Renato Pancallo: “Scrivere mi aiuta a conoscermi meglio”

Dom, 10/02/2019 - 18:20

Dentista di professione, scrittore per passione, Renato Pancallo torna nelle librerie con “Il testamento di Palazzo Fragalà”, un romanzo edito da Pellegrini ambientato in un paesino siciliano alla fine degli anni ’60, la cui routine sarà sconvolta dal ritrovamento di un testamento olografo. Il barone Fragalà, infatti, donerà una cifra ingente a colui che sarà in grado di fondare una banca popolare, favorendo lo sviluppo economico e sociale del paese. Una promessa attorno alla quale si intrecceranno diverse storie di cui abbiamo voluto parlare con lo scrittore.
Come nasce l’idea di ambientare il suo romanzo in Sicilia?
Dal fatto che ritengo il sud “un blocco unico”, un’area d’Italia che, indipendentemente dalla sua distinzione regionale, ha una storia molto simile e dei dialetti che hanno diversi punti di contatto tra loro. Fatta questa premessa, l’idea di ambientare la mia storia nella Sicilia degli anni ’60 nasce dall’amore che provo nei confronti di questa regione e dalla sua capacità di mostrare, nel corso della sua storia, una vitalità decisamente maggiore rispetto a quella della nostra Calabria. La nostra, purtroppo, rispetto alla Sicilia, è storicamente stata una regione maggiormente sonnolenta, che si sarebbe prestata meno a una storia come quella che ho voluto raccontare e che ha espresso personaggi illustri solo al di fuori del proprio contesto territoriale. In questo senso, la mia decisione di ambientare il mio romanzo in Sicilia vuole essere una sorta di pungolo per la Calabria, un territorio che amo e che proprio per questo non posso fare a meno di criticare, che deve risvegliarsi per riscoprire finalmente di avere già tutte le carte in regola per poter dare di più ai propri figli.
La vicenda narrata è molto singolare. Ci sono elementi storici che l’hanno ispirata o è del tutto frutto di fantasia?
Si tratta di pura fantasia, ma ciò non toglie che ho voluto comunque concentrare l’attenzione sugli aspetti socio-economici di un paese meridionale che ha diversi punti di contatto con quelli di tante cittadine della Locride, in cui la vita scorre sempre allo stesso modo in una sorta di rassegnata quotidianità. A scuotere questa monotona routine e le coscienze degli abitanti ci penserà un personaggio illuminato, che cerca di lasciare in eredità al proprio paese un’opportunità di sviluppo dalla quale si dipaneranno diverse storie che, in alcune occasioni, traggono in effetti ispirazione da fatti realmente accaduti.
Questi elementi denotano che la sua narrazione cerca di stimolare una riflessione sulla nostra società. Ha cominciato a scrivere il romanzo con questa idea o la morale è emersa con il tempo?
Non direi di essere partito già con l’idea di lanciare questo tipo di messaggio, ma sono reduce dal buon successo di altri miei libri e, in ognuno di essi, ho sempre cercato di narrare la storia di un paese meridionale in modo da far riflettere il lettore su un tema attuale per le nostre terre. È una metodologia che ho sfruttato spesso per cercare di mettere in evidenza quale sia la vita che si vive davvero nei nostri centri.
Ho letto che alla presentazione della prossima settimana saranno letti dei brani del suo romanzo dall’attore Vincenzo Muià. Considerato come la tematica del suo romanzo si presti a una trasposizione teatrale, possiamo sperare di vederne una in futuro?
Muià è fortemente convinto che il mio sia un romanzo che si sposi con la trasposizione teatrale e afferma anzi di aver già pensato a quali attori potrebbero interpretare i diversi personaggi. Che un interprete del suo calibro creda molto in questo progetto non può naturalmente che riempirmi di orgoglio, così come la scelta del mio editore, che ringrazio, di aver deciso di scommettere fin da subito nella pubblicazione di questo romanzo, pianificando una prima tiratura davvero importante.
Sta già pensando al suo prossimo libro o, per ora, si dedicherà solo alla promozione di questo?
Pur essendo la scrittura una passione equivalente a quella per la medicina, che è diventata la mia professione, posso dedicargli solo dei ritagli di tempo. Ho sempre scritto e certamente continuerò a farlo, considerato che ritengo la narrativa qualcosa che mi appartiene. Ma per le ragioni di cui sopra non pianifico mai la prossima opera con grande anticipo. Scrivere deve restare per me un modo di rilassarmi, vivere meglio, e permettermi di approfondire la conoscenza di me stesso.

Autore: 
Jacopo Giuca
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