“Morsa sugli appalti”: cadono le accuse per Riccardo Ritorto

Lun, 21/10/2019 - 12:20

«Dal complesso compendio intercettivo non è dato evincere alcuna conferma in termini di certezza di un’intesa collusiva tra le parti avente ad oggetto il risultato elettorale e le future utilità derivanti alla cosca». Lo scrivono i giudici della Corte di Appello di Reggio Calabria nelle motivazioni della sentenza “Morsa sugli appalti pubblici” con riferimento alla posizione di Riccardo Ritorto, ex sindaco di Siderno, che è stato mandato assolto dall’accusa di corruzione elettorale con la formula «perché il fatto non sussiste» e quindi revocate le relative statuizioni civili.
I giudici reggini hanno ribaltato la sentenza emessa il 19 aprile 2017 dal Tribunale di Locri che, invece, aveva condannato il dottore Ritorto a 3 anni di reclusione con contestuale sospensione dal diritto elettorale e dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. Il contesto di riferimento è quello delle elezioni comunali che si sono tenute a Siderno nel maggio del 2011. Una tornata elettorale che, secondo l’originaria ipotesi accusatoria, sarebbe stata viziata dall’interessamento di soggetti ritenuti contigui alla cosca “Commisso” di Siderno sia per l’elezione comunale sia per altre elezioni. Una tesi, quest’ultima, che non ha superato il vaglio della Corte di appello reggina che, invece, ha accolto il ricorso proposto dall’avvocato Antonio Mazzone difensore dell’ex amministratore sidernese, in particolare, con riferimento al contenuto ambiguo e generico delle dichiarazioni di tale Muià «non suffragate – ha sostenuto in sintesi la difesa – da alcun elemento di riscontro in grado di consegnare una più pregnante conferma dell’ipotesi accusatoria». Sulla scorta del ricorso difensivo i magistrati di secondo grado hanno evidenziato che «la Corte ritiene che nel complesso le emergenze istruttorie non restituiscano con sufficiente chiarezza alcuna intesa collusivo politico-mafioso che, in definitiva, rappresenta “l’in sé” della contestazione elevata nei confronti dell’appellante».
La sentenza del processo “Morsa” ha registrato anche l’assoluzione di Antonio Cordì (cl. 87), già condannato a 4 anni per tentata estorsione aggravata, per il quale ha concluso per la riforma della decisione di primo grado l’avvocato Giovanni Taddei. In questo caso i giudici hanno ritenuto che «l’assenza di riscontri circa un concreto apporto causativo arrecato dal Cordì nell’esecuzione del reato ne impongono l’assoluzione».
Per il resto la Corte d’appello presieduta da Lucia Monaco ha confermato la condanna del Tribunale collegiale di Locri a carico di Mario Ursini (15 anni), per il quale gli elementi probatori «conducono a ritenere sussistente un qualificato quadro probatorio in ordine alla partecipazione dell’imputato con ruolo di vertice all’associazione di ‘ndrangheta, in particolare, alla sua articolazione denominata “locale” di Gioiosa Jonica».
Confermate anche le condanne per Tommaso Rocco Caracciolo (12 anni), Nicola Nesci (6 anni) e Antonio Ursino (1 anno 6 mesi), giudicati dal tribunale di Locri. Infine in appello è stata confermata anche la condanna a 6 anni di reclusione per Francesco Strati, disposta in abbreviato.
Il processo che si è celebrato dinanzi alla Corte d’Appello reggina si è fondato sugli esiti dell’indagine “Morsa sugli appalti pubblici” condotta dalla Dda di Reggio Calabria che rappresenta uno dei filoni investigativi che hanno preso spunto dalle intercettazioni effettuate presso la lavanderia “Ape green” di Siderno, oggetto di interesse operativo già confluito nel maxiprocesso “Il Crimine”.
In “Morsa sugli appalti pubblici” gli agenti della Polizia di Stato, hanno ritenuto di tracciare un quadro sul presunto controllo esercitato dalle principali cosche di ‘ndrangheta operanti nel versante dell’alto Jonio Reggino finalizzato ad ottenere un vero e proprio “monopolio” sulle più redditizie attività economiche, all’ingerenza nella vita politica locale ed al conseguimento di profitti e vantaggi ingiusti. Tra le contestazioni mosse dai pm antimafia della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria l’ingerenza di alcuni esponenti apicali delle ‘ndrine nel settore degli appalti pubblici, quindi la presenza della “regola della competenza territoriale”, quindi della “autorizzazione preventiva” per compiere dei lavori pubblici nelle zone di “competenza” ed il pagamento di una tangente, generalmente attorno al 3%.

Fonte: Gazzeta del Sud

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