“Finirò di scontare la mia pena nel 9.999 ma continuo a lottare”

Dom, 31/12/2017 - 11:20

Carmelo Musumeci si trova in regime di semilibertà e da circa un anno svolge attività di volontariato in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, facendo attività di sostegno a bambini e adulti con handicap. Ma lui rappresenta quasi un’eccezione e perciò continua ancora a lottare contro il carcere a vita, per i suoi compagni e per lui, perché comunque il suo fine pena rimane nel 9.999.

La pena dell’ergastolo è una sentenza senza speranza e con questa condanna gli ergastolani muoiono ancor prima di finire la loro pena. E li vedi camminare in carcere in modo diverso da tutti gli altri prigionieri, perché fanno su e giù come morti in vita. Si muovono come spettri, guardando il tempo che va via, facendo una decina di passi avanti e una decina di passi indietro. Perduti per sempre in un mondo perduto, senza avere nulla, neppure il nulla, per cui attendere, sperare e vivere. Camminano senza neppure pensare, perché non riconoscono più il mondo che li ha visti nascere. La loro sembra una passeggiata della morte, con la morte e per la morte, e marciano da un muro all’altro, privi di sogni e di ogni speranza. Passeggiano nelle loro celle, da una parte all’altra, senza saper cosa fare. Indecisi a volte se morire o vivere. Vagano in un fazzoletto di cemento per mesi e anni. Da una parete all’altra con una pena senza fine. E con un giorno uguale all’altro. Muoiono un po’ ogni passo, per tornare di nuovo a morire ancora un po’ ogni volta che incontrano il muro di fronte e si fermano per girarsi. Camminano sapendo che non possono guardare in faccia il futuro, consapevoli che possono solo guardare il tempo che va via, perché il loro domani è già tutto scritto. E il loro futuro sarà una lenta agonia senza rimedio che durerà un’intera vita. I passi degli ergastolani sono lenti e corti forse perché non possono andare da nessuna parte e i loro sogni finiscono dove iniziano, e muoiono passo dopo passo. I loro cuori si spengono dentro a poco a poco, perché avranno sempre un presente uguale al futuro poiché la loro vita diventerà una malattia o una morte lenta, bevuta a sorsi. Ecco i discorsi che spesso alcuni ergastolani si dicono fra loro:

- Ho perso il piacere di vivere perché mi sembra di vivere in mezzo al nulla.
- Hai ragione, qui tutto sembra assurdo e la nostra condanna che non finirà mai lo è ancora di più.
- Se non sai il giorno, il mese e l’anno in cui finirà la tua pena, praticamente sei inghiottito da un buco nero e hai davanti a te una distanza infinita senza nessun orizzonte.
- Non ci pensare, normalmente pensare fa bene, cioè non dovrebbe fare male a nessuno, ma a un ergastolano fa sempre male.
- Pensare mi fa passare il tempo perché ogni uomo ha bisogno di sperare più di quanto possa credere.
- Vivere un’intera vita chiuso in una gabbia è certamente la peggiore delle torture.
- Questa terribile condanna avvelena l’esistenza e se cerchi di resistere diventi ancora più matto.
- Hai ragione, l’ergastolano non può fare altro che ammazzare il tempo in attesa di crepare lui stesso.
- La vita non potrà mai essere considerata degna di essere vissuta quando sai già che oggi sarà un giorno uguale a ieri e lo sarà anche domani e dopodomani ancora, ormai non mi aspetto più nulla dagli esseri umani.
- E fai bene perché ci hanno condannato a morire, lasciandoci vivi.
- Se c’è una cosa che l’ergastolano ha è il tempo: per questo camminiamo lentamente e forse perché più piano ci muoviamo e più il tempo passa in fretta.
- Il guaio peggiore è che abbiamo troppo tempo e poche cose per viverlo.
- Ormai non possiamo fare altro che osservare la nostra vita trascorrere senza di noi, perché non potremmo più vedere il mare, i fiori, gli alberi e i sorrisi dei bambini e il nostro presente sarà uguale al nostro futuro, per tutti i giorni a venire.
- Penso che una buona pena dovrebbe essere la medicina per curare il malato e non certo il veleno per farlo soffrire senza scampo.
- Speriamo di vivere il meno possibile, per accorciare la nostra pena e far uscire almeno il nostro cadavere anche senza di noi.

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