“La secessione del Nord creerà nel Mezzogiorno nuovi spazi per le mafie”

Dom, 24/02/2019 - 11:20

Nei giorni scorsi il consiglio regionale della Calabria ha trattato il problema delle “autonomie regionali” che in molti definiscono la secessione mascherata delle Regioni ricche. Abbiamo intervistato il Presidente Nicola Irto per comprendere più da vicino cosa sta succedendo.
Presidente Irto, ci può dire lo spirito della discussione, il livello del dibattito e soprattutto quali sono state le conclusioni a cui si è giunti?
È stata una discussione molto matura. Ho apprezzato l'elevato senso di responsabilità istituzionale di tutti i gruppi consiliari. I colleghi hanno colto appieno la pericolosità del momento che le istituzioni democratiche stanno vivendo, con gravissimi rischi per la stessa tenuta dell'ordinamento nazionale. Abbiamo approvato una risoluzione unanime, nata dalla sintesi delle posizioni di tutti i gruppi rappresentanti nel Parlamento regionale, con cui abbiamo chiesto formalmente al Governo una moratoria su questa materia, subordinando l'autonomia alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Siamo stati gli “apripista” di una serie di iniziative politiche e istituzionali che hanno coinvolto altre regioni meridionali, tra le quali la Campania, il cui Consiglio regionale, dopo la nostra risoluzione, ne ha approvata una analoga.
A nessuno sfugge il fatto che l’iniziativa “autonomistica” sia saldamente nelle mani dei governatori di Lombardia e Veneto e, in misura minore, di Emilia Romagna. Altre Regioni del Nord sono decisamente favorevoli alla “autonomia” mentre le Regioni del Sud sembrano procedere in maniera confusa, contraddittoria, impacciata. Un “non fronte” destinato, ancora una volta a soccombere: perché siamo giunti a questo punto della china?
Non dobbiamo cedere alla tentazione semplicistica di disegnare questa vicenda come la sfida tra due blocchi contrapposti, quello del Nord efficiente ed economicamente florido e quello del Sud disorganizzato e povero, che ha paura di perdere le rendite di posizione assistenzialistiche cristallizzate dai tempi della Cassa per il Mezzogiorno. La sfida è più articolata, più complessa. Ci sono regioni come la Sicilia che guardano con distacco a questa partita perché già godono delle condizioni di particolare autonomia che derivano dallo Statuto speciale. Mi sembra invece che le altre regioni del Mezzogiorno siano fortemente critiche verso questo percorso che, pur essendo pienamente legittimo e dotato di copertura costituzionale, rischia nella sostanza di creare italiani di serie A e italiani di serie B. Per non eludere la domanda, le rispondo che siamo arrivati a questo punto della china perché c'è stata una colpevole sottovalutazione non solo della politica ma delle intere classi dirigenti del Sud.
Lombardia e Veneto hanno alle spalle il risultato del referendum sulla “autonomia” del 22 ottobre 2017 e che oggi spendono sul “mercato politico” come moneta forte. Perché, due anni fa, le Regioni del Sud hanno rinunciato a combattere la battaglia per l’Unità d’Italia e di salvaguardia della Costituzione? Inoltre, Lei, oltre a essere Presidente del Consiglio Regionale è un esponente del PD. Non ritiene ci sia una responsabilità grave del Suo partito, in tutte le sue componenti, per come ha gestito e gestisce la vicenda?
La richiesta di autonomia è prevista dall'articolo 116 comma 3 della Costituzione. Il cuore della vicenda non è questo. È, semmai, il dovere dello Stato di garantire eguali diritti in sanità, istruzione, lavoro a tutti i cittadini italiani, sia che vivano a Montebelluna, sia che risiedano nella Locride o a Reggio o sulla Piana. La questione è, dunque, squisitamente politica. Non dico che il PD sia immune da responsabilità. Dico però che la genesi di tutto questo affonda le radici in un passato più lontano, fino alla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 che personalmente considero ormai da molto tempo profondamente sbagliata. È da anni, ben prima che la questione del regionalismo rafforzato divenisse una drammatica emergenza istituzionale e democratica, che chiedo di tornare alla centralizzazione in capo allo Stato di alcune materie delicate come la sanità. Il modello di regionalismo del nuovo millennio ha fallito.
Qualora il processo autonomistico, così com’è, dovesse giungere in porto, lo Stato nel Sud (e in Calabria più che altrove), scindendosi dalla Costituzione, perderà la propria legittimità democratica. Teme una conseguente legittimazione delle mafie?
Dove c'è uno Stato debole, le mafie proliferano e assurgono ad anti-Stato. È un pericolo gravissimo. E da cittadino trentenne, prima ancora che da presidente del Consiglio regionale, provo sentimenti che non posso che definire di rabbia, rispetto alla mancata soluzione della più grave delle questioni dell'Italia post unitaria: la questione meridionale. Se nel governo nazionale prevarranno gli egoismi e le logiche della Lega, con la gravissima complicità del Movimento 5 Stelle che su questa vicenda sta facendo “ammuina” pur avendo incassato tantissimi voti al Sud, finiremo per avere una devastante deriva nelle regioni del Mezzogiorno. Andremo verso maggiore povertà, desertificazione socio-economica e nuovi spazi disponibili per le mafie. Dobbiamo difendere l'articolo 5 della Costituzione che stabilisce che la Repubblica è una e indivisibile. È una battaglia decisiva per le sorti del Paese e per il nostro futuro.
La ndrangheta è rapina del territorio, della storia, delle risorse, dell’identità e del futuro di un popolo. Comprendo la brutalità della domanda ma non è questo che sta facendo lo “Stato” in Calabria e che si appresta a fare con maggiore vigore qualora fosse approvata la secessione delle Regioni ricche?
Lo Stato sta facendo pienamente la sua parte. Penso ai magistrati della Procura distrettuale antimafia, penso alle forze dell'ordine, penso ai docenti dei nostri ragazzi, penso ai tanti amministratori che si trovano in trincea e che ogni giorno combattono due battaglie, una per far sopravvivere Comuni ormai allo stremo, l'altra contro le intimidazioni e le pressioni mafiose. Cosa deve fare lo Stato in caso di secessione? Le rispondo dicendole che lo Stato siamo noi: ciascuno di noi, ciascun cittadino. Non possiamo delegare ad altri il nostro futuro. Dobbiamo smetterla di piangerci addosso.
Hic Rhodus hic salta”. Al punto in cui siamo giunti cosa pensa di fare concretamente il Consiglio Regionale della Calabria per fronteggiare la grave situazione che si potrebbe creare già sin dai prossimi mesi?
Lavoreremo d'intesa con la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali e delle Province autonome per portare avanti iniziative politiche forti. Qualora fosse approvata in Parlamento la legge che conferisce i maggiori poteri richiesti, se prima non verranno definiti in maniera puntuale i livelli essenziali delle prestazioni in ossequio al principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Carta, ci rivolgeremo alla Corte costituzionale.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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