Chiara, forestiera perpetua: “Questo film è il mio ritorno in Calabria”

Dom, 05/07/2015 - 19:01
Ci sono diversi modi di fare ritorno alla propria terra. Chiara Ambrosio, da 15 anni di base a Londra, lo fa con il suo “Frequenza Fantasma” girato a Bonifanti di Verbicaro, nel cosentino.

Chiara Ambrosio, filmmaker e visual artist, è una calabrese nata altrove che improvvisamente nella sua vita ha avvertito una fitta inspiegabile che qualcuno chiama nostalgia di casa e si è tuffata di pancia nel mare meraviglioso della memoria. Da 15 anni di base a Londra, ha deciso di scambiare, anche solo per poco, tutti i suoi domani per un solo ieri che la piantasse di nuovo nella terra. Con una Canon 5D e un minimo budget ha girato un film a Bonifanti di Verbicaro, nel cosentino. Si intitola “Frequenza Fantasma” e nei giorni scorsi è stato presentato all’Anthology Film Archives di New York, mentre a inizio dicembre sarà proiettato all’International House Film di Philadelphia e all’Harvard Film Archive. Tra i protagonisti un vento che culla e scuote, accarezza e graffia e, come una strana ninna nanna, coccola e risveglia. A fargli da eco, una memoria che piange ancora per i suoi fantasmi e a cui spetta l’ultima parola.
Chiara, perchè questo titolo: “Frequenza Fantasma”?
Il titolo del mio film tenta di creare un collegamento diretto con la radio, riferendosi in particolare al modo in cui i segnali, una volta trasmessi, continuano a viaggiare nell’etere, senza mai dissiparsi del tutto... Oltre a una fascinazione personale per le ricerche di fine ‘800 che hanno portato all’invenzione del telegrafo e successivamente della radio, e al ruolo privilegiato che la radio ha sempre avuto nell’ambito dello spiritualismo, dove veniva usata per creare un contatto con l’aldilà, c’è una dimensione autobiografica che mi lega a questa metafora. Ricordo lunghe giornate passate insieme a mio nonno, medico e appassionato radioamatore, seduti davanti alla sua enorme e comica radio a esplorare frequenze alla ricerca di voci remote, quasi trascendentali, in un tentativo di stabilire un contatto tra il nostro piccolo ricevitore in Calabria e l’invisibile... Un’esperienza che in molti modi si riflette nella mia attuale ricerca artistica, una tensione fedele verso l’intangibile.
Com’è finita a Verbicaro?
Ho trovato Verbicaro a un crocevia: dopo la morte dei miei nonni mi sono sentita in pericolo di perdere il mio rapporto con una terra che ho sempre sentito mia, ma nella quale non sono nata, e dalla quale mia mamma ha sempre cercato di fuggire. Ho deciso di tornare nei luoghi della mia infanzia alla ricerca di qualcosa di intangibile ma fondamentale, un modo per piantarmi di nuovo nella terra. In una serata di fine Marzo fredda e piovosa uno sconosciuto a Cittadella del Capo mi ha mandata a guardare la processione di Pasqua a Verbicaro. Da questo incontro puramente casuale è nato il mio film, che ha usato il paese abbandonato come archetipo e metafora.
Una terra tra memoria e presente. Cosa di Verbicaro appartiene al passato mitico?
I suoi spazi e i suoi tempi, senza dubbio. Il modo in cui il paese nuovo, costruito alla fine degli anni 60, si affaccia sul vecchio borgo abbandonato e lo protegge come se fosse una gabbia toracica intorno al cuore che continua a palpitare. Il borgo abbandonato come tempio eretto a memoria di un passato non tanto remoto ma comunque irraggiungibile. Le distanze che crescono a dismisura, di vicolo in vicolo, tra il passato, il presente e il futuro, e il paese un teatro dove articolare questa distanza fisica e metafisica.
Chi rimane è allo stesso tempo guardiano e testimone, oracolo e innocente, in una marea cangiante di partenze e ritorni.
Un protagonista è il vento di Calabria che non soffia ma canta. Cosa racconta la sua musica?
Il vento attraversa e accarezza l’abbandono esaltandone il dinamismo: questi non sono paesi morti, sono luoghi colti in un lungo ed eterno processo in divenire - una trasformazione da uno stato a un altro. La natura prima domata, lavorata, contenuta, per poi ritrovarsi nuovamente fuori controllo, crescendo senza barriere sulle tracce antiche di vite anch’esse trasformate, trascorse. Il vento porta notizie di terremoti e incendi, profumi di primavera, odori maturi che inebriano; oltrepassa soglie per noi impenetrabili, crea parvenze di movimento e sospiri, è voce perpetua che narra storie fragili nel ricordo.
Nei titoli di coda una canzone che la Calabria dedica ad ogni suo figlio (“la tua partenza un terremoto”, “non è tardi per tornare da me”). Perchè i ragazzi di Calabria partono e non fanno più ritorno?
La voce di un paese che canta una realtà spesso necessaria a chi - come me - è distante (e nel mio caso i gradi di separazione sono parecchi, dato che sono nata altrove da genitori di altrove, anch’essi di radici d’altrove...): per quanto lontani, il ritorno non è mai proibito, anche se è difficile coltivare un legame quando si è immersi in una distanza che spezza il cuore. Forse ci sono modi diversi di ritornare, non tutti legati ad un ritorno fisico. Per chi è nato e cresciuto nella terra, la questione è semplice. Antonio Cava, uno dei personaggi del mio film, nato e cresciuto a Verbicaro, me l’ha spiegata in questo modo:
“ Vedi, l’uomo è fatto di spirito e di corpo. Il corpo lo puoi prendere e spostare dove vuoi, ma lo spirito è un elastico: un punto dell’elastico è radicato nella terra di nascita, e per quanto tu possa tirarlo via, appena lo lasci andare quello ritorna alle sue radici”.
È un modo di vedere le cose che mi ha fatto capire molto su quei luoghi e sulla mia situazione di forestiera perpetua nella quale sono nata. Una forestiera che cerca di tornare a casa. Questo film è stato il mio ritorno.
Un suono e un rumore tipico della Calabria?
La Calabria per me vive di suoni: dagli animali che popolano l’abbandono - rondini, galli, cani, rane, civette - allo scandirsi del tempo nella materia stessa dei palazzi - scricchiolii, fratture, gemiti.
E l’acqua di fiume o di mare che continua a scorrere...
Il canto stridulo della ciaramella e le voci roche, anch’esse stridule, di vecchie donne che cantano il rosario. Il rumore sonnolento di tavole apparecchiate e pentole di sugo rosso che bollono, i panni che sbattono al vento. E le campane che battono le ore di ogni giorno che muore e rinasce.
Due aggettivi per definire la Calabria: uno dal punto di vista di chi questa terra ce l’ha nel sangue e uno dal punto di vista di un regista.
Testarda e costante.
Quale film calabrese ha apprezzato particolarmente?
Mi è piaciuto molto Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino - anche lui un calabrese nato altrove, ma con un desiderio di tornare in un luogo mitico che alcuni chiamano casa...
C’è una caratteristica della Calabria che ha provato a cercare a Londra senza riuscirci?
No. I due luoghi sono per me come due lati diversi della mia personalità. Non potrei mai cercare l’uno nell’altro, sarebbe come violare l’essenza profonda di ciascuno dei due, e di me stessa.
Un proverbio calabrese che ha esportato a Londra? Come l’ha tradotto?
Nessun proverbio - ma la musica si! Tanta musica, impossibile da tradurre ma cantata dal profondo del cuore ogni volta che mi capita!

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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