Se Ringhio ha la grandezza dell’ultimo Manfredi

Dom, 02/06/2019 - 12:00

In una delle scene più incredibilmente commoventi da lui recitate - e l’«incredibilmente» è dovuto al fatto che la scena in questione è incastonata in realtà in un film strapparisate a episodi dal titolo “Grandi Magazzini” – Nino Manfredi fa la parte di un attore sul viale del tramonto, ormai squattrinato e alcolizzato, che accetta l’offerta del suo agente (Leo Gullotta) di girare uno spot per i Grandi Magazzini in cambio di una paga di un milione di lire. Durante la lavorazione della réclame Manfredi, che nel film si chiama Marco Salviati, beve per tutto il tempo, si ubriaca, non riesce a portare a recitare la battuta. Quando tutto finisce, al momento di incassare la paga, a sorpresa chiama il segretario di produzione, il mitico Luciano Bonanni, e gli restituisce l’assegno appena incassato. «Tieni, offrici una cassa di champagne a tutta la troupe». E quando l’agente lo chiama da parte, imbufalito per il compenso restituito, Salviati-Manfredi scolpisce nella pietra una frase che ciascuno dovrebbe portare nel cuore: «Di fronte a una cifra così misera, è meglio lasciare un grande gesto».
In un’Italia che appare mediamente poco propensa (per usare un eufemismo) a scambiare anche la più misera delle cifre con un grande gesto, Rino Gattuso fa risplendere nella realtà quell’atto fatto vivere nella finzione da grande Nino Manfredi trentadue anni prima. Certo, Rino non vive il viale del tramonto, al contrario; non è squattrinato, anzi; eppure lascia al Milan una cifra tutt’altro che misera in cambio del grande gesto di garantire il salario pattuito degli altri due anni di contratto al suo staff di collaboratori e match analyst. Non è lo champagne per la troupe, è la sopravvivenza dei collaboratori e delle loro famiglie. Sopravvivenza vera, in certi casi, visto che nel calcio non ci sono solo stipendi a sei o a cinque zeri. «Rinuncio a due anni di contratto perché la mia storia col Milan non potrà mai essere questione di soldi». «Tenetevi il miliardo», aveva scritto in un libro il bomber Cristiano Lucarelli, quando nel 2003 aveva rinunciato a nove zeri e alla serie A pur di accasarsi per la prima volta nella sua squadra del cuore, il Livorno. Lucarelli pagava per rimanere; Gattuso fa un gesto ancora più eroico.
Paga per togliere il disturbo o per non arrecarne alcuno, di disturbo. Sarebbe sbagliato considerarlo solo un regalo alla società Milan, ai tifosi del Milan, ai collaboratori del Milan. Il grande gesto di Gattuso è per tutti quegli adepti che della religione del dio Pallone, nell’anno del Signore 2019, stanno dimenticando i primi comandamenti. Sminuzziamo fotogrammi della Var, ci eccitiamo al discettare di riscatti e recompre, analizziamo bilanci e parametri Uefa, avvistiamo allenatori come Ufo. Ma ci scordiamo, spesso, che il pallone non finisce mai. Che dopo un campionato andato male o una Champions mancata, poi, ce ne saranno un altro, un altro e poi un altro ancora, come diceva il protagonista di Febbre a 90 nel suo monologo finale. Di grandi gesti no. Quelli sono sempre più rari, sono da bacheca, sono come la coppa del mondo del 2006, di cui Gattuso è stato un eroe. Eroe come quella volta che, scappando nottetempo dal Perugia di Gaucci, Rino aveva raggiunto Glasgow per ribellarsi alla catena dei contratti ingiusti e accasarsi al Rangers. Era il 1997. Il ragazzo si sarebbe fatto. Anche se, già allora, non aveva le spalle strette. L’ha dimostrato oggi, ancora una volta.

Tratto dal corriere.it del 29 maggio 2019

Autore: 
Tommaso Labate
Rubrica: 

Notizie correlate