"Sono stato tra i primi a denunciare l’antimafia da circo equestre"

Dom, 04/03/2018 - 18:40
Intervista a Filippo Veltri

Filippo Veltri è giornalista professionista dal 1978. Si è fatto le ossa nella “palestra” de L’Unità quando ancora le copie annue vendute sfioravano i 100 milioni. A quei tempi si facevano battaglie serie e venivano pubblicate inchieste tra le più rilevanti. Filippo Veltri ad esempio, si occupò a lungo dell’omicidio Losardo, segratario capo della Procura della Repubblica di Paola, vittima di un attentato ad opera della ‘ndrangheta. Poi Veltri passò a Repubblica e infine conquistò l’avamposto dell’Ansa Calabria da cui si è congedato di recente per limiti di età. Filippo Veltri è, inoltre, autore di saggi e libri sulle condizioni economiche, sociali e democratiche della Calabria.
La sua carriera ha inizio nel 1972 all’interno della redazione del “Giornale di Calabria”. Tre aggettivi per descrivere il giornalismo di allora e tre per il giornalismo di oggi.
Era la redazione di Cosenza del Giornale diretto da Piero Ardenti. Il giornalismo di allora era descrittivo, propositivo, preciso nella sua scostumatezza (a volte). Quello di oggi è veloce, poco analitico, costumato o, come si dice ora, politicamente corretto.
Nel 1975 fonda il quindicinale “questaCalabria”. Che Calabria ha raccontato?
Quella fu una stagione esaltante del giornalismo calabrese e in “questaCalabria” narrammo la nostra regione che era alle prese con un cambiamento epocale, nella politica e nella cultura, nelle istituzioni e nel modo stesso di fare giornalismo. Portammo allo scoperto giovani generazioni e intellettuali che da allora in avanti hanno segnato la storia culturale della Calabria e del Paese. Penso a Giovanni Mastroianni, Luigi Lombardi Satriani, Vito Teti, Nicola Siciliani de Cumis. Ma anche Stefano Rodotà. Abbiamo raccontato la Calabria che non parlava della ‘ndrangheta, eppure c’era; delle donne che videro la loro rabbia e le loro proteste finire in pagina; dei giovani che anche allora erano disoccupati ma non ne parlava nessuno; di un cambio della stagione politica che andava verso l’ingresso dell’allora Pci nell’area governativa. Raccontammo insomma della Calabria vera. Eravamo un gruppo di ragazzini, belle speranze e grande voglia di consumare scarpe e pneumatici delle auto. Durammo finchè qualcuno non si accorse di noi e io finii all’Unità (che allora vendeva quanto oggi vende il Corriere della Sera), si tirò avanti per un altro poco ma poi quell’esperienza finì. Che – lo voglio ricordare – non era la sola in Calabria nell’ambito dei periodici. Bella stagione!
Più volte si è occupato della triste stagione dei sequestri, pubblicando anche due saggi “Lettere a San Luca” e “Sequestri”. Un reato che lei ha definito odioso, ma quanto, a causa di quel reato, ancora oggi i calabresi sono odiati e considerati assimilabili alla “squallida San Luca” di cui si legge in una missiva al sindaco di San Luca di allora?
In verità i libri che scrissi sull’argomento possono anche essere considerati tre se si considera quello uscito subito dopo la strage di Duisburg che conteneva strascichi di quella stagione. Quegli anni hanno segnato e segnano ancora l’immagine e il racconto della Calabria in giro per l’Italia e anche fuori Italia. Io cercai fin da allora di raccontare un’immagine diversa. “Lettere a San Luca” che scrivemmo io il mio amico e collega Diego Minuti ebbe la prefazione di Corrado Stajano e vinse il Premio Sila. In giuria c’era anche Pasquino Crupi e quel libro parte da un episodio del gennaio 1990 quando quattro persone di San Luca e di Natile di Careri vennero uccise nella zona del Lago Maggiore in quello che i carabinieri dissero era un tentativo di sequestro di persona. Ne nacque un dibattito e una polemica, su quello che era accaduto in Lombardia ma su quello che stava diventando la nostra terra. Erano i mesi di Casella e prima ancora dei tanti altri rapimenti. Quelle lettere intrise di odio razzista che arrivarono al Municipio di San Luca erano il segno che l’Italia identificava non solo San Luca o la Locride come una terra di delinquenti, malfattori, gente da cui allontanarsi. Lo stereotipo è andato avanti e va avanti ancora oggi. Quegli anni ci segnarono per sempre.
Nel 2008 le è stato conferito il Premio “La Gerbera Gialla”, istituito dall’associazione “Riferimenti” guidata dall’eroina antimafia Adriana Musella, che per anni, con il suo fiore simbolo dell’antimafia, ha attraversato il Paese da Nord a Sud esortando alla costruzione di una società più giusta. Oggi Adriana Musella è indagata per reati di appropriazione indebita ai danni della stessa associazione e di malversazione ai danni di numerosi enti pubblici. Dopo questa tegola, che valore ha per lei quel premio?
Sono stato tra i primi, in solitario e solo con l’aiuto di qualche isolato collega (si contano sulle dita di una sola mano) a denunciare l’antimafia da operetta e da circo equestre. Quando tutti o quasi si acquattavano sotto le bandiere di un’antimafia appunto da cortile. Nel 2008 ebbi quel premio per quello che andavo scrivendo, sui giornali dove collaboravo (Repubblica e Sole 24 ore) e come responsabile dell’Ansa, sulla ‘ndrangheta. Quella tegola, come la chiama lei, non influisce affatto sul valore del riconoscimento che mi fu attribuito e che rendeva omaggio – se mi consente – solo e unicamente al lavoro che andavo svolgendo. Ebbi tanti altri premi e riconoscimenti, in Calabria e in Italia, per ultimo il premio Padula ad Acri, tre mesi fa, e sono solo il frutto di un lavoro visto, valorizzato e riconosciuto. Chi ha dato questi premi colse il fronte su cui operavo e opero. Il resto non mi interessa.
Lei è stato uno dei primi giornalisti calabresi a parlare di ‘ndrangheta. Volendo immaginare una sua evoluzione, quali sono le principali differenze tra la ‘ndrangheta di Neanderthal e la ‘ndrangheta sapiens sapiens?
La ‘ndrangheta di oggi è il combinato disposto del malaffare, della corruzione, della malapolitica, della massoneria deviata e della violenza, che – non scordiamocelo mai – è sempre l’elemento che fa la differenza. Quella di Neanderthal era quella che ci poteva essere prima che il mondo diventasse quello che abbiamo oggi sotto i nostri occhi. Ma – mi perdoni – un mix del vecchio c’è anche in quella che lei chiama la ‘ndrangheta sapiens sapiens.
“La ‘ndrangheta è il primo partito in Calabria” - ha dichiarato Gratteri. Ma chi ha più colpe se la ‘ndrangheta è riuscita a infiltrarsi nei gangli della politica, la politica o la magistratura?
Tutti e due, ovviamente direi. I gradi di responsabilità sono diversi ma una politica cieca si è servita di una magistratura cieca. A volte anche sorda e muta.
“Cambia Calabria che l’erba cresce”, la sua ultima fatica letteraria, è un invito alla classe politica affinché si dia una mossa e si adegui al cambiamento. Qual è il problema principale della Calabria?
Il problema vero della Calabria è quello che nessuno si prende responsabilità. Tutti gridano ma nessuno opera. Ho dedicato un capitolo del mio libro alle suore di San Luca-Bovalino! Questo è quanto può fare la vera società civile quando la smette di blaterare

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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