“Un consiglio comunale sciolto è una comunità da ricostruire”

Dom, 01/12/2019 - 10:00

Il mese scorso Antonio Viscomi, deputato del Partito Democratico nonché vicepresidente della Regione Calabria, è stato designato come componente effettivo alla Commissione “Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e degli Interni”. Tra le questioni di recente affrontate, la riforma della legge sullo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose.
Abbiamo intervistato Viscomi perché riteniamo che quanto da lui dichiarato in Commissione rappresenti una prospettiva interessante per un ripensamento della logica dei commissariamenti.
A suo avviso, fino ad oggi a cosa è servita la legge sugli scioglimenti dei consigli comunali, a estirpare la criminalità all'interno dell'amministrazione o a proteggere le comunità dall’infiltrazione mafiosa? È riuscita nell'intento?
In via generale, una strategia di contrasto alla criminalità organizzata deve essere caratterizzata dall’integrazione di strumenti diversi per finalità, per modalità operativa e per soggetti coinvolti. Abbiamo bisogno di sostenere l’azione repressiva delle forze dell’ordine e della magistratura con azioni di carattere preventivo idonee a individuare e contenere le infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione e nel sistema economico. Soprattutto abbiamo bisogno di strumenti in grado di togliere ossigeno e alibi a una cultura mafiosa che, al rispetto delle regole uguali per tutti, preferisce la sopraffazione del più forte, in qualunque forma questa si manifesti nella vita collettiva e nello stesso mercato del lavoro. In questa prospettiva complessiva certo è opportuna la presenza di uno strumento in grado di incidere negli enti in presenza di collegamenti con la criminalità organizzata ovvero di forme di condizionamento. L’esperienza applicativa suggerisce però, almeno per come la vedo io, qualche aggiustamento, anche radicale in alcuni casi, al fine di impedire che lo scioglimento e il commissariamento possano produrre effetti perversi, rendendo ancora più debole in sede locale un microsistema politico e burocratico già tanto debole da non aver impedito l’infiltrazione mafiosa.
Il primo punto su cui, nel corso dell'audizione in Commissione Affari Costituzionali, ha chiesto di porre l'attenzione è la riscoperta del ruolo originario delle prefetture, divenute oggi solo strumento di controllo. Ci spieghi meglio…
Le Prefetture hanno rappresentato e continuano a rappresentare una risorsa importante per le comunità e le amministrazioni locali. Tradizionalmente, accanto all’esercizio delle funzioni istituzionali, hanno svolto un importante affiancamento a beneficio di apparati amministrativi e organizzativi periferici, spesso segnati da una diffusa fragilità. Credo che ogni amministratore locale abbia conosciuto e ricordi ancora prefetti e personale delle prefetture per il supporto e il sostegno ricevuto in situazioni più o meno critiche della vita amministrativa. Ecco, io mi auguro che possa essere sempre più diffusa e valorizzata questa funzione di affiancamento delle prefetture verso gli enti locali, rendendola costante nel tempo e omogenea su tutte le funzioni e i servizi. Quando si parla di governance multilivello si intende proprio questa capacità dei vari livelli istituzionali di cooperare per il bene e l'interesse comune.
Sorprende molto l'uso della locuzione “ampia discrezionalità” di cui gode il prefetto nel decidere se inviare o meno una commissione d'accesso. Ampia discrezionalità, come abbiamo fatto notare più volte, non vuol dire arbitrio ma incertezza dei limiti, sfrenato potere dell'autorità giudicante: negazione della libertà, insomma. Una norma che riconosce al governo il potere di sciogliere i consigli comunali per infiltrazioni mafiose, accertate con ampia discrezione, può essere espressione di una garanzia dello Stato di diritto?
La domanda intreccia vari livelli operativi e procedurali: dall’invio della commissione di indagine negli enti, al ruolo del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica nonché al rapporto previo tra prefetto e procuratore, alla decisione del ministro e poi alle conseguenze in sede giudiziaria. Si tratta dunque di un procedimento complesso di fronte al quale non credo sia da porre in questione la legittimità della norma (peraltro già ritenuta conforme a costituzione dalla Corte Costituzionale, già con la sentenza 103/1993) quanto piuttosto ridefinire in modo più chiaro lo stesso procedimento e il ruolo dei protagonisti rispetto agli obiettivi che la norma si propone. 
Nel caso di scioglimento di un consiglio comunale, spesso accade che una comunità, già di per sé fragile perché infiltrata dalla criminalità organizzata, viene affidata a una cura drastica per rimettere in ordine il bilancio dell'ente. Ciò rischia di aggravare ulteriormente la situazione e di produrre effetti perversi. Come si potrebbe ovviare a questo dilemma?
Ecco, questo è un punto da sottolineare: oltre il comune c’è la comunità. Personalmente, credo che la strategia di contrasto alla criminalità organizzata debba essere orientata a rafforzare quello che i sociologi chiamano “capitale sociale” di una comunità. Per fare questo, introdurrei una norma affinché a ogni comune sciolto sia assegnata una dote finanziaria finalizzata a rafforzare i luoghi e le forme di socializzazione comunitaria: dalle dotazioni sportive a quelle culturali. Serve a ben poco scrivere un bel regolamento per beneficiare di contributi se poi non si hanno soldi da erogare alle associazioni. 
L'apparato burocratico costituisce spesso l'anello più debole rispetto alle infiltrazioni esterne. Cosa suggerisce di fare in proposito?
Anzitutto credo sia urgente definire meglio la relazione tra politica e burocrazia in relazione ai fatti posti a base dello scioglimento e agli effetti conseguenti: non ha senso mandare a casa il vertice politico e lasciare allo stesso posto quella struttura burocratica che potrebbe essere essa stessa all’origine dello scioglimento. Ma il problema è veramente più ampio. Io mi permetto di richiamare qui solo un paio di circostanze. La prima: in Calabria abbiamo 404 comuni, di questi 223 hanno meno di 3000 abitanti. Comuni così polverizzati, a mio avviso, sono a elevato rischio di infiltrazione oltre a non essere in grado di rispondere alle richieste dei cittadini. Anche per questo credo che la vera sfida che abbiamo è di ridisegnare la geografia amministrativa locale, promuovendo accorpamenti organizzativi, dalle convenzioni alle fusioni, anche per poter assicurare una più elevata professionalizzazione del personale interessato ai processi decisionali comuni. Per rendersene conto è sufficiente pensare agli effetti della frammentazione comunale degli uffici tecnici. La seconda: il personale burocratico opera seguendo procedure e mettendo in atto procedimenti amministrativi. Ne segue che la trasparenza e la pubblicità dei processi decisionali è la prima risorsa per contrastare la criminalità. Come si dice, la luce del sole è il miglior disinfettante. Contro la criminalità ma anche contro la corruzione e gli abusi possibili.
Un altro punto su cui ha posto l'attenzione è il ruolo del Segretario comunale, un tempo controllore della legalità dell'ente. Col tempo questa funzione è andata perduta, andrebbe recuperata?
L’autonomia è un grande valore. Ma un sistema autonomo richiede anche soggetti interni ed esterni in grado di ordinare tale autonomia. Se guardiamo indietro, il venire meno di alcune forme di controllo preventivo ha prodotto come effetto una espansione del controllo successivo della magistratura. Continuo a pensare che prevenire è meglio che reprimere, nell’interesse degli stessi amministratori. 
Di recente, anche l'Anci ha condiviso l'obiettivo di una revisione organica e strutturale della legge. Molti tra gli aspetti che meritano particolarmente attenzione sono stati più volte segnalati anche da noi. Tra questi il diritto per i sindaci a un contradditorio. Lei cosa ne pensa?
Credo sia opportuno. Bisogna però individuare in quale fase procedurale sia da inserire un atto del genere. E le relative forme. E non è un problema di facile soluzione, anche perché impatta sulla qualificazione giuridica del procedimento. Ma una soluzione di equilibrio si può trovare. 
Inoltre l'Anci, oltre al provvedimento di scioglimento generalizzato, propone di prevedere un altro atto più ristretto che riguardi solo le singole persone coinvolte, siano dirigenti, consiglieri comunali, assessori o sindaci. Chiede quindi l'allontanamento della persona infedele collusa con la mafia senza mettere in discussione l'intero assetto del consiglio comunale. È d'accordo?
Sì, in alcuni casi abbiamo bisogno di interventi più chirurgici, come d’altronde suggerisce la stessa previsione di un giudizio sulla candidabilità o meno di un singolo amministratore di un comune commissariato. Il problema rimane sempre lo stesso: come perimetrare la responsabilità individuale rispetto ad azioni che spesso richiedono la partecipazione di più soggetti, nel tempo e nello spazio. E per quanto riguarda le conseguenze in caso di provata collusione o connivenza del singolo dipendente sarei veramente drastico al fine di tutelare il necessario rapporto di fiducia che vi deve essere tra amministrazione e cittadino.
Secondo lei, quanto si dovrà ancora aspettare perché la legge subisca finalmente le modifiche da più parti evidenziate?
Non ho la sfera di cristallo. Ma credo che a un’esigenza sentita il Parlamento debba dare una risposta equilibrata, adeguata e consapevole del fatto che la criminalità organizzata è spesso molto più attrezzata delle norme che cercano di contrastarla.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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