Vincenzo Staiano: “Roccella è la porta da cui entrerà il jazz in Italia”

Dom, 10/06/2018 - 11:40

Con l’arrivo dell’estate cresce l’attesa per il Roccella Jazz Festival, che possiamo ormai considerare un grande classico della bella stagione locridea. È da diversi anni, ormai, che le viene affidata la direzione artistica dell’evento. Come l’ha visto evolversi in questo lasso di tempo?
È certamente cambiato dal punto di vista strutturale, ma non da quello qualitativo e programmatico. A partire dalla seconda metà degli anni ‘80, con compiti diversi, ho sempre avuto un ruolo nella direzione del Festival e mi piace associare la mia esperienza personale alla storia artistica stessa del Roccella Jazz. Per questo, da quando mi è stata affidata la direzione esclusiva, ho cercato di mantenere viva la formula vincente che ho contribuito a creare, dominata da produzioni originali, che vedono il jazz associato ad altre forme espressive, e dall’attenzione verso i talenti emergenti e i musicisti locali. La presenza di grandi star del panorama jazzistico internazionale completa poi il quadro. I cambiamenti, pertanto, sono dovuti alla consistente riduzione dei fondi, alla nuova struttura organizzativa e alla diversa visione culturale e organizzativa che chi dirige si porta dietro. Dobbiamo essere orgogliosi, comunque, che l’edizione dell’anno scorso sia stata realizzata in dieci giorni e con un terzo del budget impegnato in passato, venendo giudicata di grande qualità come confermato dalla ricca rassegna stampa (più di 200 articoli sui media nazionali) e dalla grande partecipazione di pubblico malgrado la mancanza di tempo per promuovere adeguatamente l’evento.
L’anno scorso il Festival è stato teatro di due produzioni originali dedicate a Rino Gaetano, vera e propria mascotte della XXXVII edizione. Anche quest’anno vi farete guidare dalla stella di un grande della musica?
La scelta dell’anno scorso ci ha consentito di ricevere grande attenzione grazie alla popolarità di questo artista calabrese. Quest’anno la stella che ci guiderà si chiama Frank Zappa e l’abbiamo trovata tra i grandi italiani che hanno avuto un successo oltreoceano. Il tema scelto quest’anno “Italians”, ci permetterà di riscoprire anche in questo caso non un jazzista a tutto tondo, ma un esponente della musica pop e rock degli anni ‘70 che, in qualche modo, somiglia a Gaetano. Infatti, anche se la statura e l’approccio musicale sono diversi, Frank Zappa e Rino Gaetano hanno in comune l’essere stati due dissacratori di professione, insofferenti alle regole imposte dal sistema e non a caso soggetti entrambi a censura. A Zappa saranno dedicati due concerti e un film. Avevamo anche programmato la presenza del figlio Dweezil, ma qualche settimana fa, per ragioni di carattere organizzativo, abbiamo dovuto rinunciare.
Dopo una “fase di rodaggio”, durante la quale avete lasciato spazio ai nuovi talenti, la sezione “Rumori mediterranei” del 2017 è stata inaugurata dalla grande Antonella Ruggiero e ha ospitato artisti dal calibro impressionante. Anche quest’anno dividerete il Festival in due sezioni e quali grandi nomi hanno accettato il vostro invito?
L’edizione estiva del Festival sarà suddivisa in cinque sezioni con importanti novità, a cominciare dai concerti che si svolgeranno nel mese di luglio. Si comincia l’8 al Teatro al Castello con la Premiata Forneria Marconi, a conferma di una tradizione non prettamente jazzistica che nel passato ha registrato la presenza di grandi artisti come Noa, Vinicio Capossela, Piero Pelù e Nicola Piovani. Altra novità sarà costituita dalla rassegna “Rear windows – La finestra sul cortile”. Nei giorni 13 e 14 luglio, infatti, si tornerà nel “mitico” cortile delle scuole elementari (che ha ospitato il Festival negli anni ’80) con due serate dedicate al giovane jazz italiano. Ad aprire la rassegna sarà il trombettista Gabriele Mitelli, astro nascente del jazz nostrano coinvolto in un progetto originale insieme al Matteo Scarfò. Si riprenderà poi ad agosto con il tradizionale “Jamming Around”, nell’ambito del quale, il 12 e 13 agosto, il Porto delle Grazie ospiterà Enzo Pietrapaoli e Deborah J. Carter. Il Festival si sposterà poi a Largo Colonne il 15, con concerti che vedranno protagonisti, fino al 17, una serie di gruppi di primo piano del jazz italiano. Dal 18 al 22 ci sarà, infine, la tradizionale sezione del Teatro al Castello, che vedrà la partecipazione di grandi stelle del panorama jazzistico nazionale e internazionale. Al momento hanno confermato la loro presenza il quintetto del cantante apolide Anthus, una formazione blues guidata da Baba Sissoko e Mighty Mo Rodgers, il duo Claudio Cojaniz - Alexander Balanescu, il quintetto della cantante italo-brasiliana Rosalia De Souza, una formazione guidata da Daniele Sepe e Dean Bowman, il possente quartetto di William Parker con Cooper More, James Brandon Lewis e Hamid Drake, la strepitosa band di Ray Gelato and the Giants e il quintetto di Nicky Nicolai e Stefano Di Battista. Comunque, la parte del leone la faranno Parker, Brandon Lewis e Drake che, oltre a far parte di più formazioni, parteciperanno al Roccella Jazz Summer Campus, un insieme di attività didattico-formative, conferenze e proiezioni che narreranno il ruolo avuto dagli italo-americani nella nascita e nello sviluppo del jazz.
Il Roccella Jazz Festival ha insegnato alla Locride ad apprezzare non solo il Jazz, ma anche il Pop, la musica etnica e d’autore. I tempi sono maturi per sperimentare anche nuovi generi?
Il Festival ha esteso il suo raggio d’azione con varie iniziative, come la presenza al Balkan Jazz Showcase che si è svolto ad aprile in Albania per annunciare la nascita di un network internazionale, al quale ho partecipato come consulente. Si tratta di un progetto che mira a costruire una rete dei Festival del Jazz dei paesi balcanici che potrebbe consentire a Roccella di diventare la “porta” attraverso la quale entra in Italia la musica jazz prodotta in questi Paesi. In questa edizione, infatti, ospiteremo l’AJS Trio di Gent Rushi, il miglior gruppo albanese del momento. Il “ponte” con Tirana e lo stesso Balkan Network potrebbero consentire al jazz italiano, invece, di essere messo in rete con quello di altri 15 Paesi.
Dopo la scomparsa di Sisinio Zito ci raccontò che l’edizione dello scorso anno sarebbe stata il vero banco di prova di un Festival Jazz orfano del suo ideatore. A un anno di distanza come valuta l’ultima edizione della kermesse?
La scomparsa di Zito ha segnato la fine di un’era dal punto di vista organizzativo. Infatti è cambiato tutto dopo che è stata sciolta l’ACJ, associazione da lui presieduta, che ha fondato la kermesse e l’ha portata al successo. Dopo il tragico evento l’intera gestione è passata nelle mani del Comune di Roccella Jonica che, grazie a un finanziamento triennale della Regione Calabria, è riuscito a tenerlo in vita e a prospettarne un futuro diverso. L’anno scorso, per la prima volta, un’edizione del Festival è stata realizzata da uno staff quasi completamente locale, costituito, in gran parte, da personale messo a disposizione dallo stesso Comune. A partire già da quest’anno, invece, un’importante svolta a tutto l’assetto organizzativo potrebbe essere data dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che nel passato è stato il principale finanziatore del Festival. Il Comune, infatti, ha riproposto al Ministero il progetto sospeso dopo lo scioglimento dell’ACJ ed è in attesa di un responso che gli consentirebbe di riallargare la base finanziaria della manifestazione, garantendo la rinascita della stagione concertistica e la realizzazione di una grande edizione del Jazzy Christmas.
Che cosa rimarrà sempreverde anche nel futuro del Festival e cosa, invece, vorrebbe veder cambiare?
Down Beat ha confermato nella guida mondiale dei Festival l’inclusione del programma di Roccella Jazz, unica manifestazione del sud d’Italia a essere inserita in questo importante inserto pubblicato dalla più prestigiosa rivista di settore del mondo. Ciò impone che nel futuro la manifestazione mantenga il privilegio ottenuto conservando la formula che l’ha reso vincente. È questo l’elemento che deve restare sempreverde. Un “brand” ormai consolidato può essere modificato solo in alcuni aspetti e con grande accortezza. Per questo motivo ritengo che la musica improvvisata, nelle diverse espressioni contemporanee, debba restare al centro della programmazione. Cambierei, invece, l’attuale assetto amministrativo. Sarebbe opportuno, infatti, che a gestire il Festival fosse un soggetto autonomo di proprietà del Comune, in grado di operare senza troppi vincoli burocratici.

Autore: 
Jacopo Giuca
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