1º Maggio: Da simbolo della lotta operaia a campanello d’allarme sociale

Dom, 03/05/2020 - 11:00

Il “Primo Maggio” è un giorno da ricordare anche in questo 2020 di emergenza Coronavirus, per il valore che rappresenta, per quello che ci insegna e che dovremmo ricordare e, perché no, per guardare al prossimo futuro con la consapevolezza di far parte di un’Italia fondata sul lavoro.
Ogni volta che passavo davanti al vecchio muro di una casa di campagna di Locri leggevo la scritta in un rosso ormai sbiadito: “W Il Socialismo! W Il Primo Maggio! Viva La Libertà!”. Quel muro è crollato sotto il peso degli anni, portando via anche quella scritta, in cui ogni parola iniziava con la lettera maiuscola. Dietro ad ogni parola c’era una storia di sacrifici, di lotte contadine, di sofferenze quotidiane, di persone che si aggrappavano con forza alle idee del socialismo che negli anni è stato abbracciato dalle classi sociali meno abbienti anche del Meridione agricolo, territorio posto ai margini dello sviluppo industriale. Anche per questo, ogni volta che ricordiamo il Primo Maggio, la mente ci riporta a quelle lotte contadine, ai tanti morti per l’affrancamento di terre troppo spesso poco fertili.
Una data, il Primo Maggio, che divenne il simbolo mondiale delle lotte operaie per conquistare diritti e condizioni di lavoro migliori. Per il Meridione d’Italia è divenuto il simbolo delle lotte contadine per ottenere condizioni di lavoro e di vita “umane”.
Di quelle lotte del passato, non completamente vinte, se ne riparla troppo poco e, soprattutto, con poca conoscenza della storia, ogni anno con manifestazioni nelle varie piazze italiane. Negli anni ’90 nasce l’idea di un concerto che diventerà il Concertone del Primo Maggio, organizzato dalle sigle sindacali, che da Piazza San Giovanni di Roma canta le canzoni di un’Italia che voleva crescere nella democrazia e nella libertà. L’emergenza sanitaria ha spostato il Concertone in prima serata televisiva e in contemporanea sulla radio. Due simboli, tv e radio, del passato che ritorna a fare capolino in una giornata a sua volta simbolo della voglia di cambiamento degli Italiani.
Cosa rimane di quella voglia di cambiamento in questi giorni di lockdown? Dove sono i lavoratori che hanno riempito quelle piazze fino all’altro ieri? L’Italia, oggi, sembra anestetizzata dalle misure anti Covid-19. Le piazze, anche quelle virtuali, sono rimaste vuote.
In questa stagione di emergenza sanitaria, divenuta emergenza economico-finanziaria, a chiedere la riapertura delle industrie e, in generale, delle imprese, anche di quelle agricole e manifatturiere, sono per lo più gli imprenditori, molto meno i lavoratori o i loro rappresentanti sindacali. L’allarme sociale per il rischio di paralisi del mondo del lavoro sembra non trovare spazio sui media nazionali e locali. Le piazze non gridano più. Non chiedono libertà. Cosa sta succedendo?
I lavoratori oggi sono in gran parte precari, spesso demoralizzati, insultati, screditati, mortificati, forse anche scherniti. Negli anni il diritto al lavoro è stato squalificato a diritto alla sopravvivenza. Riflettevo, sulla circostanza, che quando un cambiamento viene effettuato in maniera lenta e graduale, spesso sfugge alla percezione e non suscita nessuna reazione e, di conseguenza, nessuna opposizione.
Accettare passivamente quello che accade rischia a far cadere nel baratro la coscienza civile, far scomparire i valori sui quali si fonda una società. Sentirsi deresponsabilizzati ha una conseguenza terribile, quella di rinunciare a lottare per i propri diritti.
Possibile che siamo passati dalla lotta di classe al principio della rana bollita teorizzata da Noam Chomsky?
La situazione surreale che stiamo attraversando dovrà pur passare. Allora speriamo di rivedere le piazze di nuovo piene di persone che lottano contro ogni forma di prevaricazione, per contrastare il “principio della rana bollita” con i principi di democrazia e libertà, per ricordare le pagine di storia piene di sacrifici, per ottenere la dignità dei lavoratori, per riaffermare con forza il diritto al lavoro e all’uguaglianza in un’Italia unita da rinnovare.

Autore: 
Rocco Muscari
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