Calabria. Lotta a tutto campo nel deserto di sempre

Lun, 09/12/2019 - 10:40
Calabrese per caso

Il livello di confusione e di scontro politico per le prossime regionali sembra alzarsi sempre di più. Da una parte l’incerta corsa a individuare un candidato secondo regole non scritte di designazione partitica o di importanza geografica, come se le province calabresi non avessero pari dignità per esprimere un presidente. Dall’altra parte, costretti a dover affrontare una crisi di partito, e di leadership, che antepone aspettative personali a quelle collettive senza risparmiarsi invettive di vario genere. In mezzo, l’ondivago tentativo di sopravvivenza giocato tra il serio ed il faceto da parte di chi ormai, pur avendo saggiato le comodità delle tanto disprezzate poltrone, è consapevole di dover affrontare una discesa progressiva verso i limiti di percentuale e, quindi, di rappresentatività di se stessi piuttosto che dell’elettorato. In comune però, vi è la convinzione - come mi ha ricordato un mio molto sagace amico - delle loro convenienze di cui ne hanno fatto sistema e, per questo, diventerà difficile, semmai qualcuno avesse simile coraggio non richiesto, sradicare un modello di relazioni politiche così perfezionatosi negli anni e a cui sembrano rispondere tutte le segreterie di partito, nessuna esclusa. Ma non basta. Se poi dovessimo affidarci a una massima di leader dell’allora più grande esperienza di sinistra, Enrico Berlinguer - che nel tempo non avrebbe immaginato che il significato sarebbe stato ben presto applicabile a distanza di anni anche alla sua - si potrebbe dire che i partiti di oggi rimangono ancora ciò che da sempre, soprattutto al Sud,  sono stati: “macchine di potere e di clientela”. Le vicende calabresi, compulsivamente occupate dalla corsa alle candidature mancate o di quelle acquisite, e che sembrano voltarsi a una resa dei conti sui candidati alla Presidenza, di per sé hanno qualcosa di aberrante, se non di grottesco volendo cadere in una dimensione gotica alla quale non sfugge anche il Bel Paese. Per una volta la Calabria sembra essere la regione che potrà fare la differenza in una sfida tra aspiranti titani politici che si aprirà ai margini dell’Italia, dei partiti o di movimenti ormai strutturatisi allo stesso modo dei propri avversari. Una terra costretta, e a questo punto non senza possibili responsabilità, a guardare alle lotte tra famiglie politiche che si consumano giornalmente quasi come se non avesse mai superato un portale del tempo, restando impaludata nel più tragico oscurantismo dei secoli bui, sperando che il vincitore distribuisca ai fedeli elettori del momento premi senza sudore. Ecco allora, che tra tanti che si definiscono di destra quanto di sinistra si comprende come il concetto di patacca montanelliano sulla vera e intima natura delle idee politiche che pretendono di fare la differenza, si trasforma in una sorta di medaglia che contrassegna solo scelte di campo per opportunità, ma non per credo. E ciò vale per tutto il firmamento della politica calabrese che per una volta, seppur nel suo piccolo, trascinerà nel baratro anche quella nazionale. Tra molti rifugiati nelle liste che saranno e coloro che senza quartiere si affanneranno a difendere leader senza contenuti, l’idea che possa affermarsi un sussulto di dignità che aggreghi ognuno di noi verso uno scopo condiviso diventa un effimero esercizio di scuola. Una mancanza di autocoscienza che non percepisce che ancora una volta, indagini o meno e contaminazioni forse, l’idea che lo stesso principio della responsabilità penale, valido anche a carico degli amministratori, viene messo in secondo piano rispetto a nuovi commissariamenti di comuni come se, a questo punto, si dichiarasse l’impietosa contaminazione di tutto un corpo elettorale. In scenari resi così complessi da un confronto tra Stato, amministratori e tra politici con le loro ambizioni, se non irrefrenabili sentimenti di sovrastima delle loro capacità, si consuma il destino di una regione e di una nazione che, entrambe, non vedono al di là dei  propri nasi ormai costipati, senza aver più voglia di starnutire se non per necessità fisiologica, ma non certo quale segnale di esistenza. La Calabria con il suo claudicante passo e debole peso politico, dimostra quanto sia incerta e confusa la realtà di una nazione intera. Una nazione, l’Italia, destinata a fare i conti con leadership prive di credibilità e di obiettivi se non almeno di carattere. Migrazioni, Mes, alleanze che si concretizzano solo in accordi temporanei frutto di ripicche per mantenere poteri di poltrone ormai conquistate, rappresentano la deriva verso la quale ci autoescludiamo da un’Europa che ritiene di doverci considerare un ventre sempre più molle. Una sorta di appendice geografica gelatinosa che si muove senza amalgama, dove coloro che dovrebbero essere gli interlocutori dei cittadini verso le istituzioni - regionali, nazionali o europee - giocano alla difesa della propria rendita di posizione.  Il cannibalismo politico che si osserva diventa, in questo modo, uno strumento efficace per chiudere il cerchio su un vero e proprio genocidio culturale che distrugge in sé destra, sinistra, movimenti stellati e altri paladini di se stessi impedendo, per spirito di egoismo, la crescita di qualunque comunità regionale o nazionale che sia. Credere che l’idea di uno sviluppo o di una possibile assertività di una nazione o di una regione, costrette a doversi confrontare con realtà ben più forti, possa essere il risultato di una strategia del dividere è una follia. La stessa follia che frammenta la Calabria quanto l’Italia che dalle divisioni non può aspettarsi più nulla se non ratificare, per la nostra regione almeno, alle prossime consultazioni l’ennesimo dominus di turno lasciandosi abbracciare dalle lusinghe di una politica sempre più xenomorfica.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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