Aldo Pecora: «I “ragazzi di Locri” hanno cambiato la storia della Calabria»

Dom, 25/10/2020 - 10:30

Aldo Pecora è oggi un giornalista e imprenditore della comunicazione che, all’epoca dell’omicidio Fortugno, faceva la spola tra la sua Polistena e Roma per condurre i suoi studi universitari.
«I paesi della Locride, per me, hanno sempre rappresentato la meta delle vacanze estive, ma avevo un legame con Fortugno vista la mia militanza nella “Margherita”. I fatti del 16 ottobre, tuttavia, mi hanno fatto esercitare un’obiezione di coscienza che mi ha fatto uscire dal contesto partitico per legittimare il movimento nascente. Non me ne vogliano i ragazzi della Locride ma, nei primi giorni, di adolescenti del comprensorio pronti a manifestare ce n’erano pochi e, quando si sono uniti a noi abbiamo voluto differenziarci rinunciando ai movimenti, ai convegni, ai soldi… persino di unirci al “Forever” di Giuseppe Bova. Non ce l’avevamo con i partiti, ma ci infastidiva che il Consiglio Regionale facesse finta di non avere un problema, che l’omicidio Fortugno non avesse una chiara connotazione politico-ndranghetistica e che più della metà dei suoi componenti erano coinvolti in casi giudiziari di rilievo. “Ammazzateci tutti” è nato da una visione “manettara” che era tuttavia figlia di quel tempo: in Calabria, in quegli anni, non si poteva non essere giustizialisti. Ciò però non ci ha impedito di cercare di trasmettere fuori dal territorio un’immagine diversa della regione. Allargandoci in Lombardia o in Lazio e lanciando la candidatura di Luigi de Magistris volevamo scardinare quel sistema che bollava tutta la Calabria in un certo modo e dimostrare che eravamo al fianco dei tanti Liliana Carbone e Romano De Grazia che questa terra poteva vantare, che oggi, per fortuna, si vedono di più grazie ai colpi che ha subito la ‘ndrangheta.»
Per Aldo “Ammazzateci tutti” è riuscito a dare il la per un cambiamento ancora in corso, ma importante.
«Fortugno ha cambiato tutto - ci dice. - E non solo per me, che non presi il treno che mi avrebbe riportato a Roma, ma per una Locride alla quale, in questi anni, sono arrivati uomini e mezzi, che ha goduto dei risultati che abbiamo ottenuto ovunque abbiamo fatto sentire la nostra voce. Ritengo che Procure più efficienti e rappresentanti delle Forze dell’Ordine più qualificati siano il riflesso della nostra battaglia, per quanto sul territorio ci siano ancora problemi irrisolti.»
Dall’esperienza dei “ragazzi di Locri” sono emerse professionalità sociali e politiche (Aldo ci ricorda su tutti i nomi di Dalila Nesci e Rosanna Scopelliti), ma ciò non toglie che, per raggiungere questo risultato, il prezzo da pagare sia stato alto.
«Siamo stati al centro di una campagna denigratoria che è partita anzitutto dalla stampa locale, per poi essere sostenuta da certa politica, che mi individuò e attaccò come leader di un movimento che cercava di cavalcare la disgrazia. Questo ha contribuito a farmi allontanare dalla Calabria, stanco com’ero non solo della mafia, ma anche della “mafiosità di comportamento” che i miei conterranei avevano dimostrato. Le lotte di “Ammazzateci tutti”, però, non sono morte e, ancora oggi, riusciamo a portare la nostra esperienza nelle scuole, dove ho notato con piacere che siamo divenuti una realtà importante, studiata nei libri di scuola e presa a esempio per le lezioni di Educazione Civica. Questo ha migliorato la coscienza delle giovani generazioni, grazie anche a insegnanti che hanno trasmesso il nostro messaggio e amplificato la voce della Calabria che ha voluto cambiare le proprie sorti come la Sicilia ha fatto vent’anni prima.»

Autore: 
Jacopo Giuca
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