Caso Romeo: l’SOS di una Regione a democrazia morente

Dom, 31/05/2020 - 09:30

Dinanzi alla recente sentenza della Corte di Cassazione, che motiva con parole dure come le pietre per quali ragioni Seby Romeo non andava arrestato, avremmo potuto dire “Noi l’avevamo detto” quando tutti sono stati il silenzio.
Invece preferiamo dire la verità: abbiamo semplicemente difeso lo Stato di diritto comportandoci come sempre abbiamo fatto da quasi mezzo secolo.
Senza mai domandare il nome del presunto colpevole e ancor meno il nome del magistrato interessato.
Per esempio, nei mesi passati abbiamo espresso le nostre perplessità sulla richiesta di arresto del senatore Siclari, che non conosciamo affatto e da cui politicamente siamo lontani anni luce, così come con sindaci mandati arbitrariamente a casa con l’accusa di essere collusi o con imprenditori rovinati dall’imperante Stato di Polizia.
Qualcuno chiama questa nostra linea di comportamento “garantismo”. Noi preferiamo definirci “partigiani” della Costituzione, combattenti per una Calabria che non può essere doppiamente oppressa in nome della lotta alla ‘ndrangheta.
Abbiamo temuto e temiamo i moralizzatori e i giustizieri, e le intercettazioni di questi giorni ci dicono quanto i nostri timori siano giusti.
Da Seby Romeo ci ha diviso profondamente l’impegno politico degli ultimi cinque anni, con cui quasi mai siamo stati d’accordo; ma avremmo preferito scontrarci con Lui politicamente, piuttosto che venderlo allontanato per via giudiziaria.
I fatti sono noti:
Il 31 luglio del 2019 Seby Romeo, capogruppo del Partito Democratico alla Regione Calabria veniva posto agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Libro Nero” con l’accusa di “tentata corruzione”. Secondo il PM, Romeo avrebbe promesso a un maresciallo della Guardia di Finanza l’assunzione di un parente in cambio di informazioni.
Seby non è stato ricandidato anche perché il PD, a meno di mezz’ora della diffusione della notizia del suo arresto, e alla velocità della luce, lo aveva sospeso dal partito.
Qualche giorno fa, invece, la Cassazione ha smontato tutto l’impianto accusatorio, stabilendo che “nel caso in specie è palese l’assoluta inconsistenza delle ipotesi di accusa, non solo per la scarsa portata degli elementi ulteriori, ma anche per l’irrilevanza di elementi desunti dalle prove inutilizzabili e che però ben si possono considerare a favore dei ricorrenti.”
Quanto accaduto al capogruppo del PD è un serio indizio del fatto che le elezioni regionali in Calabria sono state oggettivamente condizionate dalla magistratura. Diventa un fatto inquietante, se teniamo nella dovuta considerazione quanto successo qualche mese prima dell’arresto di Romeo, quando lo stesso presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, è stato confinato per quattro mesi tra le montagne della Sila a seguito di un’ordinanza della procura di Catanzaro retta dal dottor Nicola Gratteri. Qualche mese dopo la Corte di Cassazione ha definito il provvedimento restrittivo come frutto d’un chiaro “pregiudizio accusatorio”.
La “politica”, ancora una volta, ha chinato la testa dinanzi ai poteri che realmente comandano in Calabria, così come la stampa nazionale e regionale s’è limitata a pubblicare i comunicati delle procure.
Particolarmente grave ci sembra la posizione del PD calabrese (commissariato) che non solo ha evitato di difendere la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione rispetto ai suoi esponenti ingiustamente massacrati dal circuito giornalistico-giudiziario, ma ha utilizzato i provvedimenti illegittimi della magistratura per individuare candidati graditi ad alcune procure.
Non è un caso che i votanti per le elezioni regionali in Calabria siano stati appena il 44% e, tra questi, ben 36.000 abbiano lasciato scheda bianca o invalidato il voto. Quindi, hanno espresso il loro voto meno del 40% degli aventi diritto.
Una presa d’atto collettiva di quanto sia inutile in Calabria esprimere il proprio voto.
Sia chiaro, qui non si tratta di difendere Mario Oliverio o Seby Romeo e, meno ancora, il governo regionale che ha retto la Calabria dal 2015 al 2020.
In gioco c’è qualcosa di ben più importante: innanzitutto la libertà dei cittadini che in Calabria è gravemente compromessa. Quindi l’autonomia della politica espropriata a favore di ristretti gruppi  che detengono il potere reale e infine la dignità delle Istituzioni democratiche, gravemente compromessa dai poteri non elettivi (spesso occulti) che perseguono fini estranei ai legittimi interessi dei cittadini.
Il “caso Romeo”, la vicenda giudiziaria del presidente Oliverio, come già i trasferimenti del vescovo Bregantini o del procuratore generale Otello Lupacchini rappresentano solo la punta infinitesimale della mattanza dei diritti civili in Calabria. Le motivazioni della Cassazione sono in realtà un SOS lanciato da una Regione a democrazia morente, affinché l’Italia decifri e comprenda la gravità di quanto sta succedendo nell’estremo sud della Penisola, in cui si ha il terrore della mafia ma ancor di più di coloro che dai criminali dovrebbero proteggerci.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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