assumere come spesa annuale costante la somma di 50 milioni (non miliardi) di euro necessaria a garantire, assieme alle risorse regionali, il pagamento della retribuzione agli LSU LPU. Tali spese uscirebbero così dal conteggio dei limiti di spesa del personale alla quale deve soggiacere l’ente locale. Ciò consentirebbe agli stessi enti locali di procedere immediatamente alla assunzione delle figure professionali che risultano vacanti nel proprio disegno organizzativo e che possono essere assunte con chiamata diretta a legislazione vigente. Per le altre figure e solo per quelle si potrebbe dare la possibilità agli enti di assumerle al di fuori del proprio disegno funzionale, in sovrannumero.
Altrimenti, con i limiti assunzionali vigenti, ciò che potrà fare ogni comune, a partire da quello di Roccella, è di stabilizzare un numero ridotto di personale. La nostra amministrazione ha deciso di riservare circa l’80% posti in organico di categoria a e b al processo di stabilizzazione utilizzando allo scopo anche le capacità assunzionali della nostra società in house. Ma tutto ciò non risolverà certamente il problema di tutti i lavoratori interessati. E ho modo di ritenere che così sia in tutti i comuni, nella più felice delle ipotesi. Salvo alcune situazione in cui il numero di lavoratori interessati è molto basso.
Ciò che, secondo il mio modesto avviso, non è opportuno fare, è chiedere troppe deroghe. E leggendo le proposte in campo mi pare che questo possa essere un punto debole. Chiediamo ciò che si può fare subito e con semplicità. Altrimenti ci toccherà l’ennesima navigazione a vista. O, visti i tempi, lo schianto. Lo so che si obietterà che non ci sono le risorse. Non ho l’autorevolezza di chi diceva che bisognava trovare 10 miliardi attribuendone con estrema eleganza la paternità all’organo genitale maschile. Osservo solo che 50 milioni sono lo 0.5% dei 10 Miliardi messi in campo per il reddito di cittadinanza. E mentre sappiamo che 50 milioni strutturano un rapporto di lavoro per 4.500 famiglie, ancora oggi non sappiamo quanti percepiranno il reddito di cittadinanza.
Purtroppo è solo un problema di volontà politica. Credo che sia dovere di tutti noi, a iniziare da chi amministra, fare il massimo della pressione perché chi può e deve esercitarla quella volontà, lo faccia nella giusta direzione.

Vittorio Zito
Assessore al personale del Comune di Roccella Ionica

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