Viaggio nel tempo il processo Armonia (II parte)

Lun, 27/05/2019 - 18:00
Giudiziaria

Come già anticipato nella prima parte della scorsa settimana all’interno dell’evoluzione della ’Ndrangheta c’è il processo “Armonia”, conclusosi in primo grado per alcuni imputati con la sentenza del g.u.p. di questo Tribunale del 6 giugno 2001 e per altri, tra cui il boss Giuseppe Morabito, con la sentenza del medesimo Tribunale (in esito a giudizio dibattimentale) del 26 ottobre 2002.
Nel processo di secondo grado la Corte d’Appello di Reggio Calabria (sentenza 4 maggio 2004, n. 714, in faldone 59) ha osservato che, alla luce della deposizione del commissario Trotta e delle conversazioni intercettate sull’autovettura in uso a Maisano Filiberto, pur non potendosi ancora affermare con la necessaria certezza la prospettata esistenza di una struttura di vertice, stabilmente sovraordinata alle strutture territoriali (anche per il sopravvenuto giudicato del giudizio abbreviato, che aveva concluso in tal senso), ben poteva sottolinearsi “l’esistenza, nell’organizzazione ‘ndranghetistica, di un processo evolutivo di tipo piramidale, proteso in direzione di un maggiore accentramento soprattutto in relazione alle decisioni più importanti e delicate, in vista del raggiungimento di quegli obiettivi tipici dell’associazione mafiosa, ed anche al fine di garantire la sopravvivenza e la prosperità dell’ istituzione ‘ndrangheta”. Ha aggiunto che “tale processo evolutivo, che sfruttava la spontanea quanto naturale tendenza al confronto tra le cosche della “Provincia”, aveva raggiunto contorni tali da consentire già l’affermazione dell’esistenza di un organismo collegiale egemone sui locali di ‘ndrangheta ricadenti nella zona del versante jonico della provincia reggina, quale potesse essere la sua più corretta denominazione (il CRIMINE, il PADRINO, la PROVINCIA)”.
Assolutamente illuminante (anche nella prospettiva dell’esame del compendio probatorio del presente processo) è l’affermazione secondo cui “i termini con cui i conversanti dialogano di attribuzioni di cariche, di efferati fatti di sangue, di controllo delle attività economiche, di micidiali armamenti, di possibili chiusure di mandamenti, di progressione nelle gerarchie mafiose, di rapporti con organizzazioni similari, di imposizioni di pax mafiosa, nonché il rispetto con cui anche i più autorevoli esponenti mafiosi circondano la sempre incombente figura del latitante Morabito Giuseppe, non lasciano invero dubbi sul fatto che quel “fenomeno evolutivo di tipo piramidale” di cui si parla negli atti giudiziari non consista in un’elegante esercitazione dialettica, ma tratteggi invece, in maniera incisiva, un’allarmante realtà mafiosa in continuo divenire. Realtà mafiosa che matura, in misura sempre più crescente, il convincimento che il rigido arroccamento in limitate realtà territoriali locali – tipica espressione della ‘ndrangheta calabrese mediante il quale si è fino a quel momento affermato e mantenuto il prestigio dell’organizzazione e quello personale dei suoi adepti - può rappresentare anche una limitazione operativa in relazione ai più ampi orizzonti che si chiudono per effetto dei grandi flussi di denaro, vuoi connessi a stupefacenti, vuoi ad armi od altri grandi traffici illeciti, ovvero per effetto di interventi su decisioni economiche che non possono rimanere circoscritte ad un piccolo fazzoletto geografico”.

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