Da amico a D’Amico

Dom, 16/02/2020 - 17:30

Vale, Rosario.
Nel numero di Riviera della scorsa settimana è uscito a tua firma un articolo interessante e apprezzabile nel quale, rivolgendoti alla signora Ilaria D’Amico, giornalista sportiva ma vieppiù prezzemolina anche in talk politici - ormai i maitres à penser che discettano dottamente di politica in televisione pur avendone un’infarinatura superficiale te li tirano appresso - hai puntato l’indice contro la moda di ritorno degli stereotipi negativi ai quali vengono associati i meridionali. I Calabresi in specie. In particolare hai stigmatizzato quello da lei proposto nel corso della trasmissione “Dimartedì” condotta da Giovanni Floris in cui ha espresso un concetto come si trova in quelle costruzioni logiche che gli Inglesi chiamano mixed emotions, capaci, cioè, di determinare nel destinatario, contemporaneamente, due sentimenti contrastanti.
Un esempio, per tutti, quello della moglie che dice al marito: “Caro, tra tutti i tuoi amici tu sei quello che sa fare meglio l’amore”.
Nel caso specifico, il giudice Gratteri è un eroe, pur essendo calabrese, perché svolge, bene, il suo lavoro in terra calabra, dove ogni calabrese come lui è un delinquente. Altrove, invece, sarebbe un signor nessuno, se ne deduce. Un bel complimento, non c’è che dire.
A margine, poi, ti dirò che sono ammirato per la capacità che hai avuto di contenere entro i limiti imposti dal galateo la polemica (avevi pur sempre a che fare con una donna) e che mi sono domandato se anche io sarei riuscito ad avere altrettanto aplomb all’indomani delle vicissitudini che, praticamente, fanno di me, stando al ragionamento della signora D’Amico, un delinquente con tutte le carte in regola per il fatto di essere stato un componente dell’Amministrazione Comunale di Marina di Gioiosa Jonica, recentemente sciolta per infiltrazioni mafiose. Di certo non avrei rinunciato a suggerire alla splendida compagna di Gigi Buffon che, se proprio vuole farsi passare per una che conosce la realtà calabrese così bene, non dovrebbe disconoscere il modo di dire, tutto nostro ed estremamente caratterizzante, “u carvùnchju sup’a guàjera” e il suo profondo significato. Perché, hai detto bene tu, già siamo nella… cioccolata (non solo e non proprio per colpa nostra) e non sentiamo, né punto né poco, la mancanza di chi, stando col culo al caldo, venga a metterci il dito nell’occhio.
Le avrei, perciò, domandato: Perché tu “rinovelli disperato dolor che ‘l core preme” della stragrande maggioranza, onesta, dei calabresi e, sopra alla guàjera del disagio che ci angustia ci metti ‘u carvùnchju dello scimmiottamento del mainstream secondo il quale la Calabria è una bolgia infernale e l’unico modo per non essere criminale è di essere giudice? Non un giudice qualunque, ma come Gratteri, per giunta?
Vedi, Ilariona bella e b(u)ona, se veramente credi di poter dire ciò che vuoi con quella bocca, come Virna Lisi nella storica réclame del dentifricio Chlorodont, fa’ pure, ma, a mio modesto avviso, dovresti prenderti un po’ di tempo per riflettere prima di parlare. Perché è vero che noi meridionali ci portiamo appresso la macchia del peccato originale, difficile da espiare, di avere dato i natali alla Mafia e alla ‘ndrangheta, alla Camorra e alla Sacra Corona Unita e a mio nonno in carriola, ma è altrettanto vero che dove queste allegre combriccole hanno fatto il salto di qualità è una ‘nticchia più a nord di Catanzaro.
Eh sì, cara la mia esperta di sport pedatorio, proprio dalle tue parti. Dove, a detta dell’universo mondo, ci sono i salotti buoni della finanza e, correggimi se sbaglio, i soldini che in Calabria non sono mai arrivati perché ci avete sempre pensato voi furbastri di tre cotte di lassù a papparveli. Voi che la questione meridionale l’avete causata prima e cronicizzata poi prendendovi, per dirne solo una, gli sghei dallo Stato per impiantare imprese al sud e poi, di riffa o di raffa, non lo avete fatto. E mai che qualcuno di questi sporchi, brutti e cattivi delinquenti si ricordasse di quell’altro nostro modo di dire “una sola volta si fotte la vecchia” e gli sia passato per la mente di darvi una roncolata sulle gengive, nemmeno tanto forte, giusto per farvi capire che di essere presi per i fondelli c’eravamo stufati. E non provare a convincermi, se no m’incazzo, che quelli con la coppola si siano presentati ai vostri industrialotti rampanti, pistola in pugno, per obbligarli a mandare giù in Calabria i rifiuti tossici con i quali avete avvelenato le nostre montagne e le nostre campagne e, forse, i nostri mari. Lo so, lo so, dalle vostre parti l’omertà non esiste perché siete tutti tanto moralmente integri che avreste subito avvisato i Carabinieri, la Polizia, l’Esercito, i Caschi Blu e l’Esercito della Salvezza e li avreste fatti sbattere in carcere un minuto dopo, quei cattivoni.
E, allora, come mai oggi sì e domani pure, le pagine dei vostri stessi giornali riportano i casi del tal cumenda arrestato perché in combutta con la ‘ndrangheta o di quel sindaco che baciava il culo al mafioso che gli aveva procurato i voti? E del fatto che comincino a essere sciolti per infiltrazioni mafiose anche Comuni della Valle d’Aosta, che più a nord non si può, che anche nel magico nord-est i “negri” raccoglitori di frutta vengano pagati a 3 Euro all’ora e, udite udite, che finanche lo Stato (lo Stato, capisci questa parola?) abbia fatto “affaires” con la Mafia che mi dici? Che siete intelligenti e imparate in fretta? E vogliamo parlare di Mani Pulite? Quanti calabresi sono rimasti invischiati in quella stagione? Ti risulta che fossero cognomi calabresi quelli coinvolti in Tangentopoli? E mi fermo. Erano altri tempi, dici. Parliamo di qualcuno più vicino ai nostri giorni, allora. Di Formigoni, per esempio? Di Belsito, di Lara Comi? O quella, alle vostre “altitudini”, non si chiama delinquenza? Sei proprio sicura che non abbiate anche voi bisogno di giudici eroi?
Da’ retta, jupter posuit nobis duas peras, dicevano i nostri padri. Impariamo, perciò, ognuno a guardarci la nostra gobba e chissà che non ce ne venga qualcosa di positivo. Noi in Calabria, in Sicilia, in Puglia, in Campania, come voi, immagino, ci svegliamo ogni giorno che Dio manda in terra e il nostro primo pensiero è quello di meritarcelo sapendo, al tempo stesso, che dovremo sudare per sfangarla. Non ci restano né voglia, né tempo, né risorse a sufficienza per occuparci di quale forno fumi in casa d’altri. Molto semplicemente, badiamo ai fatti nostri.
Per cui vi chiediamo solo un piccolo sforzo, se non è pretendere troppo: fate come noi, fatevi i fatti vostri. Ma non nel senso di “occupatevi”. A quello siete più che allenati avendolo fatto da sempre per altri versi. All’uopo, mandate a memoria la prima lettera di Cetto Laqualunque al figlio du pruppu e, se ne metterete in pratica i dettami, scoprirete orizzonti sconosciuti. Provare per credere.

PS: Al giudice Gratteri, qui nominato per cronaca, la stima per il suo impegno, l’apprezzamento per la figura che è, la considerazione per le difficoltà che quotidianamente affronta.

Autore: 
Sergio M. Salomone
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