Antonio Alvaro, il maestro di San Luca che fu anche poeta

Dom, 13/10/2019 - 18:20

Giorni fa, il mio amico Fortunato Nocera mi ha regalato un libretto di poesie pregiato: autore Antonio Alvaro, vissuto tra San Luca e Bagnara tra i primi decenni dell’Ottocento e i primi del novecento, e pro-zio del ben noto scrittore Corrado. Di Antonio Alvaro avevo ascoltato citazioni orali e letto qualche sua poesia su giornali, ma non avevo mai potuto avere un testo, quasi completo della sua produzione poetica. Antonio Alvaro nasce a San Luca, da una famiglia di pastori e contadini nel 1927. Attraversa, da ragazzo, la montagna per trasferirsi a Bagnara dove un suo parente teneva una scuoletta elementare, e in seguito diventa egli stesso maestro, non sappiamo se con la patente, come si usava allora, o con altro titolo di studio. Presto, in tutto il territorio reggino, il maestro Alvaro è conosciuto come “ il poeta ”. Nel 1895 viene pubblicata una sua raccolta di poesie dal titolo “Versi calabri”; una seconda raccolta dal titolo “Poesie dialettali”, scritta a mano, è rimasta inedita per lungo tempo e poi recuperata da Fortunato Nocera, il quale ha il merito di avere riunito in un volumetto una buona parte della produzione poetica dell’Alvaro. Nel 1800 la poesia dialettale calabrese ha conosciuto una ricca fioritura che va dall’Abate Martino allo scalpellino di Serra, Mastro Bruno, da Vincenzo Ammirà a Vincenzo Padula, per citare solo i grandi, tutti ferventi liberali antiborbonici e garibaldini come il Nostro, per poi pentirsi per la “mala unità”. Che fu antiborbonico e contro il vecchio ordine monarchico europeo si deduce dalle poesie patriottiche dedicate a Garibaldi, nelle quali, oltre a esaltare l’Eroe e le sue gesta, eleva un inno alla libertà e alla liberazione dei popoli da ogni forma di schiavitù. Il maestro di San Luca, pur non assumendo atteggiamenti contro i governi post-unitari come Mastro Bruno e l’Abate Martino, rivela la sua posizione critica e delusa specialmente nel sonetto “Iamu a votari”. I pochi che avevano diritto al voto eleggevano la Camera dei Deputati che reggeva il governo del Paese. Alvaro non ha stima per questa classe dirigente che non fa gli interessi del popolo. Scrive, riferendosi ai Deputati: “Ped’illi avimu li spalli ‘nghimbati/ Di lu gran pisu di li pagamenti;/ Ped’illi simu nudi ed affamati,/ e tuttu chistu non vi pari nenti?”. Lo Stato unitario, tradendo le aspettative di antiborbonici, patrioti e liberali, si presenta al popolo con la coscrizione obbligatoria, che nel Sud sottrae forza lavoro alle famiglie contadine, e con una sfilza di tasse su immobili e animali per sanare il bilancio passivo dovuto anche alle guerre d’Indipendenza. Dopo l’Unità, nel Sud il popolo continua a non contare nulla, il potere passa nelle mani dei nuovi padroni, massoni, liberali e piemontesi. Quella parte di popolo che vota non vede per nulla tutelati i propri interessi, né il voto è libero: “iamu tutti a votari ca ‘ndi chiama/ lu gnuri grossu, chillu chi manteni/ lu filu di stu ‘mbrogghiu e di sta trama/. Il Governo, oppresso dai debiti, mira al pareggio di bilancio; Alvaro ha una sua ricetta: “Ministri, Generali e Intendenti/ si di la Patria vonnu lu gran beni/ dannu l’esempiu loru allegramenti,/ senza metteri tassi a li terreni”. Insomma la ricetta di Alvaro è quella di tassare i ricchi: “Si non c’è chistu, non c’è Ministeru/ chi po’ durari o chi si trova adattu/ mu guida di sta barca lu timuni.” Dinanzi alle inconcludenti discussioni parlamentari scrive: “Ntantu la cira s’ardi e no camina/ la processioni, o sia no vaji avanti./ L’Italia è già malata, e medicina/ li soi valenti medici curanti/ no trovanu pe dilla, e si ndi vannu/ a chiacchieri surtantu e nulla fannu”. Abbiamo detto che il maestro di San Luca è anche un poeta popolare perché tanti suoi versi rispecchiano il linguaggio del popolo reggino del suo tempo. Nel discorso tra cummari Rosa e cummari Grazia si parla dell’anarchia vista con gli occhi del popolo. Secondo commare Grazia gli anarchici “su omini nesciuti di lu ‘mpernu…/ chi vonnu nommu c’è cchiù né patria né guvernu. Cummari Rosa risponde: “O pacchì non si caccianu sti moli fradici di la terra…”. E cummari Grazia risponde: “Sti novi brigantini o saracini/ li brusciarria cummari cu la pici…” Nel discorso tra comare Porzia e comare Nunzia, la prima comunica che i signori Deputati hanno aumentato il prezzo del sale, al che comare Nunzia risponde: “Chi mu li hiacca lampu! No su sazi can di mundaru comu lu carduni?”. Bisogna ricordare che allora il prezzo del sale, genere di prima necessità, era fissato dal Governo, e che nel manifesto di rivolta dei martiri di Gerace c’era l’abbassamento del prezzo del sale. Nel dialogo tra le due donne si parla dello stato di misera del popolo mentre i ricchi vivono nell’oro; al che comare Porzia conclude: “Cummari Nunzia, supra a ‘na gravigghia/ simu arrustuti comu a San Lorenzu e alu guvernu non nci faci nenti…”. Secondo noi il sonetto più riuscito è “Lu meu statu”, che è poi quello di tanti uomini: “Eu suù na barca chi vai pa mari/ senza vili, né rimi, né timuni…” e rischia ogni momento d’affondare. “Cercu nu portu mu pozzu scampari/ e viu scogghi a tutti li puntuni… Eu chiamu aiutu e nugliu mi rispundi, chiamu li santi e mi sentu sbattiri/ supra lu cozzu più fidili l’unda./”
Se la prende con la sorte, con lui ingrata, come un altro menestrello illetterato di Caraffa del Bianco, Domenico Pulitanò. Questi dopo una vita di pastore e bracciante, condannato a vivere in una terra arida e petrosa, in un momento di pausa trova un’uscita poetica: “e se per casu cangia la fortuna/ Nesciu ‘ntall’ortu e parlu cu la luna”. Nel maestro di San Luca, in Pulitanò, in Mastru Bruno c’è la denuncia dei mali sociali, ma manca l’indicazione per una possibile soluzione; ma allora i tempi non erano maturi per discorsi di classe o comunque politicamente avanzati.

Autore: 
Bruno Chinè
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