In Calabria si muore di ‘ndrangheta come di malgoverno

Dom, 10/05/2020 - 11:00

Una pubblicazione circola nelle librerie: “Prefetto in terra di ‘ndrangheta”, dell’ex Prefetto di Reggio Michele Di Bari. Non l’ho letto e quindi non mi permetterei mai di criticarlo.
E tuttavia non si può sfuggire a una domanda: come sarà mai la “vita” d’un Prefetto in terra di ‘ndrangheta? O meglio in una Regione marchiata col timbro infame della ‘ndrangheta?
Ho cercato di immaginarla, sia pure senza alcun riferimento all’autore del libro.
Intanto, nessuno pensi che in Provincia di Reggio, il Prefetto viva in comodi uffici con l’aria condizionata e con lo “Stretto di Messina” sullo sfondo, viaggi utilizzando moderne macchine di servizio, partecipi a frequenti eventi mondani.
In Calabria mille occhi malavitosi lo spiano sin dentro gli scantinati e bisogna sventare le frequenti imboscate, cosicché un povero “Prefetto”, prima di mettere il naso fuori dalla prefettura, ricorre quasi sempre alla barba e baffi finti a cui abbina una bel parrucchino.
Ne tiene sempre una decina, tutti diversi, e sempre pronti. Cambia continuamente gli abiti.
E una volta mimetizzato, per meglio “scoprire” e “capire”, si infila nelle processioni o nei funerali, partecipa, sotto falso nome, a qualche riunione segreta di logge deviate; balla la tarantella e gioca a morra. Con una coppola storta in testa si appella ai mitici “Osso, Mastrosso e Carcagnosso” per confondersi coi mafiosi e poi assicurarli alla giustizia.
Dice di andare a Palmi e spunta a Locri. Parte scortato su una Giulietta e arriva su una Fiat 500 facendo letteralmente impazzire le cosche.
Come “marzo pazzarello” lo aspetti in montagna e lo trovi a mare… sotto l’ombrello!
Si scontra costantemente con la ‘ndrangheta.
Immaginate, ad esempio, le lotte titaniche contro i “covi” mimetizzati nelle amministrazioni comunali (sia pur democraticamente elette) oppure contro i titolari di imprese che si nascondono dietro un cartellino penale pulito, perché nessun giudice li ha mai condannati.
Specchio per le allodole! Ma nulla sfugge allo sguardo acuto d’un vero Prefetto. Neanche i furbacchioni alla Mimmo Lucano che porta sulle spalle la grave colpa di far parlar bene della Calabria ai giornali e alle televisioni di mezzo mondo.
Misfatto imperdonabile quello dell’ex sindaco di Riace, soprattutto se si considera che nel lager, di Rosarno gli immigrati bruciati vivi sono stati più dei polli arrosto.
Brillare di luce propria in Calabria e senza far riferimento alla ‘ndrangheta è come bestemmiare in Chiesa. I veri amministratori da cui prendere esempio sono i tre commissari antimafia insediati all’ASL di Reggio Calabria che, durante l’epidemia, hanno dimostrato alla Calabria, all’Italia e al mondo le loro competenze, la loro virtù e l’indomito coraggio.
E che volete che sia il fatto che all’Ospedale di Locri gli ammalati, anche gravi, siano stati parcheggiati per giorni al pronto soccorso in attesa d’un tampone? Cosa volete che sia il fatto che in questi giorni si stiano smantellando gli endoscopi in comodato d’uso lascando in ospedale quelli vecchi e obsoleti?
Quisquilie, pinzillacchere, direbbe il nostro Totò! Si può sopportare questo e altro in nome dell’antimafia.
Ora, e per ritornare al libro, se potessimo suggerire qualcosa all’autore, gli diremmo sommessamente di cambiare il titolo.
Rifletta, Signor Prefetto.
Sono molti, tra quanti hanno ricoperto posti di grandi responsabilità nella nostra Provincia, che hanno pubblicato un libro sul loro impegno contro la ‘ndrangheta.
Quasi un doveroso “De bello calabro”, come Cesare dopo la conquista della Gallia.
Cosa del tutto legittima. Ma abbiamo un forte sospetto che, nel migliore dei casi, si voglia presentare la Calabria nella sola dimensione di ‘ndrangheta per rimuovere un senso di “colpa” dal proprio inconscio. Quasi un volersi lavare la coscienza per la propria appartenenza a una classe dirigente (nazionale e indigena) che, anno dopo anno, ha depredato la Calabria utilizzando sempre la 'ndrangheta come alibi. Non sarà certo il suo caso… però… quel titolo, “Prefetto in terra di ‘ndrangheta”, un po’ ci offende. Primo, perché non siamo “ndranghetisti”, e poi perché abbiamo un’idea dello Stato molto diversa della vostra. Lei è stato Prefetto in una terra in cui c’è la ‘ndrangheta, ma come precisa scelta delle classi dirigenti nazionali e indigene che hanno fatto strazio della Costituzione. In una Regione in cui - e solo per esempio - per costruire un ponticello  sulla principale strada della Jonica ci vogliono sette anni e costa dieci volte in più che nel resto del Paese.
Ci sembra giusto che qualcuno lo dica, perché in Calabria si soffre e si muore per la ‘ndrangheta, ma molto di più per il malgoverno. E ancor più per il silenzio e l’omertà nei confronti dei potenti di turno.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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