Carcere e criminalità

Lun, 21/09/2020 - 09:00

La criminalità è l’ingranaggio più oscuro di un Paese, di questo sistema è parte centrale il carcere, un’istituzione attorno a cui orbitano umanitarismo astratto, riformismo parolaio, massimalismo rivoluzionario e occhiuta repressione. Le prigioni restano soprattutto deputate a gestire la devianza degli strati giovanili non garantiti e l’anomia degli immigrati dal terzo e quarto mondo.
La violenza sembra essere un dato esclusivamente attinente alla natura umana e non anche all’organizzazione sociale, affinché quest’ultima sia funzionale alla sua ideologia. Nella nostra società gli omicidi comuni, negli ultimi secoli, sono in netta diminuzione, ma i media ci fanno credere l’opposto. Insomma siamo parte attiva di un’area in cui la le norme imperanti a difesa della merce hanno trasformato la violenza in una scienza, in un orologio del terrore. La massima violenza coincide con l’estrema esclusione. Il sistema di potere fa in modo che il controllo sociale proceda da un minimum a un maximum di violenza esercitata. Il minimum è strutturato come norma etica, la cui validità è data per scontata; il maximum rappresenta un estremo tentativo di risocializzare chi tende a contrapporsi alle norme precostituite. Nello specifico il carcere è un fenomeno che dovrebbe attuare una complessa ideologia del recupero, secondo la quale la prigione, più che punire, dovrebbe redimere. Per Foucalt, la prigione è riuscita assai bene a produrre la delinquenza, a generare i delinquenti in ambiente apparentemente marginalizzato, a creare il delinquente come soggetto patologicizzato. Puntualmente, in Italia abbiamo i cadaveri di detenuti, morti non si sa mai bene come, che bucano le cronache quotidiane. In più, da qualche anno, nel nostro Paese esplode il problema dei reclusi extracomunitari. Secondo le statistiche aggiornate al giugno 2005, sono 59.200 i detenuti in Italia, di essi, il 30% è tossicodipendente e un altro 30 di origini straniere. La capienza dei 205 istituti di pena è di 42.540 posti; i detenuti in più rispetto ai posti disponibili sono 16.660. Poi con un letto a castello, da uno, i posti per ogni cella sono diventati tre e ora, in certi casi, si stipano, nello stesso ambiente, anche quattro esclusi. Ma la questione più seria è che il carcere è diventato un’istituzione sorpassata. E i detenuti stranieri sono la rappresentazione visiva di questo fenomeno. Con le legge Gozzini si erano introdotti per i reclusi una serie di benefici: semilibertà, lavoro all’esterno, permessi premio e via discorrendo, a condizione di serbare buona condotta. Con i detenuti stranieri ciò non è possibile perché non hanno fissa dimora, famiglia, permesso di soggiorno, nessuno è disposto ad assumerli. Gli immigrati, prima di entrare in carcere, subiscono un processo di marginalizzazione sociale e criminalizzazione. E arrivano in prigione già carichi di problemi esistenziali. Non bastano prigioni nuove, ma modificare la durata dei processi, abolire le leggi restrittive sugli stupefacenti, cambiare la legge sull’immigrazione, dare ai detenuti la possibilità di lavorare all’esterno, avere rapporti sessuali, praticare attività sportive e ludiche. In Occidente il potere è cosciente da tempo che gli ultimi estremi della macchina socializzante, la prigione, la pena di morte, sono entrati in una crisi priva di prospettiva. Solo negli USA continuano a praticare la pena di morte, ma occultando le esecuzioni nel retrobottega dell’apparato repressivo e dopo aver scoperto che la reclusione è essa stessa fonte primaria di devianza, anzi di istituzionalizzazione della devianza. Ma l’assetto di potere sa che indurire certe forme di detenzione non gli può essere ancora sufficiente. E allora pensa di trovare altri meccanismi che restituiscono alla sofferenza il tragico privilegio di apparire un convincente sostituto penale al carcere e alla morte.
La devianza, la diversità, il furto come strumento di sussistenza, il suicidio come evasione, la prostituzione, sono la fisiologia e non la patologia del nostro sistema socio-economico. Un universo contraddittorio e sfuggente che l’assetto socio-economico può fronteggiare solo al fine di controllarlo e gestirlo a suo pro. Ma non tutti i fenomeni illegali sono trattati e valutati allo stesso modo. Sappiamo tutti che gli Stati hanno perpetrato i delitti più orribili della storia, inclusa l’eliminazione di popoli interi. Questi giganteschi misfatti non compaiono in alcuna statistica e i loro responsabili non finiscono alla sbarra, salvo il caso che, mutate le circostanze storiche, le potenze vincitrici, come a Norimberga, allestiscano, per motivi di convenienza politica, un processo-monstre. Sono invece considerati reati quelli dei colletti bianchi: frodi fiscali, pratiche illegali di vendita, truffe assicurative, immobiliari e in borsa, appropriazioni indebite, fallimenti ad arte, bancarotte fraudolente. Gli sforzi fatti per scoprire i reati dei colletti bianchi sono generalmente limitati e soltanto in rare occasioni coloro che vengono colti in fallo finiscono in prigione. Insomma, i reati dei colletti bianchi sono considerati da giudici, poliziotti e potere politico in modo tollerante. Negli Stati Uniti si è calcolato che la quantità di reato coinvolta nei reati di evasione fiscale è quaranta volte superiore a quella di tutti gli altri reati contro la proprietà. Per restare in Italia, gli scandali Parmalat, Cirio e Bond argentini, pur avendo messo in causa addirittura la stessa situazione finanziaria del Paese, non sono stati danni valutati con la stessa gravità di un delitto di mafia o di una rapina sanguinosa. Un evasore fiscale o un bancarottiere non sono vissuti dalla gente come delinquenti, ma come furbi. La criminalità organizzata, invece, desta allarme sociale, è oggetto di approfondite analisi storiche e politiche. La mafia è passata da un sistema di potere asservito ai potentati politici ed economici a struttura in grado di giocare da sola, entro certi limiti, sui tavoli della politica, dell’economia e della finanza. I profitti legati al commercio degli stupefacenti hanno costretto le organizzazioni mafiose a una serie di lavori e problemi nuovi: in esse ha fatto il suo ingresso il computer. I mafiosi, infatti, sono stati e sono obbligati a trovare le vie più profittevoli per i loro denari. In Sicilia, quando la mafia, alla luce del sole, la faceva da padrona, si aprivano più sportelli bancari. Oggi non più, lo Stato ha reagito con durezza, ha distribuito a pioggia secoli di galera e chiuso le più appariscenti attività economiche mafiose. Ma non ha dato scuole, lavoro, cultura, impresa. Il risultato è che la Sicilia ora ha più sottosviluppo, disoccupazione, piccola criminalità, clientelismo, corruzione di prima. Ciò che è diffuso dappertutto, soprattutto nelle grandi metropoli, è la piccola criminalità: scippatori, spacciatori al minuto, ladruncoli, rapinatori da quattro soldi. A essa è dovuto il massimo numero di reati denunciati all’anno: circa due milioni. In realtà, questi reati sono almeno il triplo. L’aumento della piccola criminalità viene da quando, per esigenze dello sviluppo capitalistico, si sono concentrati, spesso venendo dalle campagne, in settori territoriali urbani periferici, rilevanti quote di popolazione proletaria e sottoproletaria che costituisce, però, una contraddizione rispetto alle necessità ideologiche dell’apparato repressivo. La stessa vita di relazione quotidiana in questi quartieri produce, infatti, un’omologazione culturale degli abitanti diversa rispetto alla cultura media del Paese nei confronti della norme legali. Così per molti sottoproletari il furto, lo scippo sono l’unica possibilità di sopravvivenza e l’unica attività psicologicamente accettabile come prevaricazione repressiva a cui è possibile e necessario opporsi sia direttamente, ingaggiando degli scontri con la polizia, sia elaborando una serie di meccanismi comportamentali che chiudono a riccio il quartiere nei confronti di tutto ciò che è alieno a esso. La repressione richiede che gli stessi ceti verso cui è rivolta abbiano una credibile, reale alternativa economica alla vita che conducono. I giovani marginali si organizzano in bande su base territoriale. La difesa dello spazio è la loro caratteristica principale, la piazza o un bar è il loro quartiere generale. L’unica cosa che conta sono le regole del gruppo. Vivono la curva calcistica dove possono urlare la propria fede e mostrare, contro il mondo, simboli, identità comunitaria e odio contro le forze di polizia. il problema dei quartieri periferici è soprattutto sociale ed economico. Questo è l’ambiente in cui finiscono spesso extracomunitari privi di lavoro, di documenti e di alloggio. Non hanno scelta, unica sopravvivenza possibile diventare manovalanza per le gang locali. Ma imparano in fretta la lezione, nel crimine portano le proprie abitudini e la propria cultura. Il ghetto è l’unico strumento che hanno a disposizione per difendersi e preservare le proprie radici. E dalla strada al carcere la vita è breve. Ci vuole ben altro che, in carcere, un corso di formazione per ostacolare un processo di proselitismo che ha radici profonde e lontane.

Autore: 
Giulio Salierno
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