“La lamentela diventa un alibi che finisce col coprire gruppi dirigenti locali”

Dom, 21/01/2018 - 18:00

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. Questa frase di Guido Piovene sembra riassumere la lunga chiacchierata su Calabria e calabresi con Vito Teti. L’antropologo calabrese, classe 1950, narra la sua Calabria, una terra franata, stremata e irrequieta. Un’amalgama di opposti che Teti racconta nei suoi scritti alternando storia, riflessioni e vita vissuta. Lui stesso sostiene che i suoi saggi sono un’autobiografia della Calabria mischiata alla sua storia personale. In Terra inquieta, saggio edito da Rubbettino, si ritrovano tutte queste voci della Calabria e della storia di Teti. Il suo è un racconto vivido di una realtà difficile da interpretare, simile al suo paesaggio naturale frastagliato e mutevole. L’emigrazione che ha svuotato le strade del paesino in cui è anato e cresciuto, la decisione di partire per Roma per studiare e per trovare un altrove in cui realizzarsi. E la scelta poi che arriva piano, naturalmente, di tornare in quel mondo da cui pensava di voler fuggire per fare il possibile per la propria terra. Sono i punti salienti di una lunga chiacchierata che abbiamo fatto con Teti per cercare di capire qualcosa di più di una Regione che continua a suscitare polemiche e interesse. La Calabria dai mille volti, dall’animo inquieto è uno di quei luoghi che ancora cercano il loro posto nel mondo e che spesso viene fraintesa. Cerchiamo quindi di mettere un po’ d’ordine.
I calabresi sono vittimisti o hanno ragione a considerarsi dei perseguitati dall’ingiustizia?
C’è molto di vero, credo che i calabresi facciano male a essere suscettibili quando gli vengono rivolte queste accuse. La Calabria ha goduto di una serie di sguardi negativi, ostili, pregiudiziali, spesso gratuiti. Questo è avvenuto sin da prima dell’unificazione nazionale. Anche da Napoli durante il periodo borbonico la Calabria veniva vista come un luogo di diversità, di alterità. E tuttavia, come scrivo in Maledetto Sud, su questo aspetto sarei crociano.
Cosa intende?
Nel senso che quando siamo oggetto di un’immagine negativa, di uno stereotipo che pensiamo ingiusto dobbiamo chiederci innanzitutto se non facciamo anche noi qualcosa per meritarci quell’immagine. Se non è il caso di mostrare con i fatti che quei pregiudizi sono privi di fondamento. Dei guai che succedono in Calabria sono responsabili i calabresi stessi. Non si può dare la colpa sempre ai giornali del Nord, ai politici estremisti o ad altri, è un giochino questo che va in qualche modo scoperto e smascherato, perché altrimenti si finisce con il cadere in una sorta di auto-assoluzione generica. Se affermassimo questo tipo di concezione saremmo veramente maledetti nel senso che non saremmo più in grado di cambiare le cose. Se invece diciamo che la responsabilità è anche nostra?
Allora le cose cambiano, vuol dire che siamo in grado di mutare. La realtà non è il frutto di un qualche progetto di un’entità malefica, è frutto di storia, di vicende politiche complesse, ma è inevitabile. I calabresi oggi sono chiamati a interrogarsi sulle proprie responsabilità, devono assumersi delle responsabilità. Il dare la colpa ad altri rientra in una strategia della lamentela. La lamentela diventa un alibi che finisce col coprire gruppi dirigenti locali e per non farci fare i conti fino in fondo con i nostri limiti.
Questa lamentazione caratteristica dei calabresi quanto è stata definita dal periodo delle catastrofi di cui parla in Terra inquieta?
Indubbiamente le catastrofi, i terremoti, il paesaggio che viene sconvolto continuamente, tutto questo ha generato un sentimento di precarietà, di incompiutezza, di dolore. Forse anche di indifferenza e apatia. Un’apatia che dopo un terremoto è chiaramente legata a quella condizione catastrofica, ma che poi diventa un problema. Lo diventa quando entra a far parte della cultura e della mentalità. Si trasforma quasi in una specie di compiacimento. Quello che contrasto è la retorica della lamentela, il fare della catastrofe un pretesto, perché è allora che l’afflizione diventa lamentela infinita, una strategia del non fare. Bisognerebbe uscire da questa trappola che la natura e la storia hanno teso ai calabresi.

Autore: 
Eleonora Aragona
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