Sindaco sì, sindaco no

Lun, 12/10/2015 - 11:25

Il titolo, come sempre simpatico e ironico, a una foto che mi ritraeva sulla “Riviera” di un paio di settimane fa insieme agli amministratori comunali 2010 -2015, sebbene involontariamente, rappresentava quella che in realtà è un’opinione alquanto diffusa: un vero lapsus freudiano. “Il fu Ninì Scordino…” è l’inizio di quel titolo e il verbo è un passato remoto che si usa in genere per chi non c’è più, come l’ “Ei fu” del Manzoni per Napoleone. Meno male che ho il senso dei miei limiti e che non sono affatto superstizioso!
C’è in effetti una certa convinzione che un Sindaco quando termina il suo mandato, soprattutto se per una sconfitta elettorale, entri in una condizione di identità perduta, rimanga privo di ruolo sociale e non riesca a elaborare il “lutto”. Insomma: non è più lui; appunto, “ei fu”. A parte il fatto che questa è una delle tante opinioni generalmente prive di adeguato riscontro (un insegnante continua a fare l’insegnante, un imprenditore, un commerciante, un avvocato, ecc. continuano a fare il loro lavoro, e magari con maggiore impegno e passione di prima), lo è ancor di più se l’interessato decide autonomamente di non ricandidarsi, indipendentemente dalla possibilità di essere rieletto. E non mancano, a parte il mio, casi di questo tipo.
Non c’è dubbio che quasi tutte le scelte, proprio per la loro struttura e la loro dinamica, richiedono un prendere-accettare e un lasciare-rinunciare, che talora può anche comportare una privazione sofferta e talaltra una liberazione. All’interno di queste situazioni psicologiche ed esistenziali si svolge la parte più importante e significativa della nostra vita: nell’ambito scolastico-universitario, lavorativo, religioso, civico e in alcuni casi, i più sofferti, anche sentimentale. Il grado di problematicità e di “pesantezza” della scelta dipende molto dall’essere attratti da un solo obiettivo o, al contrario, da una molteplicità di percorsi, tutti più o meno di pari interesse e fascino. Ambedue le situazioni, sul piano psicologico e operativo, presentano vantaggi e svantaggi: in una condizione la scelta monopolizza ed esaurisce, in quel determinato ambito, tutte le potenzialità del soggetto e genera un senso di completezza; nell’altra la scelta viene vissuta come parziale limite e presuppone l’esplorazione di altri ambiti operativi e la ricerca di altre esperienze.
I motivi per cui una persona, se ci riesce, decide di fare il Sindaco non fuoriescono da questa cornice di riferimento e, nel contempo, si arricchiscono di altri elementi specifici, che nobilitano o squalificano la scelta stessa. Pertanto, si può interpretare la funzione amministrativa come: servizio - variamente inteso - alla comunità e alla risoluzione dei suoi problemi; esplicitazione e messa in atto delle proprie competenze; occasione di pubbliche relazioni con la gente e/o verso l’ “alto”; conquista di un prestigio personale e/o di un ruolo sociale, magari uno nuovo, altrimenti carenti o assenti; impegno retribuito; puro esercizio di potere e di comando (?). Ovviamente nessuna di queste motivazioni esclude che l’attività amministrativa venga poi svolta con, più o meno, senso di responsabilità. Siccome l’esperienza mi dice che le motivazioni iniziali di questo elenco sono di gran lunga prevalenti, ribadisco che non fare più il Sindaco non significa che egli “fu” (non sto dicendo questo in polemica con “Riviera”, ironica e simpatica, ma per correggere una certa opinione pubblica che, comunque, in questo senso non mi ha coinvolto).
Per quanto mi riguarda, quasi un anno prima della scadenza del mandato sindacale avevo pubblicamente dichiarato che non mi sarei ricandidato, pur avendo, forse la probabilità, sicuramente la possibilità di essere rieletto (per la quarta volta). Per riappropriarmi del “mio” tempo e della “mia” vita (perché un Sindaco responsabile non ha una “sua” vita), ossia per poter fare le tante cose che non avevo potuto fare prima o fare come avrei voluto, ma che desideravo fortemente di realizzare: stare di più con la mia famiglia; studiare; scrivere; riallacciare i rapporti, quasi persi, con i tanti amici anche di fuori Bianco; impegnarmi di più nell’ambito ecclesiale; coltivare gli hobby e altro ancora. Nessuna stanchezza, dunque, né liberazione da un peso insopportabile, ma nemmeno fare il Sindaco è stata una scelta di vita, certamente una parentesi vissuta con senso di responsabilità e grande disponibilità verso i miei concittadini di Bianco. D’altra parte, in certe situazioni virtuose, fare il Sindaco, come qualunque altra attività politica, può anche essere una scelta di vita. In questi casi col vantaggio dell’esclusività dell’impegno e, però, con il rischio di volerci restare quasi ad ogni costo e dipendere da esso. E ciò, se è così, può presentare qualche svantaggio.

Autore: 
Antonio Scordino
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