Wanda Ferro su legge scioglimento amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose

Sab, 05/05/2018 - 10:00

La riapertura del dibattito politico sul tema dello scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose mi dà l’occasione per riproporre alcune considerazioni che avevo esternato alcuni mesi fa, all’indomani del commissariamento di importanti comuni calabresi. Vicende che non ho mai giudicato nel merito, ma che in generale dimostrano come, dopo aver colpito la parte politica, non ci sia un intervento efficace all’interno dei gangli della burocrazia, in cui spesso si annidano le ingerenze della criminalità e del malaffare. Le esperienza degli anni passati, e il ripetuto commissariamento di diversi Comuni, hanno dimostrato che non basta mandare a casa sindaci e consiglieri comunali se poi si lasciano le mani libere a funzionari collusi che hanno persino maggiori possibilità di favorire la realizzazione degli interessi criminali. Il commissariamento dei comuni ha certamente frenato, di volta in volta, il soddisfacimento di appetiti criminali, ma nel suo complesso non ha indebolito le cosche egemoni nei territori e soprattutto non ha reso le amministrazioni impermeabili alle infiltrazioni. A 27 anni di distanza dall’entrata in vigore della norma sullo scioglimento dei comuni, è giusto interrogarsi se oggi questo strumento sia attuale ed efficace, o se va migliorato considerato che il suo prezzo è quello della sospensione della rappresentanza e del controllo democratico dei cittadini sulla gestione della cosa pubblica, oltre che quello di aggravare la situazione gestionale degli enti. Innanzitutto occorre riflettere sulla natura del provvedimento di scioglimento, che secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale si è evoluto dal suo carattere sanzionatorio a quello preventivo. Ciò incide sul tema del controllo di legittimità di un atto amministrativo che, seppure innescato dalla rigorosa attività di indagine della magistratura e delle forze dell’ordine, rischia nella sua fase decisionale di essere condizionato da interessi di natura politica, ma rileva anche sulla questione della collegialità della responsabilità e delle sanzioni. Sanzioni che probabilmente dovrebbero avere carattere maggiormente personale, e rispetto alle quali bisognerebbe estendere la possibilità di effettiva difesa, con garanzia di terzietà dell’autorità giudicante, seppur contemperata con l’esigenza di rapidità dell’intervento, che non è evidentemente compatibile con i tempi della giustizia. Certo non è semplice bilanciare l’esigenza di tutelare diritti politici costituzionalmente garantiti e quella di contrastare gli interessi criminali, ed è chiaro che le misure più efficaci sui temi della legalità e della sicurezza sono quelle che hanno l’effetto di comprimere diritti. Ma uno Stato credibile non può dare l’idea di adottare, di fronte al rischio di condizionamento di un’amministrazione, la soluzione sbrigativa di mandare tutti a casa e poi si vedrà, senza accompagnare l’ente, ma è giusto dire l’intera comunità, in un processo di emancipazione e di liberazione dalla cappa mafiosa. Al cittadino deve essere assicurata la possibilità di rapportarsi alle istituzioni, e quella del municipio è la prima porta alla quale si bussa per proporre istanze e chiedere la soluzione di problemi che incidono sulla vita quotidiana. Solo così ciascuno il cittadino può sentirsi parte attiva e significativa di una comunità. In tal senso sono condivisibili le considerazioni del procuratore Gratteri, secondo cui i commissari prefettizi devono avere più ampi poteri di programmazione e gestione, e soprattutto devono potersi dedicare a tempo pieno all’attività amministrativa: il cittadino non deve avere l’idea che un comune commissariato sia un comune chiuso per inventario. Ma soprattutto occorre prevedere la possibilità di intervenire sull’apparato burocratico per rendere effettiva l’esigenza di prevenzione. Tutto ciò è indispensabile, ma non è da solo sufficiente ad una efficace politica di contrasto alla pervasività della criminalità organizzata. Il vero problema è quello del funzionamento della democrazia in molte realtà, e la questione investe le responsabilità della politica e dei partiti, che devono andare ben oltre le valutazioni degli aspetti di rilevanza penale. Ho più volte detto che i partiti politici hanno un ruolo prezioso nella scelta della classe dirigente e nella selezione delle candidature, e sono felice che anche l’on. Viscomi lo abbia rimarcato. Rifiutare i voti della criminalità organizzata significa avere anche il coraggio di rinunciare al contributo di chi è capace di ottenere un grande consenso in maniera non del tutto chiara e trasparente. Nessuno è immune dalla possibilità di sbagliare, ma chi fa politica e conosce il territorio, conosce le storie delle persone, non ha bisogno del certificato del casellario giudiziario per decidere chi candidare. Bisogna stroncare la sopravvivenza di una classe politica che ha il solo obiettivo della ricerca del consenso, e che per ottenerlo non ha scrupoli nello scendere a patti con criminali o faccendieri. Una politica che ha interesse a tenere frenato il progresso economico del territorio, perché è alimentando lo stato di bisogno dei cittadini che si riescono a far girare i meccanismi degenerati di acquisizione del consenso, quelli che favoriscono il mercimonio delle preferenze, il trasformismo, lo svilimento del dibattito politico, la strumentalizzazione dei ruoli istituzionali e la corruzione dei meccanismi di selezione interna dei partiti. Come ho più volte ripetuto, la buona politica è quella che vuole innanzitutto liberare i cittadini da quel bisogno che diventa bacino di consenso, e toglie la libertà di scegliere i propri rappresentanti in base al contenuto delle proposte politiche, alla qualità e al merito. E’ giusto, come sottolinea il collega Viscomi, che i partiti competano sulla qualità della rappresentanza. Accanto a questo è necessario che i cittadini abbiano la consapevolezza della propria responsabilità, perché la mafia e la cattiva politica non sono una maledizione alla quale siamo condannati, ma sono fatti umani, per usare le parole di Giovanni Falcone, ai quali si porrà fine non con gli eroismi, né con il solo lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine, né approvando leggi più o meno efficaci, ma decidendo tutti, nelle scelte di ogni giorno, di stare dall’altra parte, senza incertezze o ambiguità.

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