Attrezzati contro la ‘ndrangheta, impotenti contro il virus

Dom, 22/03/2020 - 12:00

Questo è il momento dell’unità nella lotta e della “resistenza” contro il Coronavirus. Ma nel momento in cui si resiste dobbiamo già avere la capacità di gettare le basi per una Calabria diversa e migliore. Dobbiamo prendere atto che la nostra Regione ha perso il mese di vantaggio che abbiamo avuto sulla Lombardia e capirne il perché.
Non è fuori luogo ricordare che da almeno trent’anni, in Calabria, si parla soltanto di ‘ndrangheta. Oggi siamo in piena epidemia. Questo è (o meglio, sarebbe stato) il momento, per lo “Stato”, di dimostrare la propria vicinanza alla gente, la propria netta superiorità morale, la propria legittimità democratica.
Invece, in Calabria, il clima non è dei migliori: è evidente che lo Stato (per come è stato  costruito) non è in condizioni di dare risposte. Penso al Consiglio Regionale che ancora non si è insediato. Non mi impressiona il ritardo in sé, ma la mancanza di tensione ideale, di proposte e di idee che da tale ritardo emerge.
Intanto i generali, i commissari antimafia a vari livelli, sembrano spariti dai radar. E un tale atteggiamento ci costringe a fare i conti col nostro passato.
Le cose che diciamo oggi le abbiamo ripetute sino alla nausea, spesso attirandoci l’accusa di essere “collusi” o “zona grigia”. Oggi i fatti ci danno ragione e non ne siamo affatto contenti.
Facciamo qualche esempio: noi calabresi ci troviamo col più imponente apparato di forze di sicurezza dell’Europa occidentale, ma mancano medici e infermieri. Abbiamo macchine blindate di ultima generazione e scorte amate di tutto punto, ma mancano le ambulanze e gli autisti. Abbiamo “Trojan” e “Cacciatori di Aspromonte”, ma mancano mascherine, garze, guanti, farmaci e posti letto. Ci sono state le "più brillanti" operazioni giudiziarie d'Italia ma non siamo in grado di simulare un semplice piano articolato in difesa dal possibile contagio. Soprattutto manca una catena democratica di “comando”. Si sente l’assenza d’una autentica “Classe dirigente” perché quella che esiste ai vari livelli, salvo qualche eccezione, è costituita da burocrati nominati dall’alto e da avventurieri politici figli d’un pensiero unico imposto alla Calabria.
Lo Stato è certamente diritto alla “sicurezza” (che non c’è) ma è anche sanità, lavoro, pari dignità, istruzione, tutela sociale, vicinanza ai deboli, rispetto per la persona umana.
La situazione è difficile, ma non siamo allo sbando. L’8 settembre del 1943, quando tutto sembrava perduto per la codardia delle classi dirigenti, ci fu chi, organizzandosi dal basso, seppe indicare la via del Riscatto.
Oggi in Calabria, nella Locride, c’è tantissima gente che freme e si muove senza aspettare “ordini”. Da qui bisogna ripartire: cito, e solo per esempio, Roberto Trunfio, veterano del volontariato che insieme ad altri bravissimi medici ed esperti ha creato il gruppo “Emergenza Coronavirus Calabria”. Questa è la nostra Terra.
Abbiamo dinanzi a noi giorni difficili che non finiranno con l’epidemia. Personalmente appartengo per età, e avendo qualche patologia, a una categoria di persone non particolarmente amate dal Coronavirus. Ma il futuro va oltre ognuno di noi. Avremo un’estate non facile e un inverno problematico. Occorrono idee, iniziative, progetti, capacità di visione, e tanta solidarietà. I nostri fratelli di Bergamo, Brescia, Parma e così via stanno dimostrando al mondo di che pasta sono fatti. In caso di necessità noi non saremo da meno e la Calabria non sarà più la stessa.
Insieme ce la faremo.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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