Bisogna dare voce a chi lavora per migliorare la vita delle persone

Mar, 18/02/2020 - 11:30
Architettura sulla scala

Durante il suo viaggio in America del Sud, Bruce Chatwin incontrò un’anziana signora che camminava nel deserto trasportando una scala di alluminio sulle spalle. Era l’archeologa tedesca Maria Reiche, che studiava le linee di Nazca. A guardarle con i piedi appoggiati al suolo, le pietre non avevano alcun senso, sembravano soltanto banali sassi. Ma dall’alto della scala le pietre si trasformavano in uccelli, giaguari, alberi o fiori. Maria Reiche non aveva abbastanza denaro per noleggiare un aereo e studiare le linee dall’alto e la tecnologia dell’epoca non disponeva di droni da far volare sul deserto. Ma l’archeologa era abbastanza creativa per trovare comunque un modo per riuscire nel suo intento. Quella semplice scala è la prova che non dovremmo chiamare in causa limiti, seppure duri, per giustificare lincapacità di fare il nostro lavoro. La cosa straordinaria è che alla fine, malgrado la semplicità dell’approccio e dello strumento, è proprio alla Reiche che si deve la scoperta del significato astronomico di queste misteriose linee segnate a terra più di 2mila anni fa.

Contro la scarsità di mezzi: linventiva
D’altra parte è molto probabile che Maria Reiche si sarebbe potuta permettere un’automobile o un furgone per viaggiare nel deserto, salire sul tetto della vettura e guardare da una certa altezza; e così facendo si sarebbe anche potuta spostare con maggiore rapidità. Ma questa scelta avrebbe distrutto l’oggetto del suo studio. Quindi, in questo caso, si è arrivati a una valutazione intelligente della realtà grazie all’intuizione dei mezzi con cui prendersene cura.

Contro labbondanza: la pertinenza
Pertanto, in questo spazio che il giornale ci mette a disposizione, tratteremo di architettura sperando di offrire un nuovo punto di vista come quello che Maria Reiche aveva dall’alto della scala.
Mai come adesso l’architettura è di moda: nelle riviste, nei quotidiani e in televisione le opere delle superstar dell’architettura sono oggetto della curiosità di lettori che prima erano completamente digiuni in materia. Eppure mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico: incide poco e male sul miglioramento della vita della gente. A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare. Questo accade perché l’architettura è diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla «firma», sulla genialità del singolo architetto, genialità che è quotata nella borsa della moda al pari di un qualunque brand.
L’architettura, più di quanto si pensi, ha molta influenza, nel bene e nel male, sulla vita delle persone, essa si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. È la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche alla mancanza di coordinamento, dell'indifferenza e della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. La difficoltà delle condizioni (insufficienza di mezzi ,vincoli molto restrittivi, necessità di ogni tipo) è una costante minaccia a un risultato di qualità. Le forze in gioco non intervengono necessariamente a favore: l’avidità e la frenesia del capitale, o l’ottusità e il conservatorismo del sistema burocratico, tendono a produrre luoghi banali, mediocri, noiosi. Ma gli architetti sembrano spesso chiusi nel loro mondo e intenti a parlarsi addosso di bellezza ideale, si rifugiano in una artisticità che li esclude da qualunque responsabilità.
La Calabria stessa mostra i tristi segni delle numerose occasioni mancate per l'azione positiva dell’architettura. Gli architetti hanno detto e fatto poco di fronte alla desertificazione territoriale, sociale ed economica, alle inutili grandi opere e alle piccole opere utili mai trattate, all’abbandono dei paesi e alla densificazione degli spazi sulle spiagge con improbabili waterfront alla Zaha Hadid, ai teatri vuoti e incompiuti e alle campagne da ripopolare.
Tuttavia larchitettura non si è in realtà mai allontanata dalla realtà e – benché ignorata, bistrattata, lasciata priva di fondi e di supporto sociale e politico – continua ad agire ed esistere e ovunque si fa strada come strumento di cambiamento sociale. È l’architettura nella sua forma più squisita, quando attinge motivazioni dal basso senza paternalismi perché ne fa realmente parte, quando si racconta con semplicità e immediatezza senza cadere nelle iperboli – linguistiche o visive – pur non rinunciando alla complessità del suo messaggio. È quella architettura che studia le traiettorie dei missili lanciati dai droni sugli edifici, smascherando chi parla ancora, mentendo, di “guerra chirurgica” e chi, come un gruppo di architetti irlandesi raccolti intorno al progetto Losing My Life, rivela come un malato di demenza percepisce realmente i luoghi – suggerendo di conseguenza come dovrebbero essere progettati e di chi si occupa delle occupazioni “gentili” di territori abbandonati e dei modi alternativi di pensare alle aree di gioco dei nostri bambini.
La presa di coscienza non basta più e quello che serve ora è l’azione. Bisogna dar voce a tutti quelli che in tutte le parti del pianeta lavorano per migliorare la qualità dell’ambiente costruito e, di conseguenza, quello della vita delle persone. Bisogna dare loro ascolto e condividere conoscenza ed esperienze, inventiva e pertinenza con chi tra di noi rimane con i piedi appoggiati al suolo.

Autore: 
Pas Giurleo
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