Sui luoghi di S. Nicodemo

Lun, 04/01/2016 - 18:00
È il patrono di Mammola, oggi venerato in un santuario frequentemente visitato da fedeli e amanti dell’arte. Prima ancora di essere un santo, tuttavia, Nicodemo è stato un uomo retto, la cui storia può essere ricostruita almeno in parte grazie alle fonti storiche che ci parlano di lui. Ecco la sua storia…

Era una bella giornata di primavera, con un cielo limpido e terso, che consentiva riprese nitide anche a distanza, quando abbiamo deciso di andare a far visita al Santuario di San Nicodemo sul Cellerano per documentare la vita del santo e la bellezza dei luoghi.
Di tanto in tanto ci soffermiamo un po’ per ammirare quelle splendide vallate che dolcemente digradano verso lo Jonio.
All’interno della chiesa quindici pannelli figurativi presentano scene bibliche dell’Antico Testamento e sei pannelli ispirati alla vita del santo. Sulla parete di fondo, in alto, i personaggi più importanti del Concilio Ecumenico Vaticano II e, in basso, S. Nicodemo morente, adagiato sulla nuda terra, in atto di benedire i suoi monaci e i pastori della montagna, opere di grande interesse di Nik Spatari.
Qui tutto è silenzio e preghiera.
All’improvviso, con passo silente e raccolto, appare da una porta secondaria della parete di sinistra che dà sul presbiterio, padre Ernesto, eremita, il quale ci chiede della nostra presenza. Si sofferma brevemente a conversare con noi e, poi, scompare. In verità quel dialogo fatto di poche parole è stato un veloce approccio conoscitivo sul protettore di Mammola.
Ritorna poco dopo e ci offre in dono il libro del Monaco Nilo, Vita di San Nicodemo.
Mi ricorda, ancora, prima di congedarsi: «Questa è la vera storia di San Nicodemo: la sfogli. altri scritti continuano a trasmettere la consueta tradizione».
Per quel che mi riguarda, ho letto con interesse il volumetto che affronta in maniera semplice, chiara e approfondita alcuni aspetti finora rimasti insoluti, vale a dire la vita del santo raccontata da Nilo, monaco vissuto nel secolo XI - XII, nel Bios o Logos e la tradizione popolare. Tutto questo è facilitato, anche, dalla traduzione di Domenico Minuto. Importante e appassionato risulta, anche, il contributo offerto dalle ricche ed articolate note espositive, ben analizzate e adeguatamente commentate da padre Ernesto, che costituiscono il nucleo fondamentale del libro. Vengono così districate, e a ragion veduta rese comprensibili, le contrariate vicende biografiche di S. Nicodemo, a iniziare dalla vita scritta da Apollinare Agresta che, per primo, nel 1677 pubblica il Logos redatto verso la fine del XII secolo da Nilo, monaco del Monastero di Salinas, e trascritto nel 1307 dal monaco Daniele, amanuense, nel monastero del SS. Salvatore in Messina.
Si tratta di un panegirico sulla vita di S. Nicodemo che il monaco Nilo pronuncia in una comunità di monaci, forse nella ricorrenza della festa del santo. Né tantomeno c’è dato sapere quando è stato scritto, con molta attendibilità circa cinquanta anni dopo la sua morte. Si viene a sapere, così, che è morto il 12 marzo all’età di settanta anni.
In passato il luogo di nascita di S. Nicodemo, come pure i nomi dei genitori e del precettore, sono stati oggetto di lunghe controversie.
Dal Bios si evince che era nato a Sicrò, nella zona delle Saline, da genitori molto devoti e pii ed innamorato dalla vita di tanti santi monaci, si ritirò, nel monastero di S. Fantino il Cavallaro, (anacoreta vissuto nel IV secolo) dove, sotto la guida di un colto padre spirituale ricevette una valida formazione e, indossato gli abiti conventuali, si trattiene con lui molti anni.
Cosicché, attratto dalla vita monastica visse intensamente la religiosità e la pietà popolare nel convento di S. Fantino, presso Palmi.
Distrutta Taureana non si parlò per lungo tempo dell’abbazia di S. Fantino. Solamente nel secolo scorso sono emersi i ruderi con lo stupore di tutti, invogliando gli studiosi a ristudiare le magnificenze dell’antico monastero. Di certo si può asserire che non vi è alcuna relazione tra S. Fantino di Taureana e S. Fantino del Mercurion.
In seguito, quando i saraceni mettevano scompiglio nella vita dei nostri borghi con incursioni che generavano terrore e morte, s’addentrò verso aspre montagne per trovare un luogo tranquillo con lo scopo di riacquistare serenità e pace.
Si può ben dire che il monachesimo greco, impropriamente definito basiliano, ha contribuito non poco a generare rapporti umani, di civiltà e di cultura nel territorio della Locride.
E proprio qui, nella “Vallata del Torbido”, i monaci greci, venuti dall’Oriente Bizantino e dalla Sicilia, hanno messo salde radici, in un luogo che, al dire dell’Orsi, “le agiografie e le pie leggende han segnato più intensi focolai di vita basiliana”.
Mammola fu centro di un profondo misticismo basiliano, ove S. Nicodemo (900-990), discepolo di San Fantino di Taureana, pose il suo placido romitorio sul monte Cellerano, dando origine “fin dal sec. XI al una fervida ondata di fede, ed ove sorse anche, in seno al primo nucleo abitato, una sontuosa Abbazia, che fu cenacolo di cultura umanistica del paese e diede alla scienza uomini insigni come Giangrisostomo Scarfò, Apollinare Agresta e Giuseppe Maria del Pozzo, dotti padri Generali Basiliani.
Dopo alcuni anni si ritirò sul Cellerano, “vivendo nella preghiera e praticando aspre penitenze. Per umiltà si reputò indegno di ricevere gli ordini sacri e non poche volte lasciò il suo eremitaggio per accorrere in difesa dei poveri contro i soprusi di sopraffattori e di tiranni”.
Su questi luoghi montuosi, abbastanza elevati, coperti da una ricca, inattaccabile e lussureggiante vegetazione, edificò un oratorio consacrato all’Arcangelo, luogo in cui visse per molti anni, cinquanta, senza mangiare pane, bere vino, assaggiare acqua.
Domenico Zangari, in Documenti per la storia di Gerace, fa coincidere il Cellerano con Celano, località poco distante da Mammola. Da parte loro G. Rossi Taibbi e M. Arco-Magrì, hanno comprovato la tesi di don Zangari: “È piuttosto nei pressi di Mammola, dove sorgerà il Monastero del Santo, e precisamente in contrada S. Nicodemo, che il toponimo è da ubicare”.
“Qui trascorse il resto della sua vita in una continua ascesi che lo rese gradito a Dio tanto da essere munito di poteri divini. Usa il suo potere taumaturgico con grandissima umiltà, tanto che più volte, ritenendosi indegno e peccatore, manda le persone a pregare sulle tombe dei santi Elia, il giovane presso Seminara e lo Speleota presso Melicuccà, e quando ritornano senza aver ottenuto beneficio, lui passa la notte in preghiera e solo al mattino, ringraziando Dio, comunica loro la grazia e li benedice”.
Si spense il 12 marzo del 990. Ora, sul monte sorge il santuario di origine basiliana, interamente rifatto. Rimangono, però, i “ruderi dell’originario complesso monastico-chiesistico, fondato da S. Nicodemo Abate (sul Monte, identificabile con il Cellerano, nel comprensorio montano della ‘Limina’) in età bizantina (verso l’anno 970): complesso d’importanza storica, perché vi fece penitenza e vi morì il Santo basiliano, le cui reliquie vi restarono fino alla prima domenica di settembre del 1501, data in cui le stesse vennero traslate nella Chiesa di S. Biagio, grancia dello stesso monastero, nelle pertinenze dell’abitato di Mammola”.
E allora l’antico ricordo tramandato dalla pietà popolare, i racconti usciti dalle labbra dei vecchi pastori “permise di individuare i ruderi dell’antico complesso monastico-basiliano detto, appunto, di S. Nicodemo”.

Autore: 
Giovanni Pittari
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