Caro Luca ti scrivo…

Dom, 18/10/2020 - 11:00
Il “Caso Palamara”

Il caso Luca Palamara, con il frettoloso allontanamento dalla magistratura, è il funerale della Giustizia. Celebrato a porte chiuse come si conviene quando ci sono vergogne da coprire. Oh, in agonia lo era già, la Giustizia. E da tempo. Da anni si presta a uno spettacolo indecoroso, tra smanie di potere e di carriera. E c’è inflazione di personaggi microfonati e televisivi. Sono i nuovi Khomejni, integralisti che allontanano sempre più l’idea che essa sia amministrata in nome del popolo e che abbia degna rappresentazione nella signora con la spada nella mano sinistra, la bilancia nella destra e la benda sugli occhi. Il popolo sempre più tende a non riconoscersi, a non crederci, a intravedere nella signora di prima una donnina in minigonna che rotea la borsetta attorno a un fuocherello in un viale al buio. E questo rischia di lesionare le libertà individuali e l’impianto sociale, la stessa idea di democrazia. Oh, sono il primo ad ammettere che la maggioranza dei magistrati opera con serietà, dedizione e competenza. E nel silenzio, rifuggendo la ribalta. Forse apposta resta ferma al palo a beneficio di altri, pochi ma incidenti, che sanno cogliere le occasioni, e pontificano da ogni pulpito, avvelenano le cronache, sproloquiano da inquirenti e da giudicanti nello stesso tempo. E spettacolarizzano la giustizia. In molti modi, non ultimo il teatrino, a vantaggio di telecamere, degli arrestati della notte, esibiti in manette in pieno centro e in pieno giorno, in contrasto con l’articolo 114, comma 6 bis, del Codice di Procedura Penale – “È vietata la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta”. È quindi un’illegalità! Ma non è mai successo niente e non succederà niente, mica vero che la Legge è uguale per tutti.
Sono andato per rivoli. E torno su Palamara, oggi ex magistrato dopo essere stato prestigioso e acclamato Presidente dell’ANM e membro eletto del CSM. Ha sbagliato, lo ammette lui stesso. Mi domando però quale sia la differenza fra il magistrato Palamara e la maggior parte dei suoi colleghi. Di più, anzi: quale sia la differenza tra i comportamenti di Palamara e quelli dell’italiano medio. Presto detto: la differenza è in entrambi i casi il Trojan, che a lui hanno appiccicato e ai suoi colleghi no e a un tranquillo cittadino neppure. Con un simile strumento, neanche San Francesco d’Assisi ne sarebbe uscito indenne. Perché cazzate, pubbliche e private, ne diciamo a iosa tutti. E, inutile fare gli ipocriti, la raccomandazione fa parte del costume italiano, come ne fanno parte lo straparlare, le vanterie, le esibizioni, la millanteria. Inoltre, nella magistratura, la prassi delle correnti era consolidata e Palamara è stato la semplice continuazione di un meccanismo oliato. Ha avuto la sventura del Trojan insomma, peraltro a intermittenza, che fa rima con convenienza, peraltro non so fino a che punto legale dato che lo si è attivato per un’ipotesi di corruzione poi risultata mendace, forse strumentale al suo utilizzo. Cos’ha scoperto il Trojan? Semplice: quello che era notorio e che continuava imperterrito da un quarantennio, se non oltre. Tuttavia, ecco colleghi che sbarrano, scandalizzati, gli occhi, persino quelli beneficiati dal sistema, o che frappongono il silenzio di chi si guarda bene dal corrucciare le due parti della barricata, pur di rimanerne fuori.
E la politica? Cade dalle nuvole, come se non fosse conto suo, come se non ci siano stati e non continuino a esserci incastri pericolosi tra i due poteri, con la magistratura che ha finito con il mettere la cavezza alla politica, se la conduce dove più le aggrada, se la condiziona e talvolta la violenta. E infatti non c’è traccia di una commissione di inchiesta che faccia chiarezza su una vicenda tanto spinosa. Si fa bastare il capro espiatorio. Lo ha gentilmente offerto il CSM. Che ha avuto troppa fretta di sbrigare la faccenda, giorni a fronte dei tempi biblici soliti, e la fretta sa tingersi di sospetto. Che presume così di ricostruirsi la verginità perduta. Che difende a oltranza, e oltre la ragionevolezza, la casta e i privilegi della casta. Che ha consumato un obbrobrio giuridico e umano, con la negazione a Palamara del diritto alla difesa sancito dalla Costituzione, quella di cui ci riempiamo la bocca essere la migliore del mondo, salvo poi disattenderla e sprezzarla nei fatti. Credo, per esempio, che all’Italia sarebbe piaciuto scoprire cosa Palamara si sia detto con il Procuratore Nicola Gratteri – chino deferente il capo nell’annotarne il nome – all’indomani dell’audizione del PG Otello Lupacchini al CSM e poche ore prima che venisse ascoltato lui. Perché Gratteri? Perché è il magistrato più osannato d’Italia e quello con la claque maggiore, perché è uno che sicuramente, sicurissimamente anzi, non ha scheletri negli armadi.
Tra politica e magistratura s’incastra, in varie forme, certa stampa stracciona, giornalisticuli che sono cani di riporto della Procura – non lo fossero, non avrebbero modo di svangare la giornata – e certa stampa più raffinata di penna, di mente e di strategia, ma ugualmente al soldo del partito dei PM. Che c’è. È operativo, pur senza un atto notarile che lo ufficializzi. Ed è rappresentato, tra gli altri, da quel Piercamillo Davigo, già simbolo di Mani Pulite e oggi giustizialista tra i più feroci, che ha coniato il “principio” secondo cui un imputato innocente nel processo è un colpevole che l’ha fatta franca. Mah!
Tutti insieme appassionatamente! Hanno provato a far fessa l’Italia. Che però stavolta ha capito tante cose e che ha invertito tendenza e si ritrova a chinare in giù il pollice sulla Giustizia sommaria del CSM più che su Palamara. Con la Giustizia che si è giocata, perdendola, un altro po’ di credibilità.

Autore: 
Mimmo Gangemi
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