Un villaggio siderurgico nel “Bosco di Stilo”

Dom, 01/09/2019 - 12:40

La Calabria a fianco dei propri beni monumentali e archeologici, memorie di un illustre trascorso storico, da oltre un trentennio “offre” alla cultura mondiale le emergenze archeologiche-industriali legate al mondo produttivo che in passato dava un notevole contributo alla società del Sud Italia, quando la Calabria era tra le regioni più industrializzate della penisola.
In particolare l’area attraversata dalle fiumare Allaro-Stilaro-Assi, che dalle Serre Calabre si affaccia sul mare Ionio, conserva moltissimi resti archeologici e monumentali, legati al trascorso industriale del comprensorio, oramai conosciuto come la “culla” della prima industrializzazione meridionale.
Miniere, ferriere, fonderie, fabbriche d’armi, villaggi siderurgici e minerari, ecc.
Mongiana, Pazzano, Stilo, Guardavalle, Caulonia, Monasterace, Camini, erano i centri urbani interessati nelle varie epoche dalle attività estrattive e siderurgico-armiere in Calabria.
Molto è stato distrutto dalla stessa industria che si evolveva e di conseguenza cancellava il proprio passato. Molto è stato distrutto dall’uomo dopo la chiusura dei siti industriali. Molto dalla natura che si è riappropriata di quanto era suo, ma che in alcuni casi ha protetto le antiche vestigia delle industrie attive in passato.
Tra le tante, da poco è riemerso dall’obblio il villaggio siderurgico sito nei “piani della chiesa vecchia” nelle montagne di Stilo.
Il sito culturale è tra i più importanti a livello mondiale, in quanto è un villaggio siderurgico settecentesco, che conserva le antiche aree di lavoro: un altoforno unico in Italia, la chiesa e la vestigia del palazzo amministrativo e altre aree di lavorazione.
L'interessante reperto di archeologia-industriale, è stato scoperto nel 1985 nei boschi di Stilo, a seguito di ricerche, mirate alla conoscenza di tracce del passato siderurgico del comprensorio. Altre ricerche, hanno consentito di ritrovare ulteriori testimonianze (ferriere, miniere, forni di arrostimento) presenti in determinate aree delle Serre Calabre.
Il forno fusore, presente nell’area, almeno in una ben determinata fase storica, fu parte costituente e centro nevralgico delle così dette "Vecchie Ferriere di Stilo". Esso è da collocarsi, come data di costruzione, sul finire del 1700, inizi dell'800, ossia alla seconda fase di re-industrializzazione dell'area di Ferdinandea, voluta dal governo francese, (periodo murattiano), quando si decise di incentivare le produzioni nel vecchio sito industriale, dopo aver prima paventato e poi accantonato l'idea di dismettere le industrie di Mongiana.
A tale scopo le antiche ferriere furono tutte restaurate, furono costruiti forni di prima e seconda fusione e fucine di raffinazione.
Il forno fusore, anche se allo stato di rudere, rappresenta un unicum nel settore in tutta Italia, soprattutto per la tipologia a cui appartiene.
Un finanziamento, di ben 500.000 euro è stato destinato dalla Regione Calabria, all’allora assessore Mario Caligiuri, che ha consentito di programmare i lavori. Questi, sono stati eseguiti dalla sovrintendenza Calabrese, nella quale si confidava per un lavoro fatto a regola d’arte. La fase dello scavo archeologico è stata eseguita al meglio di quanto si potesse fare, quello che lascia a desiderare è altro!
A distanza di appena due anni dalla fine dei lavori, l’area archeologia è in totale abbandono. Arbusti, alberi, rovi, rendono invisibile e poco leggibile il sito. Cartelli poco didattici, non si ha la percezione di cosa si stia visitando. A fine lavori nessuna azione di promozione dello scavo e del sito è stata organizzata per far conoscere alla popolazione delle Serre Calabre questo nuovo “oggetto” culturale. Nessuna comunicazione pubblica di ciò che si è fatto né di cosa sia emerso. È mancata la fase di protezione fisica dei beni emersi. L’altoforno, unico nel suo genere, rimane puntellato sine die con antiestetici tubi innocenti ed è lasciato alle offese delle intemperie montane. La chiesa e il palazzo amministrativo, idem. Alcuni reperti interessanti sono spariti dall’area. Rubati o depositati in qualche stanza di qualche edificio? Non ci è dato sapere!
Se così si devono spendere i soldi pubblici, e non da parte di un comune che potrebbe essere tacciato di incompetenza scientifica, ma da coloro che dovrebbero saper tutelare al massimo la cultura italiana, mi viene da dire che forse sarebbe meglio in futuro spendere i soldi pubblici altrove e che sarebbe stato meglio lasciare il villaggio siderurgico protetto dall’abbraccio materno della natura che ce lo aveva consegnato, in attesa di “menti” migliori.

Autore: 
Danilo Franco
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