Da eroina antimafia a mostro

Dom, 22/12/2019 - 10:00
Intervista a Carolina Girasole

Ho conosciuto Carolina Girasole, circa dieci anni fa. Una donna solare, impegnata, decisa, intelligente, determinata.
Qualche tempo dopo era agli arresti domiciliari perché - come dice la stessa Carolina - in Calabria “è da incoscienti non aver paura di alcuni uomini delle Istituzioni che rappresentano lo Stato”.
Sotto il Pollino tutto è possibile!
Qualche giorno fa, nella bella manifestazione di piazza San Giovanni, il popolo delle “sardine” ha intonato “Bella ciao” ma è in Calabria, molto più che altrove, che “l’invasore” mette in campo una strategia di demonizzazione e di odio che ha distrutto lo Stato di diritto nato dalla Resistenza.
È in Calabria che il fiore della Libertà viene reciso ogni giorno.
Spesso dalla ndrangheta. Molto più spesso dell’antindrangheta!
Leggendo l’intervista della Girasole, non cullatevi pensando che quello che è successo a Carolina a voi non potrebbe succedere. Può succedere a chiunque perché il “mostro” che ha azzannato l’ex sindaca di Isola ha sempre bisogno di altro sangue innocente.
Ne ha una necessità vitale perché non si tratta di semplici “errori” giudiziari ed è esiziale classificarli come tali. Si tratta di qualcosa di molto più grave e che non si può sconfiggere nelle aule di tribunale.
È una lucida strategia politica contro la Calabria e contro la democrazia e che richiede una nuova “Resistenza”!
Nel libro di Goffredo Buccini “Giù al Sud” Lei veniva indicata come una delle tre sindache antimafia. Qualche tempo dopo veniva spiccato il mandato di arresto (sia pur domiciliare) nei suoi confronti per collusione con le “ndrine” di Isola. Che ricordi ha del giorno in cui ha ricevuto l’ordinanza di arresto domiciliare?
I ricordi di quella notte sono sempre presenti nella mia mente, non mi abbandonano. Quella è stata la notte in cui, la mia vita e quella della mia famiglia è stata sconvolta, distrutta. Improvvisamente, nel giro di poche ore, sono passata da eroina antimafia a “mostro”. L’accusa (voto di scambio con la cosca di ndrangheta) era terribile, insopportabile, inaccettabile perché tutta la mia vita, gli atti e le difficili scelte da sindaco, dimostravano, senza ombra di dubbio, che le accuse non potevano essere vere. Da quella notte, dal momento in cui ho saputo i motivi dell’arresto e per sei lunghi anni ho continuato a pensare continuamente alle accuse e al mio coraggio nel prendere decisioni difficili. Il coraggio che durante 5 anni di mandato mi aveva sostenuto nel prendere decisioni impopolari e contrastanti gli interessi di pochi a discapito dei miei concittadini, ora quello stesso coraggio era necessario per difendermi dalle accuse infamanti che mi venivano rivolte dalla Magistratura, dalla quale mai avrei pensato di dover difendermi quanto invece l’essere difesa. Mi sembrava di vivere un incubo, troppe contraddizioni, troppi errori, troppe incongruenze non riuscivo a darmi una spiegazione ragionevole per quello che stava accadendo.
La sua vicenda, terminata con l’assoluzione, dimostra in maniera inoppugnabile il dramma che vivono i calabresi stretti da una morsa tra la ndrangheta e la giustizia sommaria. Quale, secondo Lei, è la più pericolosa? Perché solo in Calabria si cerca sempre di spiegare la realtà dividendo la popolazione tra “eroi” (pochissimi) e collusi (quasi tutti)? Non è questa una lettura deformata della nostra società?
La mia storia dimostra, innanzitutto, una novità, che le mafie ormai non uccidono soltanto ma adottano altre strategie, molto più sofisticate ed elaborate per eliminare chi è scomodo. Per me è stata pensata e realizzata una macchina del fango che ha, con metodo scientifico, cercato di distruggere tutta la mia attività da sindaco. La diffamazione e il dileggio sono state armi efficaci che hanno portato all’isolamento tutta l’amministrazione e in particolare me , il sindaco. Per noi calabresi, poi vale sempre l’idea che tutti siamo collusi, è più facile ed è soprattutto più comodo. Quando poi, come nel mio caso, si è fatto il proprio dovere, senza tentennamenti e senza guardare in faccia a nessuno, questa accusa diventa un vero e proprio dramma. Questa macchina del fango, un blog anonimo, era diventato una fonte di spunti investigativi, quindi a un certo punto mi sono ritrovata con due nemici: la ndrangheta e una parte dei rappresentanti dello stato, la magistratura inquirente, che invece di proteggermi e tutelarmi mi indagava, costruendo contro di me una storia assurda con una forzatura inspiegabile che non ha ancora trovato risposta. Un sindaco in Calabria che fa il proprio dovere era probabilmente poco congeniale al costrutto già impostato che ci vuole tutti collusi. Certamente in Calabria i cittadini che fanno il loro dovere sono tantissimi ma sono silenziosi e non fanno notizia. Purtroppo però i Calabresi che fanno notizia sono gli altri e a questi e alle loro malefatte viene dato sempre ampio spazio.
C’è chi dice che la giustizia sommaria sia congeniale alla criminalizzazione calcolata dei meridionali concepita per rimuovere la “questione meridionale” e per eludere la mancata attuazione della nostra Costituzione. Lei che cosa ne pensa?
Io ho subito sulla mia pelle un gravissimo caso di mala giustizia o giustizia sommaria.  Il fatto più stridente con l’accusa sono proprio tutti gli atti amministrativi prodotti nel mio mandato che dimostrano senza ombra di dubbio che l’attività era di contrasto agli interessi della cosca; inoltre, come è stato sottolineato nelle due sentenze il mio ruolo nella gestione dei terreni (e dei beni confiscati tutti) era sempre stato di grande collaborazione con la prefettura e l’agenzia preposta alla loro gestione, il tutto era dimostrato da una serie di atti già in mano alla procura, da questi si poteva evincere chiaramente la mia estraneità ai fatti che mi erano stati addebitati. Quello che è accaduto rimane incomprensibile per me.
Leggendo le motivazioni della sua assoluzione colpisce l’assurdità delle tesi sostenute dagli inquirenti: lei viene accusata di non aver distrutto i finocchi prima della raccolta! Viene spontanea la risposta: perché non l’ha fatto la prefettura prima della consegna dei terreni al Comune? Anzi perché la prefettura ha ordinato lo stop alla franzolatura dei finocchi ancora non raccolti? Perché non l’ha fatto “Libera”, associazione a cui il terreno era destinato?
Quello che la sentenza di primo grado e poi ancora di più la corte d’appello mettono in evidenza sono dati così concreti, chiari ed evidenti che essere arrivati a celebrare ben due processi durati in totale ben sei anni diventa difficile da spiegare e da comprendere. Le responsabilità, che nel tempo erano divise tra diversi attori istituzionali, stranamente vengono addebitate tutte al sindaco. Da una parte questo dimostra superficialità ma soprattutto la volontà di colpire solo una persona, il sindaco.
Durante il processo e gli arresti domiciliari, ha sentito accanto a se l’affetto e la stima dei suoi concittadini, della “politica” calabrese, del tessuto democratico italiano? Oppure ha avvertito un sentimento di paura di esporsi al suo fianco per non subire rappresaglie? E un senso di vuoto e di solitudine?
L’arresto, i 162 giorni di arresti domiciliari sono stati veramente durissimi. Soprattutto il primo periodo, quando non sapevo come stesse mia madre, i miei familiari, mia figlia e mia sorella che erano lontane, non poter avere contatti con loro, non sapere cosa pensavano i miei amici, le persone che mi avevano sempre stimata. La mia dignità è stata calpestata, era come sentirsi morire ogni minuto della giornata. Per la stampa e le televisioni la notizia è stata eclatante, più passaggi al giorno e per diversi giorni, niente di tutto ciò è avvenuto né con l’assoluzione di primo grado né con quella di secondo grado. Da queste vicende anche se si esce con la fedina penale pulita si rimane marchiati a vita come “il sindaco arrestato per collusione con la Ndrangheta”. La stampa e le televisioni hanno dato uno spazio incredibile alla notizia, pochi i giornalisti cauti ma per la maggior parte, senza conoscere gli atti, eravamo colpevoli e già condannati. Dopo circa due settimane, appena il mio avvocato ha ottenuto dal tribunale l’audio delle intercettazioni e, ascoltandole da un semplice pc, abbiamo rilevato che erano completamente diverse rispetto a quelle trascritte nell’ordinanza di arresto, intercettazioni in cui non solo i mafiosi non dicevano di avermi votato, ma alcune erano anche oltraggiose nei miei confronti, molto offensive, dicevano che li stavo distruggendo; era evidente il loro odio nei miei confronti, allora ho cominciato a nutrire un po’ di speranza, ho pensato che in pochi giorni si sarebbe chiarito tutto. Ma nulla di tutto ciò è accaduto. Ho chiesto al PM di essere ascoltata e mi è stato negato. È li che ho realizzato l’accanimento verso di me e che non c’era spazio per lo sconforto ma dovevo tirar fuori il doppio del coraggio perché avevo davanti una forza ancora più potente della mafia da combattere. Perché se la ndrangheta non l’ho mai temuta e sono riuscita a tenerla distante, a non scendere a compromessi, adesso cominciavo ad aver paura e non potevo permettermelo se volevo sopravvivere e riprendermi la dignità che mi avevano rubato. Per quasi tutti, politici e amici, a una piccola fase iniziale di cautela è seguita immediatamente una seconda di vicinanza e affetto espresso in diversi modi. Qualcuno è sparito, altri, soprattutto al processo hanno preferito schierarsi dalla parte della procura, rispondendo alle domande della difesa con un.:“ non ricordo”. Ma quel che ha fatto ancora più male sono stati i tanti “non ricordo” pronunciati durante il processo proprio da quei rappresentanti delle Istituzioni coi quali tutte le decisioni in merito alla gestione dei beni confiscati erano state condivise, le stesse Istituzioni ora chiamate in causa dai Giudici della Corte d’Appello alle quali ne addebitano le responsabilità.
Cosa pensa della legge che regola gli scioglimenti dei consigli comunali?
Gli scioglimenti dei consigli comunali, per alcuni ripetuti 2 o anche 3 volte, dimostrano che questo strumento non sempre è efficace. La prima fase quella in cui si insedia la commissione d’accesso presenta diverse criticità. Lo scarso confronto con l’organo amministrativo, il breve periodo di insediamento e la complessità degli atti da attenzionare non sempre permettono una completa chiarezza e attendibilità della relazione finale della commissione. Molte volte, abbiamo visto, i dati sono per buona parte discordanti con la storia dell’ente. Ed è proprio questa relazione e le sue criticità che vengono poi non accettate dall’amministrazione ma anche da una buona parte della popolazione. La fase successiva, quella in cui si insedia la commissione prefettizia, presenta anche questa delle criticità che non permettono all’ente di superare le problematiche iniziali. Il personale coinvolto, il più delle volte, nelle relazioni rimane al proprio posto, e continua a operare allo stesso modo. Il più delle volte l’ente ha delle carenze di personale o diverse criticità che non possono essere superate nel breve periodo di permanenza delle commissioni, quindi alla fine, il più delle volte tutto ritorna come prima o quasi. Il caso Lamezia o Cassano, dove i sindaci sono stati subito rieletti, dimostra proprio come la popolazione ha subito lo scioglimento come un atto di ingiustizia perché le amministrazioni sono state capaci di dimostrare alle loro popolazioni le incongruenze delle accuse nelle relazioni delle commissioni.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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