Considerato un mostro per 36 anni, è stato dichiarato innocente

Dom, 22/07/2018 - 11:20
Quello di Giuseppe Gulotta è il più clamoroso errore giudiziario della storia repubblicana: dopo un incubo durato 36 anni,è stato assolto con formula piena. Abbiamo intervistato il suo avvocato Baldassare Lauria

Giuseppe Gulotta aveva diciotto anni quando uomini in divisa lo portarono in caserma, dove fu legato mani e piedi a una sedia, e costretto con pestaggi, minacce, scariche elettriche ai testicoli, a confessare di essere il responsabile di una strage di carabinieri avvenuta nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Era il 13 febbraio 1976 quando “sporco di sangue, lacrime, bava, pipì” si rassegnò a confessare quello che gli urlavano i carabinieri, pur di porre fine a quell’incubo. Gulotta fu condannato all’ergastolo, e sarebbe rimasto un “mostro” assassino se nel 2007 un ex carabiniere non avesse deciso di raccontare le torture che l’uomo subì al momento del fermo. Fu così che Giuseppe Gulotta, assistito dagli avvocati Baldassare Lauria e Pardo Cellini, intraprese l’impervio percorso della revisione del processo. Dopo 36 anni esatti dal suo arresto, il 13 febbraio 2012, è stato assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Reggio Calabria. Quattro anni più tardi, il 12 aprile 2016, gli è stato definitivamente riconosciuto l’indennizzo di 6 milioni e mezzo a titolo di riparazione dell’errore giudiziario. Buona parte del risarcimento è stata impiegata per dare vita alla Fondazione “Giuseppe Gulotta”, con cui intende “dare voce agli ultimi”, contribuire a rivelare errori giudiziari, “creare un contraltare allo strapotere della magistratura giudicante”. Abbiamo intervistato il suo avvocato Baldassare Lauria.
La strage di Alcamo resta tuttora un mistero ma fortunatamente Giuseppe Gulotta ha smesso di vivere un incubo...
La vicenda Gulotta è una storia a lieto fine ma il percorso di revisione è stato molto articolato con sacrifico economico non indifferente che non tutti possono permettersi.
Solo grazie all’associazione Progetto Innocenti, una ong che si batte contro gli errori giudiziari, è stato possibile giungere a ciò.
Nel caso Gulotta, i carabinieri hanno inventato prove, ne hanno nascoste altre, e i giudici ci sono cascati. Lei si è fatto un’idea di cosa dovevano proteggere?
La storia di Gulotta è stata una falsificazione processuale, con prove false che hanno condotto i giudici all’errore più grave della storia d’Italia dal secondo dopoguerra.
Ancora oggi, e credo sarà per sempre così, la strage di Alkamar rimane un mistero, sono passati troppi anni, molti sono morti sicchè diventa davvero difficile, e probabilmente il tempo ha fatto il gioco dei responsabili.
Gulotta è stato risarcito con 6,5 milioni di euro nell’aprile 2016. Ma insieme all’avvocato Pardo Cellini avete fatto ricorso e avete chiesto 56 milioni di euro. Come siete arrivati a questa cifra?
Oltre al risarcimento di 6,5 milioni, stiamo citando in giudizio l’arma dei carabinieri per le torture inflitte allo stesso e quindi per l’illecito da essi commesso, che ovviamente non è incluso nella riparazione per l’errore giudiziario, trattandosi di responsabilità diverse.
Ogni anno in Italia 1000 persone vengono risarcite dallo Stato per essere stati in carcere da innocenti. Com’è possibile incorrere in così tanti errori giudiziari?
Purtroppo i dati sono più importanti, non c’è una statistica precisa se non quella approssimativa del Ministero. Gli errori sono tali quando emergono, sicchè nessun dato statistico può dare un quadro chiaro sulla dimensione del fenomeno.
Qualcuno ha parlato di elemento fisiologico del processo, ma così tanti casi fanno pensare piuttosto a un elemento patologico... Cosa propone per evitare che un innocente possa finire in carcere?
Ogni sistema giudiziario ha in sè’una certa attitudine a produrre errori, le cause sono molteplici. Le posso dire che la maggior parte di esse matura nella fase delle indagini, spesso condotte da personale di polizia inadeguato - si pensi alla raccolta dei dati sulla scena del delitto contaminata dallo stesso personale, o addirittura letta in maniera distorta, seguendo i primi istinti, con conseguenze irrimediabili.
Le faccio un esempio: in un caso di presunto omicidio del figlio da parte della madre, i poliziotti toccarono senza precauzioni il flaconcino del farmaco, che poi si ritenne essere somministrato al bambino, impedendo così alla difesa di verificare se il bambino avesse o meno toccato l’oggetto, non essendo più possibile il rilevamento delle impronte. Un errore investigativo diventa, in questo modo, un virus che inficia l’intero procedimento penale giungendo a una sentenza ingiusta.
Un rimedio assoluto non esiste ovviamente, la giustizia è’ amministrata da uomini normali, per fortuna dico io. Il giudizio di essi è tuttavia troppo sbilanciato verso quella discrezionalita, c.d. libero convincimento del giudice, che spesso si traduce in arbitrio.
Ecco proprio quel libero convincimento del giudice potrebbe essere oggetto di una migliore disciplina normativa, con maggiori limiti.
Ciò che però contraddistingue un vero stato di diritto è il dispositivo riparatorio che l’ordinamento processuale prevede per la correzione degli errori giudiziari, e su questo aspetto le proposte potrebbero essere tante. Personalmente ritengo che l’attuale sistema della revisione penale sia inadeguato perché lega il diritto alla riapertura del processo non tanto all’innocenza del condannato, piuttosto all’emersione di una prova nuova.
Sicché, in ipotesi, il disvelamento dell’errore nella valutazione di una data prova, da cui emerge l’innocenza del condannato, da solo non può legittimare la revisione perché non si tratta di una prova nuova. Questo è un limite odioso del sistema, che sulla forma del processo sacrifica la verità.
Quando un P.M. costruisce un impianto accusatorio che alla fine si rivela un castello di sabbia è anche colpa di consulenti disonesti che sperano magari di ricevere nuovi incarichi?
La disonestà intellettuale esiste ma lì siamo in un altro campo, che non è certamente quello degli errori giudiziari. L’errore presuppone un’imperizia, una negligenza, una distrazione... se c’è dolo diventa un reato, e non è più un errore giudiziario.
Cosa si può fare contro questi consulenti millantatori le cui menzogne hanno costi enormi in termini umani ed economici per il Paese?
La scelta dei periti e dei consulenti è un compito dei giudici e dei magistrati delle procure, che va esercitato con prudenza e scrupolo.
In Italia c’è una specie di lobby dei periti, i processi più importanti vengono affidati a professionisti che hanno instaurato un particolare rapporto col magistrato, forse sarebbe meglio che la competenza nell’assegnazione degli incarichi non fosse affidata ai giudicanti, o ai titolari delle indagini, ma a un organismo centralizzato della stessa magistratura: ciò potrebbe assicurare maggiore trasparenza.
Perché non è prevista alcuna azione disciplinare, alcun procedimento penale per chi ha fatto finire dietro le sbarre un innocente?
Quasi mai alla conclamata innocenza dell’imputato segue un’azione disciplinare nei confronti del magistrato, trattandosi di persone impunibili per le loro valutazione. Ma non solo! Il sistema processuale non prevede alcun diritto al risarcimento per l’imputato assolto ma soltanto un indennizzo per l’indebita detenzione, con un massimale del tutto inadeguato al potenziale danno che una custodia cautelare può arrecare al cittadino.
Ma il danno spesso non è legato alla sola custodia cautelare, il solo processo produce già una condanna sociale, e per questo non è previsto alcun indennizzo.
L’Italia paga la mancanza di una normativa seria sulla responsabilità civile dei magistrati.
La legge vigente è ancora troppo garantista delle valutazioni del giudice, eppure gli errori giudiziari sono in forte crescita, i danni di essi sono quasi sempre irrimediabili.
Ci vuole una nuova presa di coscienza da parte non solo della società ma anche della classe politica, e io sono pessimista. I populismi che attanagliano il nostro paese lanciano promesse in senso forcaiolo-giustizialista, in spregio a diritti costituzionali e a convenzioni internazionali. Penso alla proposta della Meloni di abolire il reato di tortura, recentemente introdotto dopo le numerose pressioni internazionali.
Prima che della giustizia, si diventa prigionieri della stampa, oggi un grado supremo di giudizio. Cosa pensa di quelle procure che, consapevoli di aver costruito un impianto accusatorio fragile, foraggiano i media cercando il sostegno dell’opinione pubblica?
Purtroppo viviamo una società colpevolista, piena di pregiudizio e refrattaria all’idea che un condanna deve seguire a un giusto processo. La presunzione di innocenza sta lasciando spazio culturale alla presunzione di colpevolezza, molti provvedimenti normativi (misure di prevenzione antimafia) hanno legittimato sacrifici alle libertà individuali senza prova, basandosi solo sul sospetto. C’è una deriva culturale del nostro sistema giuridico.
Molte inchieste giudiziarie cavalcano queste criticità, sostituendo così all’accertamento giudiziario la condanna sociale, quest’ultima senza appello.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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