Brumotti, ecco la mia San Luca...

Mar, 12/01/2021 - 15:00

Carissimo Corrado Alvaro, saresti rimasto stupito e incredulo anche tu, da sanluchese, nel vedere il filmato di “Striscia la Notizia” dell'uomo nero con la bicicletta che, saltellando per le viuzze del tuo paese e che non trovando adulti da intervistare, dava voce a piccoli spavaldi che si vantavano di malefatte in un dialetto molto stretto, già difficile a noi, quindi mal registrato secondo gli intenti dei cattivi traduttori. Anche io, come te, sono molto legata ai sanluchesi, non sono una ‘ndraghetista, mi spiace per Brumotti, vivo del mio lavoro, amo San Luca perché mi lega, a quelle case arrampicate come un presepe, il ricordo della mia famiglia, di mio padre, di mio nonno, massaro Peppe, maresciallo della stazione di San Luca e Polsi, che abitava e aveva la Caserma lì in alto "o pettu". Io sono insomma figlia dell'Arma, di quell'Arma bella, che operava a cavallo di un asino e con la baionetta, se scrivo, se mi indigno, se do voce a una popolazione che per l'ennesima volta viene bistrattata e derisa, mascherata e scimmiottata da buffoni in cerca di gloria, lo faccio solo per onore del vero e della giustizia, perché lo faceva mio padre, perché conosco questa gente, con loro ho lavorato e lavoro costantemente. Guardando in tv quel saltimbanco in bici mi è venuta in mente una tua frase che raccoglie e accoglie in pieno quel pensiero, quella mano del fato Verghiana, la predestinazione aduna vita che, per quanto tu faccia, non ti fa scappare da un disegno e da un peso che ti sovrasta, quella tua frase che recita cosi: "La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile". Questa frase mi ha fatto pensare alla disperazione di quanti al mattino escono di casa tra quelle strette case, a lavorare onestamente, per i campi o con gli animali e le greggi. A quelle persone oneste che, nonostante tutto, sapendo che la loro vita sarebbe stata passata al setaccio e alla lente di ingrandimento, hanno creduto e hanno dato al paese una giunta e un sindaco dopo tanti anni. A quei tanti che hanno visto albe e tramonti sempre a testa bassa, riuscendo a laureare i figli e le figlie, dando loro un futuro migliore. Sai, la vita è cambiata tanto da quando sei andato via, sono tanti i professionisti che San Luca ha generato, gente istruita, come si dice qui, che dà lustro al proprio paese, ma l'uomo nero con la bicicletta non li ha incontrati questi uomini e donne, ha solo cercato, con il suo lavoro di saltimbanco, un applauso, uno scatto su quella popolazione infelice, che non ha nulla e che dentro ha tanto. Ha chiesto a piccoli incauti cose che in un altro posto sarebbero sembrate marachelle e pericolosi giochi di adolescenti, ma poi, chiedo, non vanno tutelati i bambini e i ragazzi? Ha avuto il consenso dei genitori per trasmettere la voce e la figura dei figli se pur con il viso nascosto? Non credo, doveva declamare che sono ‘ndraghitisti in erba, cuccioli del malaffare, che devono essere strappati alla famiglia ai propri affetti. Come il miserabile Saviano si è fatto la foto di rito con le insegne bucate dai proiettili, la foto davanti alla casa confiscata ai boss, stesso copione di Saviano, il quale fece di più facendosi mettere l'insegna San Luca nel portico di un palazzo confiscato. Ma mio caro scrittore e illustre sanluchese a te chiedo, perché non trovo una giusta spiegazione, togliere la casa, magari l'unica, o i figli a chi viene condannato è punizione o insegnamento per chi vede, e quindi prende lezione, o è accanimento su chi resta fuori o vuole essere invece tormento per chi è dentro e sconta con la galera del corpo anche quella dell'anima? La legge è legge e non sta a noi giudicare. Ma anche i giovani sono uguali dappertutto, se non stanno per strada, dove vanno se non in piazza o per le vie a giocare a essere più grandi e a raccontare di gesti, magari veri, ma non certo segno di sicura appartenenza a un clan? Si è chiesto il nostro uomo nero quanto è povera la Locride, quanto i ragazzi patiscono della mancanza di un punto di aggregazione, di svaghi e hobby sani come tutti i giovani di questa terra? Il nostro bravo ciclista, poi, si chiede sempre perché tutti si sono nascosti e non gli hanno parlato o concesso interviste; conosciamo tutti la sua trasmissione spazzatura, le sue manipolazioni, il suo rivangare vecchie piaghe e dolori di famiglie che solo un animo portato all'interesse dello scoop giornalistico attua con destrezza. Perché di destrezza e manipolazione si tratta, come sempre, e per fare breccia tra coloro che guardano e non conoscono luoghi e realtà. Chi deve scontare le pene giuste o ingiuste secondo coscienza è giudicato da un tribunale, di questo giudizio non fa parte un'intera Comunità immobile e senza alcuna difesa, alla mercé dei media spazzatura. Caro Corrado Alvaro, scrivevi che la vita dei pastori dell'Aspromomte è dura, ed è ancora così, ma lo è per tutti, non solo per i pastori. La tua gente è accogliente, non è quella che le iene e gli avvoltoi fanno vedere, è gente curiosa e ti fa mille domande, diffidente se capisce come tutta la gente di montagna, che hai un altro scopo nel trattare e nell'essergli amico. Ti portano al bar per offrirti qualcosa e ti costringono a qualsiasi costo a entrare nella propria casa, non si nascondono, non ti deridono, accolgono il turista e il nuovo arrivato con la curiosità di un popolo ironico e dal grande cuore. Tu lo sai come è la tua gente, lo sa Klaus Davi, che lì si è sentito a casa da consigliere di opposizione, lo sa Gerardo Sacco, grande orafo e amante di Polsi e del suo santuario, lo sa Michele Placido con il suo progetto di teatro, lo sanno i Commissari Prefettizi che per anni hanno sostituito il sindaco e che hanno convissuto in armonia e serenità con la tua gente e cosi mille e mille persone che sono state accolte tra quelle case. Non sarà una bicicletta a solcare e distruggere quello che la bella e vera San Luca è, i suoi figli illustri che portano il nome del proprio paese in giro per il modo e, sai, quando io cammino per le strade sento il profumo del pane, guardo il bellissimo centro storico con la Chiesa e le tante vie di pietra che con colleghi, alcuni dei quali sono volati via prematuramente, abbiamo realizzato, pensato e amato come la nostra casa. Penso a quando le imprese lavoravano con pioggia e vento o in pieno agosto, per finire la consegna e le persone di quei vicoli facevano a gara per portare ogni ben di Dio per alleviare quella fatica. Penso al mio pancione e alle tante donne e ragazze allora e ora mamme che mi coccolavano per la paura che stessi male sul cantiere, alle mie bambine che portavo spesso con me, che erano come le bambole del rione e che facevano a gara per coccolare, per affetto, per rispetto dell'ospite e senza interesse alcuno. Penso al nonno Micchia che. al mattino, dalla ripida discesa, ci faceva visita in cantiere con il suo bastone e ci raccontava del suo viaggio in tempo di guerra a piedi dal settentrione a San Luca, si sedeva sul muretto mentre si lavorava alla piazza e ci teneva compagnia, al più disagiato che ci veniva a fare visita e lì sostava in cerca di una sigaretta che sapeva gli avremmo dato, al proprietario del bar di fronte alla Chiesa che, se non stavamo attenti, ci mandava ubriachi a fine giornata. A quei rapporti belli che si sono creati in tutti questi anni tra questa gente che io sento la mia gente, che mi accoglie e mi sorride, che mi chiama "ngegnera" e che va difesa, e a me piace così. Ti saluto da questa terra bistrattata, caro Corrado Alvaro dal nome sconosciuto a Brumotti, e con te voglio ricordare Padre Stefano De Fiores, grande prete e letterato e Mariologo di fama mondiale, il mio papà che non c'è più e con i suoi scritti ha sempre celebrato la tua, la sua gente dall'animo immenso. A don Pino, che spesso ha accolto il dolore della sua gente, che ne conosce i pregi, i drammi, le sofferenze, che in settimana Santa celebrava le funzioni facendo sentire la sua voce con un megafono che penetrava il cuore e l'animo di tutti per non fare sentire la sua gente sola. Questo a Striscia non interessa. A tutti quei figli di San Luca che non ci sono più e che l'hanno resa fiera di essere loro madre. A tutti quei figli della San Luca bella, che l'uomo nero in bicicletta ha cercato di oscurare perché parlare di lavoro, di onestà di vita fatta di sacrifici in una terra povera e difficile non fa notizia, meglio raccattare e manipolare racconti di piccoli sbruffoni ai quali la vita dovrebbe offrire di più, ma a te, caro uomo in bicicletta, questo non interessa, tu non vivi qui, come i tanti che ti hanno preceduto hai solo mostrato una faccia della medaglia, la più brutta, quella arrugginita; forse quella migliore non sei neanche capace di vederla.

 
Anna Delfino
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