Da Dubai a Grotteria

Lun, 03/04/2017 - 19:35
Probabilmente architetto

Girando per il mondo mi sono accorto che il modello della città contemporanea è stato inventato in Italia ed è quello del “Presepe”, modello ideale sperimentato dai nostri borghi meno incantati come Grotteria e Antonimina. 

In una conferenza internazionale a cui ho partecipato, in cui si discuteva delle metropoli e della figura architettonica dominante oggi, ho sostenuto che tale modello è quello PRESEPE perché esso risponde all’esigenza fondamentale della modernità di mettere in scena la storia, il dramma, l’inconsueto e la frugalità. Peccato che ciò avvenga negando la temporalità, utilizzando il consueto, rendendo inoffensivo il dramma, abolendo le conseguenze della povertà: il gelo, i cattivi odori, lo sporco, le zecche. Ho anche sottolineato che il presepe lo abbiamo inventato noi italiani.
Finalmente dopo “Learning from Las Vegas” si attingerà nuovamente alla nostra cultura. “Learning from Natale in casa Cupiello”.
La strategia del presepe l’hanno brevettata le Soprintendenze che hanno operato consentendo di trasformare i centri storici da luoghi in abbandono con abitazioni fatiscenti in gioielli del pittoresco.
Il metodo si fonda sul principio metodologico di base che dice che tutto può essere ridisegnato e ricostruito anche se tutto, quasi tutto, deve far finta di non esserlo e di stare là così da sempre. Ciò è avvenuto grazie all’immissione discreta delle nuove tecnologie (ascensori, aria condizionata, riscaldamenti, impianti elettrici a norma, consolidamento delle murature e dei solai, sostituzione e integrazione di muri e dei decori, riconversione di sottotetti e cantine resi abitabili e inserimenti di autorimesse). La stella cometa risplende ma nessuno vede l’attacco alla presa elettrica.
Cerchiamo di delineare in breve quali sono i principi e i caratteri del presepe che fanno pensare che sia adattabile alla città moderna: 

  • Il principio della conservazione
    Oggi le demolizioni le lasciamo fare alle menti esaltate dell’ISIS mentre noi, romantici e rosi dai dubbi, siamo ossessionati dal terrore della perdita.
    Allo stesso tempo, però, non accettiamo il carattere crudele della storia e la vogliamo riscrivere, per sfuggire dall’ansia del futuro. Se il futuro è cupo, il passato, come il bambinello, deve avere sempre il sedere rosa. E il presepe solo trasforma un atto crudele, nascere al freddo e al gelo, in una festa, in un’epifania. Il presepe è ottimista, perché è una visione della storia proiettata verso un futuro di salvezza. Il male, lo sporco, l’irrisolto, che morbosamente ci piace vedere ma non subire, non possono farci più paura nel momento in cui li abbiamo anestetizzati.
  • Il principio della sostenibilità
    Il presepe è ecologico, è la città che ritorna alla natura. C’è una grotta, c’è l’acqua, ci sono le stelle e la cometa, ci sono il bue, l’asinello, le pecore. Le casette sono primordiali e ricordano la capanna di Laugier. Infine ci sono i pastori. Anche se il presepe è inclusivo a un grado massimo, difficilmente potrebbe sopportare l’intrusione di una fabbrica, di un centro Pompidou, del Guggenheim di Bilbao o dell’ultima opera della Zaha Hadid.
    L’unica tecnologia ammessa è la luce divina: immateriale e trasparente. Anche il filosofo Heidegger con la sua capanna nella Foresta Nera metteva in scena una epifania: qualcuno lo ha soprannominato il pastore dell’Essere. Heidegger ha ispirato gran parte dell’architettura della reazione: non c’è scritto equivoco sull’abitare che non lo citi. Forse bisognerà fare qualche studio fenomenologico sul presepe, l’architettura e Heidegger.
    • Il principio dell’inclusione, paratassi e sintassi
    Il presepe è accogliente come l’architettura eclettica. Se hai una figurina di Balotelli o un soldatino di piombo li puoi inserire tra le montagne di cartapesta senza distruggere la composizione. E difatti i bambini adorano il presepe perché è tollerante delle diversità che accosta e non integra, è paratattico e non sintattico. Adesso: la sintassi, che presuppone unità ed esclusione, è il modo di strutturare il linguaggio della modernità; la paratassi, che gioca per liberi accostamenti ed è inclusiva, della post-modernità. Tra gli architetti bisogna ricordare Koolhaas detto Rem, un architetto, urbanista e saggista olandese tra i più noti sulla scena internazionale. Da sempre il poeta della paratassi. Non ci voleva molto a immaginare che sarebbe stato lui a rilanciare l’architettura del presepe.
  • Il principio del riciclo
    Nel presepe non si inventa nulla ma tutto si ricombina. Semmai si aggiunge e si attualizza, come avviene nei presepi napoletani in cui si inserisce la statuina con la faccia di Maradona o del personaggio di turno.
    Il presepe è il paradigma del rifiuto alla creazione ex novo e forse il precursore della postproduzione.
    Esattamente come sarà la linea vincente dell’architettura di domani o come avviene con questi post di FB che sfruttano immagini esistenti e ricombinano parole già consumate. La vera ecologia del presepe non è il ricorrere alla natura ma l’ansia continua di riciclo, che, più che essere finalizzata all’economia di energie, è la conseguenza di una impossibilità, in un’epoca postmoderna, di generare parole nuove, se non appunto in postproduzione.
  • Il principio del non luogo
    Se qualcuno, come è successo guardandone le foto, sbaglia affermando che un edificio stia a Hong Kong e invece è a Milano, ecco che, senza volerlo, svela il secondo segreto del presepe. Che è il non appartenere ad alcun luogo. Strano paradosso: le Soprintendenze, i reazionari, gli Sgarbi e i Settis vogliono i presepi per difendere le identità locali e questi, invece, sono ancora più anonimi degli edifici dell’International Style o dei grattacieli di Dubai.
    Il motivo è che la presepizzazione, che rifiuta di mostrare la tecnologia, fa però ampio uso di tutte le tecnologie e queste sono per forza di cose ovunque uguali. Sono identiche le tinteggiature, le tecniche di recupero della pietra, i trucchi per inserire i motori dell’aria condizionata e gli ascensori, gli infissi in legno antichizzato… E così, più si recupera, più i centri storici sembrano uguali, più le fabbriche diventate contenitori cultural chic sono identiche. Il fascino del presepe non è di essere un luogo identitario ma il non luogo più condiviso dalle nostre immaginazioni sempre più in rete.
  • Il principio delle periferie
    A un certo punto si è scoperto che non solo i centri storici, ma l’intero ambiente urbano poteva diventare presepe: presepe metropolitano. Bastava che fosse vecchio, anche se squallido e ammalorato. Gli interventi di plastica facciale e le tecnologie invisibili avrebbero sopperito. È nata la corsa alla presepizzazione delle aree dismesse e delle periferie.
    La fondazione Prada, a Milano, esempio straordinario di presepe periferico, funziona tanto bene quanto il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, meglio noto con l’acronimo Maxxi, che si muove invece sull’ingenua strategia del nuovo (anche se la Soprintendenza ha voluto lasciare a tutti i costi un reperto di antico proprio in facciata, forse per dire che lei, anche se messa all’angolo, non si ritirava dalla partita), per alcuni funziona addirittura meglio.
    La Fondazione Prada accoglie, il Maxxi incute soggezione e distacco. Chiedete a questo punto a un artista se preferisca esporre in una vecchia fabbrica o in un edificio disegnato ex novo da una archistar e dalla sua risposta capirete il fascino neanche troppo nascosto del presepe. A questo punto mi viene da pensare che gli uomini sani, scellerati e con valori indubitabili facevano calcina dei monumenti che non servivano, perché costruivano i loro.

Conclusioni
La finzione non è mai innocua. Perché poi ci comportiamo come nei romanzi che abbiamo letto, come nei film che abbiamo visto, come nei reality che abbiamo seguito. Il risultato è che, inevitabilmente, la realtà diventa finzione e la finzione realtà.
E scambiamo i presepi che ricostruiamo con la storia che ci ha generato. A questo punto è inutile osservare che il tal centro storico non ha più nulla a che vedere con la cittadina medioevale che fu o che il tal palazzo è diventato la mummia dell’importante opera rinascimentale o che la fabbrica ha perso ogni sembianza di verità. Perché è il simulacro la nuova verità, è la nuova storia. E così la Venezia vera diventa sempre più simile alla sua ricostruzione a Las Vegas e, come diceva Jean Baudrillard, tra cento o forse cinquecento anni noi non riusciremo più a scorgerne le differenze. Eppure sono proprio queste differenze che ancora sostengono la nostra cultura, sono la linfa vitale della nostra idea di modernità.
Una strada per scappare dal presepe c’è e consiste nell’introdurre il fattore immaginazione e cioè la nostra temporalità, lasciando l’opera aperta ed evitando di porcela restaurata di tutto punto. Il presepe è pigro, e cioè disegnato in tutti i suoi dettagli; la storia è problema, sforzo incessante interpretativo.
Ma non basta. Il restauratore non deve scomparire, ma essere un ospite del racconto esattamente come i pittori rinascimentali che si autorappresentavano nei quadri da loro dipinti. Perché un racconto in cui non si sente la voce dell’io narrante non è un racconto come si deve. E allora? La storia si fa in tre: con l’opera, con la presenza in trasparenza di chi la ripropone all’attenzione, con lo sforzo ricostruttivo del fruitore. Le soprintendenze ignoranti e i presepisti d’accatto credono che queste due ultime voci siano un inconveniente e cercano di farle fuori; non capiscono invece che sono la via di fuga inventata dalla modernità alla parodia del bue e dell’asinello.

Autore: 
Pasquale Giurleo
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