Sembra quasi che lo Stato adotti una “vendetta trasversale”

Dom, 01/04/2018 - 13:00

Gentile Direttore,
Sono Sgambelluri Giuseppe, condannato definitivo per il reato di associazione per delinquere.
Le scrivo perché volevo porre all’attenzione dei suoi lettori un caso di “responsabilità indiretta”, chiamiamola così, che mi sta affliggendo.
Mia moglie Rosanna, per anni, ha gestito un Lido sito sul Lungomare di Siderno e, per la precisione, l’Avana Beach. La prossima estate, purtroppo e per colpa mia, l’Avana Beach non aprirà. Il Prefetto di Reggio Calabria l’ha fatta destinataria di una “interdittiva antimafia”; l’unica sua colpa, appunto, è quella di essere mia moglie.
In sostanza non la si accusa di essere una criminale e nemmeno di avere rapporti con la criminalità organizzata, le si dice che c’è il “mero rischio” che il suo Lido possa essere oggetto di “infiltrazioni mafiose” e l’elemento su cui questo rischio si fonda è, appunto, quello di essere mia moglie.
Sto finendo di scontare la mia pena. Sono stato condannato a nove anni e quattro mesi di detenzione, dei quali la metà scontati in regime di arresti domiciliari prima e detenzione domiciliare dopo a causa del mio stato di salute. Sette anni nei quali ho tenuto una condotta irreprensibile e ho costantemente espresso un senso di resipiscenza verso alcune condotte tenute in passato. Sono costantemente seguito dagli assistenti sociali, ai quali mi lega un ottimo rapporto. Eppure netta è la sensazione che tutto questo non basti e non basterà a mettere la mia famiglia al riparo da una “legge” che spesso, perdonatemi, mi appare vendicativa.
Il mio più grande cruccio è sempre stato quello di non aver potuto essere per mio figlio un padre “normale” e, quando stavo oramai accettando il fatto che anche e soprattutto lui abbia dovuto pagare per i miei errori, ecco che ora anche mia moglie ne subisce le conseguenze.
Tutto ciò è frustante.
Sento parlare spesso di “diritti costituzionalmente garantiti” di “finalità di rieducazione e di risocializzazione delle pena”, parole che fanno pensare che il compito dello Stato sia quello di spendersi per il recupero e il successivo reinserimento nella società dei soggetti che con le loro condotte se ne erano posti al di fuori, ma la realtà sembra essere ben diversa.
Ci si sente braccati, inseguiti, additati, irrecuperabili; si sente il pregiudizio che non morirà mai, ci si sente condannati a vita. Ci si sente non come un bene da recuperare ma come un male da isolare, facendo “terra bruciata” intorno a lui e, quel che è più grave, intorno a tutta la sua famiglia, connivente, quasi concorrente nello stesso reato.
Non si riesce a comprendere che il mancato rilascio della concessione a mia moglie e la consequenziale mancata apertura del Lido, lungi dal dare l’idea di uno Stato presente e attivo sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, viaggia in direzione completamente opposta. È un prendere atto che non si sia riusciti a “recuperare” il condannato e quindi, per prevenire ulteriori rischi, tra l’altro non meglio specificati, venga posta in essere una sorta di “vendetta trasversale” impedendo alla di lui moglie non solo di lavorare, ma anche di dare lavoro.
Quando finirò di scontare la mia pena, fra qualche mese, mi sarà applicata la misura della sorveglianza speciale, e quando finirò di essere sottoposto a questa misura – anch’essa di prevenzione - sarò sottoposto a un’altra misura ancora, come pena accessoria prevista nella mia sentenza di condanna e ciò che brucia di più, perché non dà speranza, è che, in questi anni, lo Stato non sarà al mio fianco a indicarmi la via ma sarà in agguato nella certezza (ecco il pregiudizio) che sbaglierò ancora, perché il suo compito è quello di punire il mio sbaglio, non certo quello di mettermi in condizione di non sbagliare più. Ecco. Volevo dire allo Stato e ai suoi rappresentati che io mi arrendo, ma desidererei che risparmiassero la mia famiglia.

Autore: 
Giuseppe Sgambelluri
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