Salvatore Cordì venne ucciso da sicari pugliesi?

Mar, 03/04/2018 - 17:40

Sarebbero arrivati killer anche dalla Puglia per “vendicare” l’omicidio di Giuseppe Cataldo, ucciso a 36 anni nel febbraio del 2005. È quanto emerge da un verbale reso nel luglio del 2015 da un collaboratore di giustizia, C.F. originario di San Pietro a Maida, che ha raccontato quanto di sua conoscenza sulle dinamiche “torinesi” del clan dei Cataldo.
L’omicidio di Giuseppe Cataldo, secondo i magistrati della Procura nazionale antimafia reggina, avrebbe portato alla ripresa della faida di Locri tra i Cataldo e Cordì, che sfociò con l’assassinio di Salvatore Cordì detto “u cinesi” a Siderno il 31 maggio del 2005. Le dichiarazioni fanno parte dell’informativa del 22 maggio 2017, chiamata “Indagine Blu Notte”, dei carabinieri del Ros di Reggio Calabria, seconda sezione, e sono agli atti del procedimento “Mandamento Ionico”.
Secondo il collaboratore di giustizia, la morte di Cataldo avrebbe indotto un suo prossimo congiunto che stava nel torinese a chiedere il suo sostegno: «sì, venne a casa mia e l’ho visto anche abbastanza turbato e mi disse che era stato ucciso suo (…) Peppe, in Calabria. Era stato ucciso da elementi della famiglia Cordì. Avevano sparato diversi colpi ma un solo proiettile lo aveva raggiunto in testa ed era morto».
All’epoca del fatti il collaboratore, trovandosi in regime di detenzione domiciliare a causa di guai giudiziari, fu esterno ai fatti. «Mi aveva chiesto di partecipare a questa vendetta insieme a lui e dei ragazzi, ma io non ci sono andato perché non potevo a causa della detenzione. Non mi sarei mai mischiato in una cosa del genere, forse in altri tempi, con altri… boh, non lo so, però in quel momento no. Mi disse che parteciparono anche degli amici di suo cugino giunti dalla Puglia».
Alla domanda del pm («Ma lì a Locri sapevano di questo progetto? Lo facevano con l’accordo di quelli di Locri?») C.F. risponde: «Beh, sicuramente perché i pugliesi dovevano andare a Locri e mimetizzarsi per poter fare una cosa del genere. Non si fa così su due piedi una cosa così».
Un dato appreso dagli investigatori nelle parole del collaboratore è sicuramente lo stile mafioso con cui i Cataldo stavano organizzando la vendetta. Doveva rappresentate una manifestazione di forza. Volevano fare una cosa «veramente in grande stile».

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