Claudio Riccardo Arcidiaco, un amico geniale

Dom, 03/02/2019 - 18:20

Lo dovremmo avere tutti, un amico come Claudio Riccardo Arcidiaco. Un amico del genere che ti cammina accanto e raccoglie i pezzetti, anche minuscoli, di quando sei andato in pezzi, e li mette in un sacchetto e te lo porge in silenzio. E poi ti porta a bere.  Claudio era un amico del genere riparativo, una tenda indiana montata nel salotto contro le intrusioni degli adulti, una coperta di Linus e anche un Linus, un amico geniale con una saggezza stoico-bolscevica, una casa-rifugio foderata di libri e una capacità d'ascolto illimitata. Ho passato moltissime ore della mia adolescenza in quella casa, con lui che mi scacciava le lacrime (io ero il genere di amica dal cuore sempre spezzato, una rompipalle sentimentale che non faceva altro che sostituire l'uomo sbagliato con l'uomo sbagliatissimo), mi porgeva un alcolico e mi diceva "Bevi, Sue Ellen", e ridevamo come due scimuniti.
Claudio mi confezionava le musicassette ossessivo-compulsive, quelle con lo stesso pezzo ripetuto tre, cinque, tutte le volte, perché l'amicizia vera è condividere i disturbi e onorarli, oltre che recintarli, alla bisogna. E il suo cuore sensibile conosceva perfettamente la differenza.
A volte parlavamo di poesia latina, di lirici greci, di tribuni: la politica per lui era essere un Gracco, cosa che gli veniva facile anche perché - e lo invidiavo moltissimo - aveva quattro fratelli che lo amavano profondamente, anche quando non lo capivano.  Era un essere poetico e politico, Claudio, e amava la poesia latina per la sua capacità d'essere manifesto, il suo epos sul filo dell'elegia, il suo moralismo foderato di sentimento. Lui sarebbe stato un Catullo meno edonista, un Virgilio meno dolente, un Orazio meno opportunista, un Lucrezio altrettanto folle.
Claudio scriveva, leggeva, completava le cose che le amiche sconclusionate come me lasciavano a mezzo, distratte da naufragi nei bicchieri d'acqua. Claudio ricomponeva, schiariva, allentava,  Poi, certo, c'era il suo lato capricornesco: era l'Ariete più Capricorno che si fosse mai visto, e a volte era integralista come un Catone, anche se lui, per misteriose ragioni, si sentiva piuttosto un Cicerone (ma era il Cicerone di Catilina: Quousque tandem, lo chiamavo, e lui rideva, ma compiaciuto).
Litigavamo spesso, per la politica. Perché lui era il più conservatore dei progressisti, il più talebano degli atei, il più catoniano dei Ciceroni. Avevamo litigato qualche mese fa, e non ci eravamo ancora riconciliati, quando quel cazzo di Caronte se l'è preso a tradimento, ieri.
Caronte bastardo, mi devi un'anima. E che anima. Spero che tu abbia fatto posto sulla tua cazzo di canoa, perché Claudio lo prendeva tutto. Si porta risate che da sole asciugherebbero l'Ade, e un cuore di pane, e uno sguardo sensibile e un animo nobile che pure Achille diventerà verde d'invidia, ed Ettore ed Enea - che lui era di quella specie, ma senza spada, solo con la matita - se lo porteranno a bere nei peggiori bar affacciati sullo Stige.
Addio, amico mio adorato. Mi vengono in mente un milione di versi, in latino, ma tu mi correggeresti la consecutio e quindi evito. Litigheremmo di nuovo, come sempre.

Autore: 
Anna Mallamo
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