Sentenza Recupero Bene Comune: l'Avvocato è fuori «per giusta causa»

Sab, 17/05/2014 - 10:35

Sono pochi i titoli di “prima pagina” in cui si evidenza l'assoluzione di un imputato, anche quando questi è ritenuto “eccellente”. Nei giorni scorsi all'esito del processo d'appello dell'indagine detta “Recupero Bene comune” la Corte d'appello di Reggio Calabria ha mandato assolti tre imputati: Antonio Commisso detto “l'avvocato” e Francesco Commisso (entrambi già condannati a 16 anni di reclusione), Alfredo De Leo (10 anni). Il titolone di prima è toccato all'assoluzione dell'Avvocato, accusato di essere al vertice della “società di Siderno” anche durante il periodo di detenzione in carcere per il tramite del fratello Giuseppe Commisso detto “il mastro”. Antonio Commisso viene catturato in Canada nel giugno del 2005 ed estradato in Italia dove lo aspetta la sentenza definitiva a 10 anni di reclusione nel processo “Bluff”, dove rispondeva di associazione mafiosa, da trascorrere in regime di 41 bis, quello dove anche l'aria che il detenuto respira viene registrata, si figuri i colloqui con i parenti. I difensori di Commisso, che sono Antonio Speziale e Francesco Loiacono coadiuvati dall'avv. Angelica Commisso, hanno attaccato la sentenza del gup distrettuale che ha condannato l'imputato a 16 anni per difetto di motivazione e illogicità. In particolare si legge nel ricorso accolto dai giudici reggini. “Non v'è dubbio che, tanto la genericità della odierna imputazione, quanto il periodo temporale di riferimento o, comunque, di “proiezione” (avuto riguardo al conseguenziale inizio di espiazione della pena comminata nel citato processo “Bluff”), risultino assorbiti ampiamente dai due evocati procedimenti (cc. dd. “Siderno Group” e “Bluff”), che si sono occupati dei medesimi fatti riguardanti la condotta partecipativa del Commisso Antonio alla cosca “Commisso”, in posizione dirigenziale, ancorché - in apparenza - diversamente circostanziati.
Né consegue fondando la operatività dell'istituto in esame, su due elementi in particolare: quello di natura soggettiva rappresentato dall'identità dell'imputato e quello di natura oggettiva costituito dalla identità del fatto da accertare, nel caso di specie ricorrono i due presupposti, in forma speculare, rispetto agli addebiti di cui ai due citati, pregressi procedimenti penali  a carico dell'appellante, così realizzandosi quella duplicità di giudicato. Di talché, se è vero che in tema di reato permanente, il divieto di un secondo giudizio riguarda la condotta delineata nella imputazione ed accertata con sentenza divenuta irrevocabile e non, anche, la prosecuzione della stessa condotta o la sua ripresa in epoca successiva è, altrettanto vero che la specularità della condotta contestata all'appellante appare, esclusivamente e strumentalmente, proiettata nel rilevante arco di tempo in cui il Commisso è risultato ininterrottamente detenuto (2004 alla data odierna); tant'è che la esecuzione della ordinanza di custodia cautelare relativa al processo de quo, avveniva appena qualche mese prima della totale espiazione della pena, irrogatagli nell'ambito del processo “Bluff”; determinandosi, per ciò stesso, una condizione oggettiva di natura ostativa, perché si realizzasse la prosecuzione o la ripresa della originaria condotta già sanzionata, sia per la medesimezza della imputazione, sia per la insussistenza di elementi indiziari apprezzabili sul piano del novum, idonei a rappresentare una condotta “inedita” rispetto a quella già valutata”.
La rilevanza della censura difensiva ha trovato pieno accoglimento e “l'avvocato” e stato scarcerato.

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lr
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