Se fare politica diventa reato

Dom, 23/12/2018 - 11:20

Man mano che cadono nelle grinfie del drago a sette teste si ridestano e invocano giustizia. Ma giustizia a chi se a farti cadere è chi dovrebbe garantirla? Questa volta è successo al governatore della Calabria. Mario Oliverio è stato accusato di abuso di ufficio e obbligato alla residenza coatta a San Giovanni in Fiore. Stando alle indagini della procura di Catanzaro, il governatore della Calabria, che non era in carica quando i lavori sono stati appaltati, avrebbe favorito la realizzazione dell'impianto sciistico di Lorica, cui era interessato come presidente della regione, a discapito di quelli per il rifacimento di piazza Bilotti a Cosenza, che invece interessavano al sindaco di centrodestra, Mario Occhiuto.
Pregiudicare sul piano politico-elettorale Occhiuto, questo sarebbe stato l'intento di Oliverio.
Ci sono, è chiaro, i segnali di una contesa politica in cui si gioca sporco, senza dubbio deprecabile sul piano morale, ma dove sta il reato? Che il presidente di una regione voglia far bella figura agli occhi dei propri elettori a danno di un avversario politico, che ad oggi risulta l'unico candidato di Centrodestra alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale, non costituisce di certo reato, così come non lo è impiegare un'azienda che durante un'altra amministrazione si è aggiudicata una gara d'appalto. Perchè, se così fosse, ogni mossa prettamente politica sarebbe da considerare abusiva e la politica stessa diventerebbe, a priori, illecita.
Ciò che dovrebbe preoccuparci, piuttosto, è come sia possibile che si sia alzato un polverone - perchè di questo si tratta - su un impianto sciistico completato interloquendo con l'amministratore giudiziario, delegato dalla stessa procura che ha effettuato le indagini. L'amministratore giudiziario è subentrato nel 2017, quando l'impresa aggiudicatrice è stata raggiunta da interdittiva, e allora furono proprio Oliverio e i suoi a recarsi in procura per concordare il commissariamento dei lavori. Pertanto Oliverio denuncia alla procura di Catanzaro per poi essere a sua volta denunciato dalla stessa.
C'è qualcosa che non quadra.
Intanto la procura di Catanzaro avrebbe l'obbligo di esibire gli indizi di reato. Perchè, stando a quanto è emerso finora, qui siamo di fronte a una mera censura moralistica che non rientra nelle competenze di una procura. Perciò, mi chiedo e vi chiedo, quali sono le reali intenzioni di questa inchiesta? Sono forse politiche?
Diceva Gladstone, Primo ministro del Regno Unito nella seconda meta dell'800, che quando la giustizia mette gli occhiali della politica incespica e cade. Luigi Einaudi, un po' di anni dopo, gli fece in qualche modo eco sostenendo che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.
Nessuno sembra rendersene conto, se non dopo averlo provato sulla propria pelle, che uno dei più grandi problemi che attanagliano quest’ormai Bruttopaese che è diventato la Calabria è l’impossibilità di mettere un freno al dilagante potere della magistratura. "Si sollevano polveroni - ha dichiarato Oliverio in un'intervista al Dubbio - perché i polveroni sono i migliori alleati della vera mafia che utilizza tutti i poteri, e dico tutti, per affossare chi la combatte". Poi aggiunge che nelle procure non ci sono poteri divini ma uomini in carne e ossa. Certo, queste dichiarazioni del governatore calabrese sono forti, ma avrebbero assunto un valore diverso se le avesse fatte prima di finire nella morsa del drago, come dicevamo all'inizio. Noi lo ribadiamo da un po' che lo scalpore mediatico di certe inchieste, alimentato dalla retorica particolarmente enfatica del procuratore capo di Catanzaro - che in questo caso ha paragonato la Calabria all'Africa del Nord - desta non pochi sospetti. Piano piano se ne stanno accorgendo di nuovi, ma per la nostra terra si sta facendo sempre più tardi. E mentre il tempo passa inesorabile, dal parterre giuridico si sollevano le solite obiezioni: anziché dare più mezzi ai giudici per combattere il crimine si ostacola la magistratura. Sarebbero obiezioni accoglibili in un altro contesto. Qui in Calabria suonano come fanfaronate di cartapesta al servizio di un sistema mostruoso che risulta tanto chiuso a vere riforme (una tra tutte la separazione delle carriere tra pm e giudici) quanto di manica larga con i suoi araldi, in ogni caso premiati, sia che le loro azioni siano assennate, sia che non lo siano affatto. E qui subentrano le responsabilità gravissime degli intellettuali, veri o presunti, che continuano a inerpicarsi su terreni sempre più scivolosi pur di fornire fragili muri concettuali a difesa di uno status quo che si dovrebbe piuttosto trovare il coraggio di non difendere di fronte ai casi sempre più frequenti di scottanti inchieste poi evaporate nel nulla, uno status quo che anche il solo semplice buonsenso considera insostenibile in una società democratica e libera. Ma gli intellettuali sembrano infischiarsene. Nel frattempo la funzione d’inchiesta rischia di ritrasformarsi sempre più in una liturgia inquisitoriale. E grazie a molte procure che fanno da tramite, la magistratura continua a estendere il proprio dominio in qualsiasi ambito, politica compresa.
Nessuno nega che vi siano abusi gravi e anche gravissimi nel mondo della politica. Ma avere la pretesa che a risolvere questo problema sia il governo dei giudici è una dissennatezza che pagheremo molto cara.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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