Una cauloniese ne “La grande bellezza”

Sab, 15/02/2014 - 12:12
La cantante Manuela Dimasi ha partecipato all’ultimo film di Paolo Sorrentino: «Io, orgoglio calabro a gogò! Però: essere dovuta andar via per avere un’occasione così»

Prima che caos e desolazione sommergano tutto ne “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, scorrono tre minuti di sacra quiete, “I lie” di David Lang, algida, risuona nel torrido cielo del Gianicolo. Tra le otto coriste Manuela Dimasi, Caulonia. Raggiungo Manuela al telefono, tra un impegno di lavoro e l’altro. Insegna musica nelle scuole, a Torino. Mi racconta di questa breve ma intensa esperienza, di come trovarsi catapultata in un sogno.

È iniziato tutto grazie al Torino Vocal Ensemble, il coro di cui faccio parte dal 2005. Carlo Pavese, ci dice durante una prova: “Ho ricevuto una telefonata da Carlo Boccadoro che è stato contattato da Sorrentino per la colonna sonora di un film che deve girare”. Pavese ha chiesto chi voleva partecipare, ma era solo per una registrazione. Io ho alzato la mano.


Quando tutto questo?
Nel 2012. Noi studiamo il brano. È molto complesso, con dissonanze pazzesche, ma bellissimo, in yiddish. Poi arriva una aiuto regista di Sorrentino e ci fa un provino a casa di Pavese. Ci ascolta, ci fa delle riprese video individuali e ci prende anche le misure. Ci chiediamo cosa c’entrano le misure per la musica. La risposta è stata che Sorrentino voleva vederci e non soltanto sentirci. Finita lì. Un giorno di agosto, ero a Caulonia al mare e mi chiamano. Era la produzione di Roma che ci voleva per fine mese lì per le riprese di scena.

Nell’arco di un mese è cambiata la prospettiva.
A Roma proviamo il brano e i costumi, ma le riprese saltano perché diluviava, e quella scena iniziale prevede una giornata di sole. Torniamo a Torino dove registriamo in sala d’incisione il brano. Il 16-18 ottobre ci chiamano per le riprese. Sorrentino voleva farci cantare dal vivo, ma era impossibile, troppo rumore, la fontana, il traffico.  Lui è gentilissimo. Di musica ne capisce e gli è piaciuto tanto il modo in cui cantavamo, ma non solo, quando ha visto le nostre facce ci ha volute in scena. Lui voleva che noi rappresentassimo una parte aulica, eterea che cozza con la quotidianità dei turisti. Voleva che rappresentassimo la sacralità delle bellezza.

Le grandi cose avvengono sempre così.
Un insieme di piccoli particolari. Quando ho concluso con l’Arlesiana Chorus Ensemble, a Roccella, mi dicevo: cosa faccio? Anche qui a Torino, tutta una coincidenza. Carlo Frascà mi aveva segnalato di Pavese. Aveva bisogno di alcune voci per una tournée all’estero.
 

Un dietro le quinte?
Mi sono sparata una figuraccia! Non l’ho riconosciuto, non sapevo chi fosse. Erano le sei di mattina, dentro dei container, faceva freddo, mi ero tolta le scarpe. Si apre la porta ed entra Luca della produzione con un tizio col sigaro. Rimangono sulla porta e questo qua fa: Volevo solo vedere le coriste, se è tutto a posto - pensavo che fosse uno dei truccatori o della produzione - vi posso vedere tutte in piedi? - io non mi alzo -  Magari anche la signorina… E vabbé (io). Ha freddo signorina (lui)? Abbastanza (io). Anche noi (lui). Sì, ma voi siete vestiti (io. Noi eravamo in tailleur, col collant). Ha riso e mi ha fatto l’occhiolino. Quando chiude la porta la collega mi dice chi era quello! Arrivati sulla scena mi ha dato un’occhiata e si è messo a ridere.
 

Un’altra virgola e la scena si faceva con sette coriste…
All’inizio del film c’è questa scena d’estate piena e invece quel giorno lassù si gelava. Finita la ripresa correvano a portarci i cappotti.
 

Bella l’emozione di sentire: Motore! Azione!
Sorrentino non è dietro la camera da presa ma da una postazione guarda in uno schermo e dà le indicazioni ai cameramen. Quella è la prima scena ma l’hanno fatta l’ultimo giorno, con noi hanno chiuso le riprese e infatti erano tutti stravolti.
 

È un classico.
È stato carino a novembre quando a Torino che c’è stato il Film Festival. Ero davanti a una cioccolateria. Mi giro e c’era lui con la moglie e la figlia perché era lì presidente del festival. Mi avvicino, ma lui si è ricordato subito: ma certo la corista! Ho appena finito di montarti!
 

Un bel privilegio davvero…
E anche umanamente: trattava noi pacato e tranquillo anche se era distrutto. Era ventiquattro, quarantottore che non dormiva perché avevano girato tutto il tempo, visto che ci sono molte scene in notturna. Durante la ripresa vedevamo che erano tutti molto entusiasti. Uno della produzione mi ha detto: questo vedrai che sarà un gran film. Paolo ha fatto un capolavoro. Quando è uscito a maggio abbiamo capito che sarebbe andato lontano, ma pensavamo che si fermasse a Cannes, non pensavamo che uscisse oltre Europa. Io, orgoglio calabro a gogò! Però: essere dovuta andar via per avere un’occasione così!
 

Soprattutto dopo le tante cose importanti e coraggiose fatte con l’Arlesiana.
Cosa avevamo noi in meno? La maturità? Non lo so. Se ne parla con gli altri del vecchio coro. Abbiamo pagato un prezzo altissimo rispetto ai nostri limiti di allora. Sfortuna, alcuni errori, ma in un ambiente come questo è fatale. Pensa se non avessi alzato la mano, potevo rifiutarmi come hanno fatto altre. Un treno passa e lo perdi.
È che giù ogni errore lo paghi doppio.
Giù non passano treni ma littorine e se non prendi quella non passerà nient’altro.

Autore: 
Daniele Mangiola
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