Tot capita tot sententiae

Dom, 06/01/2019 - 17:20

Prendendo a prestito il titolo di un romanzo di Hans Hellmut Kirst, ha creato subbuglio nella piccola città di Marina di Gioiosa Jonica (né poteva essere diversamente!) la notizia, apparsa negli ultimi giorni dello scorso anno sulle pagine dei giornali e nelle testate giornalistiche televisive dell'universa Italia, relativa all'inchiesta sulla tragedia di Rigopiano nella quale il 18 gennaio 2017 persero la vita per schiacciamento, ipotermia e asfissia, ben ventinove persone.
Le indagini fin qui svolte ipotizzano, stando alla notizia diffusa, alcune responsabilità in capo, tra gli altri, anche al vice prefetto, all'epoca dei fatti, della provincia di Pescara, oggi Prefetto vicario di Crotone nonché componente della terna commissariale nominata dal Ministro dell’Interno per reggere il Municipio di Marina a far data dallo scioglimento di quella Amministrazione con il sospetto non ancora provato di essere infiltrata dalla malavita organizzata.
Amministrazione della quale, tanto perché non si pensi che io voglia nascondermi dietro il dito, fui componente.
Se con onore attendo il responso dell'oracolo romano (TAR) hic manendo optime.
In conseguenza di questa premessa sia chiaro, dunque, che non ho preso carta e penna  per urlare il manzoniano “dagli all'untore” nei confronti di chi si trova a dover difendere la propria dignità e il proprio onore da quale che sia sospetto o, peggio, accusa.
Vai a patùtu e non jìri a medicu, dicevano i nostri vecchi, e, da patùtu, mi identifico nella condizione del Dottor Mazzia che di prenome fa Sergio ed è mio omonimo, e piacevolmente gli ricordo che un Sergio è innocente a prescindere.
Sono certo che nelle sedi opportune, come i miei colleghi di Amministrazione e io stiamo facendo, saprà tutelare e difendere l'una e l'altro e a questa certezza unisco l'augurio di un facile successo ben comprendendo come possa essere difficile addormentarsi con la vergogna di una simile ipotesi di reato pendente sul collo.
A me interessa, invece, sottoporre all'attenzione di chi più di me ne sa la seguente domanda:
L'Amministrazione Vestito è stata sciolta sulla base di un accertamento condotto attraverso l'esame di delibere, decisioni, atti e quant'altro, comprese relazioni di forze di polizia contenenti deduzioni derivate da collegamenti forzati, impressioni fantasiose e premesse non sottoposte al vaglio di stringente critica oggettiva.
Evito di portare esempi che chiunque voglia può approfondire.
Nessun contraddittorio, nessuna richiesta di giustificazioni, nessuna possibilità di difesa nel corso dell'indagine, nessuna imputazione, nessun addebito di responsabilità penali.
Quelli amministrativi hanno la consistenza dell'aria fresca.
Fatta la tara di quello che non è dato sapere, il Dottor Mazzia, allo stato attuale, sembrerebbe essere in una situazione un tantinello più critica di quella dei consiglieri dell'Amministrazione Vestito.
Venendo alla domanda delle cento pistole tanto cara a Sandro Paternostro, dunque, il Dottor Mazzia deve, può, dovrebbe, potrebbe, ditemi voi, essere anch'egli rimosso dal suo incarico analogamente a quanto accaduto all'Amministrazione Vestito?
E, se no, in base a quale codicillo, nota, capocchia di spillo, eccezione, discrimine, pagliuzza, pizzu 'i timpa?
E, se esistessero, in realtà, tutte queste possibilità o anche una sola, dovremmo cominciare a convincerci del fatto che il nostro non può continuare a essere considerato uno Stato di Diritto così come la nostra Repubblica non può dirsi fondata sul lavoro?
E chi spiegherà al Renzo che è in noi che non è vero che la Legge per i poveri diavoli è meno uguale e che non si risolve tutto con due capponi?
E come la mettiamo con i Tedeschi che un giudice a Berlino lo troveranno sempre mentre noi ne abbiamo tanti dappertutto ma tutti insieme fanno la grande giostra del tot capita tot sententiae?
Mi creda, Dottor Mazzia, contro di Lei non ho assolutamente niente, non so nemmeno che faccia ha e, quindi, non può starmi nemmeno antipatico a pelle, ma questo non può impedirmi di riflettere sul fatto che sia estremamente ingiusto che Lei e Noi siamo diversi di fronte all'idea, platonicamente parlando, del Diritto e provocatorio ancor più che questa sperequazione venga posta in essere a favore di chi appartiene alla categoria che applica le misure dalle quali è al riparo.
Ripeto che non provo alcun sentimento ostile nei suoi confronti ma giuro che  comincerei a provarne uno assolutamente positivo se domani apprendessi che ha rassegnato, con encomiabile dignità, le dimissioni.
Al contrario di quanto fanno tutti coloro i quali, ricoprendo incarichi di prestigio, come il Suo, in situazioni come la Sua dicono di avere fiducia nella Giustizia ma rimangono pervicacemente e saldamente abbarbicati al posto che occupano.
Sarebbe il mio eroe e lo diventerebbe anche per i miei nipotini quando glielo raccontassi.

Autore: 
Sergio Salomone
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