“Calabrese per caso”: riflessioni di un spirito libero su una terra sconfitta

Dom, 23/02/2020 - 19:00

Il lavoro di Giuseppe Romeo, Pino per chi lo conosce, mette insieme una serie di articoli pubblicati su “Riviera”. Non sempre una raccolta di scritti, pur interessanti, diventa un libro; perché ciò avvenga occorre una sostanziale compattezza degli articoli e un filo in grado di tenerli insieme. Giuseppe il filo l’ha trovato ed è forte più dell’acciaio: l’amore per la sua terra, che in alcuni articoli prorompe con rabbia, in altri viene appena sussurrato e in altri ancora sprizza come il sangue che lo lega alla Calabria.
Ha voluto chiamare la sua rubrica “Calabrese per caso” anche se, in verità, l’autore è calabrese a tutto tondo, mai provinciale, mai ottuso, o fanatico della “calabresità”. Egli parte dalla Calabria così com’è, guarda con lucidità i problemi che la storia ha scaricato su una Terra debole e non per piangerci sopra, ma per trovare un varco per un possibile riscatto della sua gente. Per farlo s’è attrezzato di formidabili strumenti: innanzitutto studi seri e organici e quindi i necessari approfondimenti che vengono fuori da ognuno dei suoi scritti e che messi insieme danno vita a una piattaforma politica, culturale e sociale per la Calabria. Rifugge da ogni sterile lamento e da proteste ed è un suo grande merito quello di non aver schiacciato la “questione calabrese” negli ambiti ristretti dei confini regionali, ma di aver messo costantemente in atto il tentativo, pienamente riuscito, di contestualizzare i problemi della Calabria in una dimensione nazionale, ma anche su scala europea e mondiale. Non sfugge certo all’autore che in questi ultimi anni il mondo si sia rimpicciolito, nonostante muri e frontiere, e ancora più piccolo diverrà negli anni a venire. Ma Pino non è solo un intellettuale moderno. Egli comprende perfettamente l’importanza delle “radici” è molto severo con la classe dirigente calabrese e soprattutto verso quei “politici subalterni” a una “Roma caput mundi” che, se non lo è sempre, quantomeno tale diventa a ogni tornata elettorale.
Ovviamente, scrivendo di Calabria, non si può evitare di trattare la lotta alla criminalità che Giuseppe, proprio perché calabrese, attacca con particolare durezza. Un fenomeno che l’autore affronta con obiettività di analisi e quale persona non digiuna di storia, in grado di comprendere sia le cause profonde dell’apparente persistenza dell’organizzazione criminale calabrese che gli errori commessi dai governi e non solo! In questo, le competenze professionali fanno la differenza, così come le indagini e le lezioni apprese sul campo. Esperienze che si coniugano con un costante approfondimento sul piano giuridico e culturale della “questione criminale” ma anche di quella giudiziaria. L’autore, infatti, è anche un ufficiale dei Carabinieri che ricorda esperienze personali e di famiglia, ispirato a un senso della legalità che mal si concilia con una certa superficialità giustizialista. Una superficialità che considera quasi come una negazione alla sua idea di legalità laddove si afferma una semplificata, se non strumentale, criminalizzazione del popolo calabrese, ritenendo che la sconfitta di ogni devianza criminale passa per una vittoria civile della legalità quale insieme di valori condivisi e di rispetto delle garanzie e dei diritti, prima ancora che raggiunta nelle aule giudiziarie.
Noi calabresi non abbiamo conosciuto l’esperienza dei palestinesi scacciati dalla loro Terra; non esiste una “Nakba” calabrese, ma ci siamo andati molto vicini. La scelta di lasciare la Calabria spesso è il risultato di una sconfitta storica che si tocca con mano nei paesi deserti, nelle città inespressive e senza anima, negli ospedali sempre più simili a lazzaretti, nelle antiche fabbriche sbarrate, negli scheletri delle case che alzano i piloni arrugginiti verso il cielo, nei campi abbandonati, nelle selezioni delle classi dirigenti con criteri più simili a una colonia che a un Paese libero. Romeo sente questa sconfitta anche se ha lasciato la Calabria non da perdente e non contro la sua volontà, convinto di servire un Paese a volte privo di memoria; eppure si nota nei suoi scritti qualcosa che somiglia a un dolore struggente per la terra lontana. Resterebbe da capire perché tali intelligenze e competenze dimostrate nel suo libro non vengano impegnate in Calabria, dove a centinaia tra magistrati in pensione, generali, colonnelli, e marescialli, come altre cariche altisonanti di circostanza, sono chiamati a gestire la cosa pubblica e dove il livello della classe politica è generalmente imbarazzante.
Probabilmente Pino Romeo, mi permetto tale confidenza, ha un difetto grave: è uno spirito libero, un uomo che non venderebbe la propria dignità per carriera o per effimeri successi.
E questo, in una terra sconfitta, non è consentito!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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