Stampa: un grande malato (per nulla) immaginario

Dom, 09/06/2019 - 16:40

“Fate una stampa di silenzio”: in un suo scritto Aurelio Chizzoniti ha scherzato su quel sindaco che chiedeva attenzione per i lavori del Consiglio Comunale. L’ha declinata in dialetto in quella maniera, ma fuor di battuta, sulla stampa, bisogna fare un discorso preoccupato. Oggi i giornali hanno problemi enormi, stanno attenti a contenere i debiti (sembra che solo Cairo riesca a sfangarla), stabiliscono attraverso la pubblicità contatti con enti e imprenditori,  hanno ognuno una linea (da noi, soprattutto, non essendoci una grande ricchezza di penne, la scopri dagli editoriali e dai collaboratori fissi), ma, generalmente, non negano spazi per i contributi… Discussione riaccesa, anzi infuocata: “colpa” delle critiche ai giornaloni… dal biasimo al governo giallo-verde alla trattazione della chiusura di Radio Radicale, dal recente reportage su Montanelli che cercò invano un’alleanza tra editori per rimanere comunque una voce non condizionata al “quadrilatero” uncinato Scalfari-Mieli-Mauro-Veltroni (senza dimenticare le televisioni di Berlusconi), dai tempi di Tangentopoli all'estrema ruvidità di Feltri, dal Belpietro “comunista” per un giorno alle “cattiverie” di Travaglio, dall'irruzione nella marginalità calabrese dell'ex Sole 24 ore Napoletano (i suoi stipendi) agli input delle curiosità sollevate dalle redazioni nel nostro territorio. Nell'era del web tutto è diventato più diretto, pressoché istantaneo, perciò sarebbe importante raccontare il mondo con l'intento di renderlo migliore. I rappresentanti del popolo devono organizzare eventi correlati a una cifra culturale importante, interpretare un meridionalismo orgoglioso, comprendere molto delle comunità: come lo raccontano tutto questo, nei programmi in corso d'opera, a consuntivo? È importante! Stiamo andando diritti a parlare di Comunicazione, ma non saremmo per nulla originali, tutto è “preso” da tempo dai formidabili risultati che su questo terreno, a torto o a ragione, sta realizzando Salvini. No, scegliamo uno schema di ragionamento del tutto semplice sulla stampa, cosa è utile, rilevante. “La parola è un impegno verso qualcuno”, ha scritto Vittorio Foa: devono seguire i fatti, se parliamo di rappresentanti del popolo, di collaborazione, di semplici cittadini o della loro qualità professionale. Il traguardo è la verità, e siccome ognuno pensa di averla in tasca, a giudicarla dovranno essere la responsabilità e il consenso (piaccia o non piaccia). Se nella nostra zona aumentiamo il garbuglio delle questioni, già così difficili, diventa impossibile sciogliere i nodi, distinguere tra le cose urgenti e quelle “sparate” nei comunicati probabilmente solo per leggersi la firma. Dovremmo “prendere sul serio le cose di cui si parla e un pò meno sul serio noi stessi”. I giornalisti che si applicano e che hanno qualità hanno un compito doppio, il loro e quello di ordinare la discussione. Che non significa nessuna censura delle idee. Quello sarebbe un “morbo”.

Autore: 
Franco Crinò
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