A Bova sotto le bandiere del Primo Maggio

Sab, 27/04/2013 - 20:16

Il Primo Maggio doveva entrare nella leggenda e rischia ormai d'essere espulso dalla storia, tutto essendosi svolto e svolgendosi contro il suo messaggio di religione del lavoro.  
Dalle piazze è ormai fuori da molti anni, e sopravvive soltanto in qualche manifestazione nazionale la cui rinuncia farebbe perdere la faccia. Dal cuore del popolo non è stato mai espulso a Bova Marina dove si ritroveranno in tanti - lavoratori, giovani, sindaci, Ilario Ammendolìa, che terrà il discorso ufficiale in Piazza Municipio alle ore 20,00 -  a sfilare con il passo cadenzato dalle note dell'Inno dei lavoratori. L'augurio è che il prossimo anno il Primo Maggio ritorni a Siderno, roccaforte del Sol dell'Avvenire.

Il primo maggio con Edmondo De Amicis

I primi passi in letteratura Edmondo De Amicis (Imperia-Oneglia, 21 ottobre 1846 - Bordighera, 1l marzo 1908) li muove al ritmo della fanfara militare e, infatti, scrive e pubblica su L’ “Italia militare”, organo del ministero della guerra, un buon numero di bozzetti, sorgenti dalla sua partecipazione alla guerra risorgimentale. Saranno editi in volume autonomo nel 1868 per i tipi di Treves, Milano, sotto il titolo La vita militare. Non vi ribollono i selvaggi spiriti bellicosi. È al rinsaldamento dell’unità d’Italia, vista come un valore assoluto, che Edmondo De Amicis indirizza la sua parola intenzionata. Sotto questo profilo, il “libro rispondeva bene alle necessità della situazione postunitaria, col suo tardivo spirito risorgimentale contrapposto ad ogni richiesta di Realpolitik, e incontrava le simpatie di una larga cerchia di lettori di gusti semplici e ideologicamente fermi al vecchio credo unitario” (C.A. Madrignani, Un educatore popolare-borghese: Edmondo De Amicis, in La letteratura italiana-Il Secondo Ottocento, Laterza, Bari 1975, pag. 579).
Meglio, e di più, “alle necessità della situazione postunitaria” risponderà il libro Cuore (Treves, Milano 1886), decisa summula interclassista dove quella famosa terza elementare con la sua concordia discorde  funziona come emblema della necessaria solidarietà nazionale. La questione sciale non vi è avvertita. Ma viene l’ora della svolta.
Ha il suo cominciamento con Sull’ Oceano (Treves, Milano 1889), dove l’orizzonte ideologico e letterario si slarga  fino a ricomprendere la questione sociale, prelevata dal lato suo più dolorante e sanguinante: l’emigrazione dal Nord, dal Sud dalla Calabria verso l’America latina: Argentina, Brasile, Uruguay. Dal mondo del lavoro il De Amicis non si staccherà più, e lo attraverserà, puntando gli occhi sulla scuola del popolo, con Il romanzo di un maestro (Treves, Milano 1890), La maestrina degli operai (Ivi, 1895). Del 1899 è La carrozza di tutti.
Scrive Benedetto Croce: “Da questo interessamento per la scuola del popolo nacque il De Amicis socialista” (B Croce, De Amicis, in La letteratura della Nuova Italia, vol. I, Laterza,  Bari 1976, pag.  161).
Non è esattamente a questo modo. Il De Amicis aderisce al socialismo nel 1890, due anni prima la nascita a Genova del Partito socialista italiano, quando ormai aveva 44 anni  Non aveva mancato, del resto, il De Amicis di scrivere, per sommi capi, l’autobiografia indiretta della sua conversione al socialismo, come ne Il primo passo, frammento di un romanzo inedito e mai completato, e, più esplicitamente, in Come si diventa socialisti, accolti nel libro delle sue battaglie politiche e della sua passione socialista, Lotte civili (Nerbini, Firenze 1900). La pietà per i miseri, gli afflitti, gli oppressi, che Schopenauer disse “fondamento d’ogni moralità” , fu la spinta liberatrice che lo portò sotto le bandiere del Socialismo, e da quel moto inesausto di pietà egli poi procedette per dare fondamento scientifico alle sue nuove idee, tra le quali spiccava l’idea, che tutte le riassumeva: la ricchezza, ovvero la proprietà privata, come fonte di ogni male e di ogni degenerazione. La studiò “nelle sue origini e nei suoi effetti”. E da qui, “intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione nell’ apparente, non reale libertà di contratto tra chi compra il lavoro e chi lo vende; la figliazione mostruosa del denaro che mantiene delle dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per l’esistenza e conquistatori senza lotta fino alla morte; l’esenzione iniqua della ricchezza dal debito che ella avrebbe verso la società per la grande parte in cui questa concorre a produrla; e riconobbe nei suoi istituti e nell’ opera sua la grande feudalità finanziaria, che non contenuta da alcun freno né di legge né di morale, posta quasi al disopra del diritto e dello Stato, fornita di tutti i privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il commercio, 1’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni a tutti i progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a tutti il lavoro a tutti [...], e raccogliendo a poco a poco nelle proprie mani tutti i mezzi di produzione [...], tende a dividere la società in una piccola schiera di dominatori che avranno tutto e in una folla immensa che non avrà nulla” .
Rimaneva il problema di come affrontare il passo decisivo del superamento del Leviatano e, quindi, della “trasformazione fondamentale di ogni ordinamento”  dello Stato borghese. Non solo, allora, pietà per chi è caduto nella lotta per la vita; per “l’ esercito miserando dei fanciulli oppressi, con le facce smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio” ; per le donne che hanno “brevi in loro la gioventù e la bellezza” e che “dopo aver perduto l’una e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro, avranno una maturità più travagliata dell’ età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale” . Ma anche rimedi. Insomma, cuore e dottrina.
 Per il Socialismo e il suo attuarsi Edmondo De Amicis scrisse numerosi articoli sull’ “Avanti!” e “Il Grido del popolo”. Pronunciò diverse conferenze. Parlò ad operai e a studenti. La sua parola fu sempre di misurata eloquenza, non scissa da decoro letterario. Ma palpitò di più nel racconto del Primo Maggio, grande metafora della redenzione umana, ed ad essa sopravvivente. Oggi la Festa dei lavoratori supera il secolo di sua vita. Non ha mantenuto la promessa di riscatto. Ma non importa. Resta perpetuo  e invariato nel  grande discorso per il Primo Maggio 1896 pronunciato a Torino da Edmondo De Amicis, intellettuale socialista, “educatore dei semplici [...], sobillatore raffinato dei sentimenti migliori nelle moltitudini [...], dirozzatore del gusto, [...], solerte seminatore di quella sana e profonda, senza che troppo ne abbia l’aria, filosofia della vita, che è fatta d’un vivace umorismo temperato di pianto”. Scrittore unico e solo in Italia e nel mondo che ritenne degno di essere raccontato in un intero romanzo il cammino del Primo Maggio.
Egli lo scrisse, questo suo romanzo Primo Maggio, tra il 1890 e il 1893. Ma, poi, allarmato dalla coscienza di non essere stato all’ altezza della richiesta del tema aureo, non volle che fosse pubblicato. Ciò che avvenne tanti e tanti anni or sono, nel 1980, per iniziativa dell’ editore Feltrinelli. Mancava l’epifania dei lavoratori in letteratura. Edmondo De Amicis l’ha inverata. Si può dire che nulla più manca al Primo Maggio se non l’avverarsi del suo destino di pace, di uguaglianza, di fraternità. Finché avremo vita, continueremo a sperare.

Autore: 
Pasquino Crupi
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