Tiziano Rossi: “La farsa ci aiuta a ricordare chi siamo”

Dom, 10/03/2019 - 13:00

Tiziano Rossi si interessa di tradizioni popolari ed è fermamente convinto che chi perde le proprie radici non può pretendere di avere voce in capitolo in società. Di Gioiosa Ionica, ha dedicato buona parte della propria vita a scrivere farse e, ancora oggi, cerca di recuperare e tutelare una tradizione che, pur contenendo le radici storico-culturali della nostra terra, sembra destinata a cadere nell’oblio.
Perché ritiene che la sopravvivenza della farsa sia così importante per la nostra regione?
Perché ci aiuta a ricordare ciò che una volta era la Calabria e a capire meglio quali fossero le dinamiche sociali che si vivevano nei nostri paesi. Il carnevale, infatti, era una festa molto attesa perché, per un giorno, permetteva al ceto povero di vivere un momento di rivalsa nei confronti dei potenti. Un sentimento molto ben incarnato dalla figura di “Carnalevari”, personaggio che, non a caso, incarnava l’ingordo.
Quali sono le radici storiche del carnevale nella Locride?
Il nostro carnevale ha punti di contatto con i saturnali, festività con cui gli antichi romani celebravano l’insediamento nel tempio del dio Saturno. Sicuramente, comunque, si tratta di un’evoluzione delle festività con cui, nei nostri paesi, si ricordavano i defunti. In questo periodo dell’anno, infatti, tutte le famiglie si recavano al cimitero per offrire cibo e vino a suffragio delle anime dei parenti scomparsi. Proprio a Gioiosa Ionica la settimana che prelude alla domenica di carnevale, quella in cui si porta in scena la farsa, viene chiamata ancora “simana muzza”, ovvero “settimana della baldoria”, espressione che prende a prestito una parola araba per indicare i giorni che conducono all’apice della festa. Anticamente, tuttavia, i preparativi per il carnevale iniziavano ben tre settimane prima e, per la precisione, con la “domenica degli amici”, cui sarebbero seguite la “domenica delle comari” e la “domenica dei parenti”, prima di giungere alla “domenica di carnevale”. Queste tre domeniche erano occasione di visita presso parenti e amici, utili a scambiarsi il vino o la carne di maiale appena macellata. Un modo per rafforzare i legami di amicizia che dava al carnevale un significato assai diverso da quello che ha assunto oggi.
Quindi la tradizione del carnevale era legata a doppio filo a quella “del maiale”…
Possiamo affermare che senza la tradizione del maiale il carnevale calabrese non sarebbe mai esistito. Non è un caso se, a Gioiosa, il giovedì grasso viene chiamato anche oggi “‘u jovi ‘i lardaloru”, ovvero il giovedì in cui si mangia il lardo, e si dice che “‘u jovi ‘i lardaloru cu’ no’nd’havi carni si ‘mpigna ‘u figghijolu”. Questo proverbio indica proprio quanto la carne fosse importante per la tradizione e perché il carnevale fosse una festa molto attesa da tutti.
Molto attesa anche perché, come ci anticipava prima, ghiotta occasione di mettere alla berlina i potenti…
Esatto. Gli attori che mettevano in scena la farsa della domenica davano voce al popolo ed erano in grado di dare risposte così pungenti sui temi cari alla società dell’epoca da scatenare un vero e proprio sentimento di rivalsa. Ciò non toglie che si mantenesse comunque una forma di rispetto nei confronti dei padroni dai quali si subivano angherie tutto l’anno. A questi signori, infatti, e solo a loro, ci si rivolgeva sempre in lingua italiana, una riverenza che dimostrava che l’ordine sociale si stava mettendo momentaneamente da parte, ma non era stato del tutto dimenticato.
Si riesce dunque a delineare anche un quadro storico del comprensorio, da questo genere di rappresentazioni?
Direi proprio di sì. “‘A farza d’u porcaru”, ad esempio, racconta che il macellaio che dà il titolo alla rappresentazione veniva a piedi nientemeno che da Monteleone (l’attuale Vibo Valentia) per vendere a Gioiosa Ionica i maiali in occasione dell’imminente carnevale. Sulla base dei discorsi fatti dal protagonista si comprende quale fosse l’importanza commerciale di Gioiosa e quanto qui da noi il carnevale fosse sentito.
Quali erano le caratteristiche peculiari di questa farsa?
Anzitutto il fatto che veniva aperta da un prologo recitato da un personaggio chiamato “Volanti”, perché aveva dei pennacchi sul copricapo che svolazzavano mentre, recitando, girava da una parte all’altra della ruota formata dal pubblico per assistere alla rappresentazione. Si trattava dello stesso personaggio che avrebbe chiuso la recita presentandosi questa volta come l’antiprologo, ovvero colui che spiegava le dinamiche che legavano i personaggi che erano stati visti sulla scena e che spesso, in un perfetto esempio di metateatro, riportavano anche i pettegolezzi di paese che coinvolgevano gli attori che li avevano interpretati. Questa pratica, adottata persino da Niccolò Machiavelli ne “La Mandragola” e spesso dalla farsa gioiosana, fece finire in tragedia una rappresentazione ideata da Clelia Pellicano, che aveva ideato nella sua opera una tresca amorosa che si sarebbe verificata veramente tra i suoi attori. Le risate del pubblico ancora prima che fossero recitate le scene sarebbero state insopportabili per le persone coinvolte, tanto che alla fine ci scappò persino il morto. Tornando a “‘A farza d’u porcaru”, comunque, è da ricordare anche per aver portato in scena il primo caso di corruzione dell’autorità. Per salvare dal carcere “Carnalevari” che ha rubato il maiale al macellaio di Monteleone, infatti, il personaggio della “‘zza vecchija” porta una “tiana”, ovvero una pentola di terracotta, piena di maccheroni e polpette al governatore, convincendolo così a prosciogliere il figlio entro sera.
Visto il tipo di critica sociale messo in scena dalla farsa, non pensa che sia anche la difficoltà ad attualizzarla che la sta facendo scomparire?
Ha proprio centrato il problema. Quella della farsa è una tradizione che non si riesce a mantenere viva perché l’evoluzione delle dinamiche sociali, soprattutto in una realtà complicata come quella calabrese, ci fa temere che scontrarci con la realtà attuale possa costarci molto. Dovremmo tuttavia avere il coraggio di mettere da parte questa paura, perché la farsa può dare ancora molto alla nostra società, anche se il ritorno alla normalità del lunedì potrebbe costare qualche sguardo bieco agli attori.
Eppure, a giudicare dal successo di pubblico, come quello fatto registrare la scorsa settimana a Gioiosa, si direbbe che la farsa non conosca crisi.
È vero, il pubblico partecipa sempre in modo numeroso, ma bisognerebbe inventarsi qualcosa di nuovo per poter attrarre i bambini e, soprattutto, le donne. Come nell’antica Grecia il teatro era precluso al genere femminile, infatti, anche la farsa veniva considerata una cosa da uomini o, peggio ancora, da ubriachi. Innanzitutto perché, essendo fatta in maniera conviviale, in piazza, la calca che si formava attorno agli attori rendeva difficile alle donne potersi avvicinare, ragion per cui ho spesso avanzato l’idea che si facessero rappresentazioni anche al chiuso, in teatro; in secondo luogo perché gli attori erano esclusivamente di genere maschile. Lo stesso personaggio della “‘zza vecchija” che, a seconda delle rappresentazioni poteva essere la nonna, la madre o la sorella di “Carnalevari”, era interpretata da un uomo.
Ha detto poco fa che la farsa veniva considerata “cosa da ubriachi”. Perché?
Si diceva che fosse una “recita da ubriachi” perché veniva tramandata oralmente nelle bettole in cui si beveva vino e si giocava a carte. Chi rimaneva colpito dalla rappresentazione dopo averla vista, infatti, la imparava a memoria e, tornato in paese, dove erano quasi tutti analfabeti, la faceva imparare a un gruppo di amici per portarla in scena e adattarla alle dinamiche della propria città di residenza. Per realizzare la rappresentazione, inoltre, servivano giovani ardimentosi: i Carabinieri di Gioiosa, infatti, ogni volta che si doveva portare in scena una farsa, pretendevano di leggere il copione e, in sua assenza, che la prima recita venisse fatta davanti alla caserma il giovedì sera, per assicurarsi che la rappresentazione non cozzasse con la pubblica morale. Solo le farse edulcorate potevano andare in scena la domenica e se non si stava attenti si rischiava la censura… o peggio. Questo avrebbe spinto un sacco di giovani “spacconi” a proporsi come attori per dare prova di coraggio al paese ma, con il passare del tempo, la paura ha preso il posto di quell’ardimento.
La scuola o i corsi di recitazione non potrebbero rappresentare una speranza per il recupero di questa tradizione?
Spero sempre che la scuola possa rendere i bambini sensibili a questo tipo di tradizioni, ma il lavoro da fare sarebbe molto più complesso e dovrebbe riguardare anche un recupero del dialetto, oggi visto come una lingua della quale vergognarsi, ma che dovrebbe invece essere studiata per non perdere la nostra identità. Senza dialetto, infatti, non può esserci farsa, oggi soppiantata a scuola dalla messa in scena di recite che hanno per protagonisti altro tipo di personaggi. Le scuole di teatro potrebbero rappresentare la soluzione ma, in una società in profonda crisi come la nostra, i giovani sono giustamente alla ricerca di un lavoro che dia loro da mangiare prima di impiegare il proprio tempo con la recitazione di una commedia tradizionale che non uscirà mai dalle mura del proprio paese. Per questo ho spesso cercato di convincere l’Amministrazione Comunale a dare un compenso ai giovani che mantengono vive queste tradizioni.
E la politica si è dimostrata sensibile all’argomento?
Sì, molto. Ma le risposte non riescono ad essere adeguate per l’annoso problema dei fondi pubblici, ecco perché non si è mai potuto dare seguito alla mia idea. Un vero peccato, perché sono certo che una migliore pubblicizzazione di questa tradizione potrebbe creare anche un notevole indotto turistico, che oggi soffre tremendamente l’assenza di un’offerta adeguata. Oggi chi viene a Gioiosa si limita a fare la fotografia e ad andarsene, eppure avremmo così tanti tesori nascosti da mostrare a chi viene a trovarci…

Autore: 
Jacopo Giuca
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