Zico o Austria. Gli Italiani, il Calciomercato e la Prima Repubblica

Dom, 15/07/2018 - 18:00

La questione calcistica, in Italia, è preminente a tutte le altre questioni. Anche a quelle ataviche e irrisolte. La questione sociale, quella meridionale, del fisco e persino della prima casa vengono dopo. Passano irrazionalmente in second'ordine, da sempre. Anche ai tempi della prima repubblica del pallone, le cose andavano così.
Cristiano Ronaldo è un giocatore della Juve. Un affare da cifre folli, a fronte di uno scenario di crisi occupazionale e salariale forse senza precedenti. Ad ogni modo, un grande colpo per la signora e per il calcio italiano. Dicono anche per l'economia del Paese, ma - non avendo dimestichezza minima con la materia - preferisco andare oltre. Anzi, preferisco tornare indietro, alla prima repubblica appunto.
Correva l'anno 1983, ogni club poteva tesserare fino a due stranieri e la FIGC aveva fissato il 13 giugno, come termine improrogabile per il deposito dei contratti relativi ai neoacquisti dall'estero. Intanto Craxi si preparava alla scalata a Palazzo Chigi - la prima per un leader socialista - che sarebbe avvenuta nei primi giorni di agosto, quando gli italiani affollavano i litorali con i loro ombrelloni colorati e nelle radio impazzava il motivetto Vamos a la playa dei Righeira.
La Roma si era già accordata con l'Atletico Mineiro per l'acquisto di Toninho Cerezo mentre, sempre dal Brasile, sembrava ormai fatta per Zico all'Udinese. Il Pelè bianco - lo chiamavano così - a trentun'anni suonati sceglieva di approdare in Italia. La nuova squadra è una provinciale di tutto rispetto, ma pur sempre una provinciale. Costo dell'operazione: 6 miliardi di vecchie lire. Quando un chilo di pane costava circa mille lire e un metalmeccanico guadagnava poco meno di seicentomila al mese.
Ma torniamo al calciomercato di quell'estate. La Juve aveva preso Penzo per rimpiazzare Bettega e la Roma, che avrebbe dovuto giocare la Coppa dei Campioni, si era affidata al campione del mondo Ciccio Graziani per affiancare Pruzzo in attacco. Ma i giallorossi del barone Liedholm aspettavano il secondo brasiliano dopo Falcao, arrivato nella capitale tre anni prima.
Succede l'imprevedibile. Il Presidente dell'Udinese è Lamberto Mazza, patron della Zanussi, grande colosso italiano degli elettrodomestici. Ma l'azienda è in crisi e nelle casse della sua squadra risultano racimolabili solo 4 miliardi, a fronte dei 6 necessari per il cartellino di Zico, di proprietà del Flamengo. Attraverso un'acrobazia finanziaria, facendo ricorso ad una società fittizia con sede a Londra, Mazza e, soprattutto, il rampante direttore generale Francesco Dal Cin riescono ad assicurarsi il denaro necessario per l'acquisto del giocatore. È fatta. Se non fosse che la FIGC e gran parte della stampa si schierassero contro i friulani per l'operazione finanziaria giudicata anomala e immorale. Luciano Lama, storico segretario della CGIL, denunciò la politica industriale di Mazza che «mentre pensa al licenziamento di 4.500 dipendenti, è disposto a spendere 6 miliardi per Zico»).
Finisce che la Federcalcio blocca il trasferimento. E per un cavillo burocratico, anche quello di Cerezo alla Roma.
A Udine la gente - e, probabilmente, anche molti operai a rischio della Zanussi - scende in piazza. Mazza giura alla folla, da un megafono, che « alla fine trionferà la giustizia»), mentre su un cartellone (che diverrà celebre) si legge "ZICO O L'AUSTRIA". Il clima è pesante e la deputazione parlamentare friulana si schiera trasversalmente accanto ai tifosi e al Presidente.
Alla fine tutto si risolverà con una deroga ad hoc. L'Udinese, malgrado il bel gioco e il tridente magico Zico-Causio-Virdis, non riuscì per poco a qualificarsi per la Coppa Uefa. Mentre per la Roma di Falcao e Cerezo, il sogno si fermò davanti allo show di Grobellaar, il portierone del Liverpool che, col suo balletto grottesco, riuscì a ipnotizzare Conti e Graziani che sbagliarono dagli undici metri.
A risolvere quello che era diventato il dilemma di quell'estate, ci aveva pensato l'altro Presidente. Il socialista, ma quello buono! Quello di "buongiorno Italia agli spaghetti al dente e un partigiano come presidente" che Toto Cutugno, solo pochi mesi prima, aveva cantato a Sanremo. Bastò una sola battuta, per chiudere quel "pasticciaccio" politico-burocratico. All'uscita di Montecitorio, rispondendo alle domande dei giornalisti, Pertini concluse «sì, mi piacerebbe veder giocare Zico e Cerezo in Italia: sono due grandi campioni, due bravi ragazzi»). Come #CR7, del resto: un grande campione, un bravo ragazzo. Al di là delle cifre.

Autore: 
Rosario Rocca
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