Demi Arena: “La ‘ndrangheta è potente perché lo Stato l’ha lasciata fare”

Dom, 19/01/2020 - 10:30

Demetrio Arena è stato sindaco di Reggio Calabria dopo Giuseppe Scopelliti. Sin da giovane ha fatto una scelta politica marcatamente di destra e ha partecipato ai moti di Reggio del 1970. Ha conosciuto l’onta di essere il primo sindaco d’una città capoluogo il cui Consiglio Comunale veniva sciolto per “infiltrazioni mafiose”. Lo abbiamo intervistato per approfondire la sua vicenda personale e il tema della legge sullo scioglimento dei comuni per mafia.
Lei è stato il primo e unico sindaco di una Città Metropolitana il cui consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Eppure gran parte dei suoi concittadini (e non solo) la conoscono come persona corretta, perbene e non permeabile rispetto alla criminalità. Come ha vissuto questa esperienza politicamente drammatica?
Nell’immediatezza del provvedimento e negli anni successivi non ho inteso rappresentare i risvolti personali della vicenda, limitandomi a un’incisiva attività di denuncia avverso un provvedimento profondamente ingiusto, che rappresenta uno “sfregio permanente” per la città, eseguito con modalità violente e rozze tipiche di uno Stato di stampo autoritario. È opportuno precisare che all’epoca non è stata mai accertata nessuna infiltrazione mafiosa nell’attività amministrativa. Tant’è che né io né alcun assessore della mia giunta eravamo stati oggetto di provvedimenti della magistratura o quantomeno inquisito. L’addebito fondamentale mosso dalla Commissione d’accesso del Ministero degli Interni era fondato sull’assunto che, nei sei mesi della mia sindacatura, piuttosto che mettere in campo un’efficace strategia di contrasto alla ‘ndrangheta, mi ero dedicato soprattutto ai problemi riguardanti la crisi finanziaria del Comune. In televisione la ministra Cancellieri affermò che lo scioglimento del Consiglio Comunale aveva carattere preventivo e non sanzionatorio. Il Consiglio fu sciolto non a seguito di infiltrazioni ma su un astratto, quanto innovativo, principio di “contiguità”, quindi sulla scorta di congetture prive di fondamento. Oggi, a distanza di tanti anni, credo sia giunto il momento di parlare anche degli aspetti personali per dire che la vicenda dello scioglimento e quelle successive, nei vari gradi di giudizio, hanno segnato profondamente e in maniera indelebile la mia persona, sia come uomo sia come soggetto interessato alle vicende che governano le istituzioni democratiche. Inoltre, quelle vicende hanno arrecato gravi danni alla mia attività professionale e causato ai miei familiari contraccolpi incancellabili. Se le ripercussioni non sono degenerate in problemi irrimediabili è proprio grazie alla vicinanza e all’affetto di amici e conoscenti e alla solidarietà dei miei concittadini. La mia storia personale, famigliare e professionale ha costituito un argine insormontabile rispetto a un provvedimento infamante, anche se non rivolto alla mia persona ma alla carica che ricoprivo.
Da più parti si sostiene che la legge che regola gli scioglimenti sia antidemocratica, anticostituzionale e sicuramente antimeridionale. Aggiungo contro la Calabria, dal momento che gran parte dei comuni sciolti ricadono nella nostra Regione. Lei che idea s’è fatto in merito?
Il convincimento che ho maturato è che in Calabria, da tempo, siano state soppresse le più importanti garanzie tutelate dalla nostra Costituzione e che di tale situazione vi sia un tacito avallo ai più alti livelli istituzionali nel convincimento che l’adozione di misure eccezionali sia necessaria per contrastare la presenza del fenomeno mafioso. Un approccio che nel tempo si è molto  radicato, tanto che il tema dello scioglimento delle Amministrazioni locali risponde a una semplice quanto inaccettabile equazione: in Calabria c’è la ‘ndrangheta e bisogna commissariare i Comuni. Il mio convincimento è che tale situazione stia colpendo ampi settori della società civile che con la ‘ndrangheta non hanno niente da spartire, impoverendo e discriminando sempre di più una  regione che già scontava, per motivi di natura diversa, una condizione di arretratezza rispetto al resto del Paese. Per la Calabria, quindi, una duplice penalizzazione: la presenza pervasiva della ‘ndrangheta e le discutibili misure che lo Stato pone in atto per contrastarla.
Si dice che la legge di cui stiamo parlando sia ingiusta. Perché allora dalla classe politica reggina o dal Comune di Reggio non è mai arrivato un attestato di vicinanza alle decine di Consigli Comunali della provincia falcidiati per mafia?
Ritengo che ciò derivi dal particolare momento storico che viviamo, in cui la vecchia politica che, pur con tutti i suoi difetti, portava con sé una grande capacità di elaborazione, di confronto e di   mobilitazione sui grandi temi, è stata soppiantata da una frantumazione di soggetti politici rinchiusi, a vario titolo, nei propri interessi particolari e incapaci di aggregazioni di adeguato respiro. Nello specifico ricordo che, in occasione della vicenda Reggio, l’Amministrazione Provinciale del tempo non ha speso nemmeno una parola di vicinanza, né pubblica né privata, trincerandosi in un colpevole silenzio. Incontrai i colleghi Sindaci della Provincia, che mi hanno sinceramente manifestato vicinanza, spiegando loro, carte alla mano, che quel provvedimento rappresentava un pericoloso precedente, una sorta di lascia passare per procedere a un commissariamento indiscriminato del nostro territorio. Li sollecitai, nell’interesse della nostra comunità oltre che nel loro stesso, a una presa di posizione forte. Nulla è accaduto perché ha prevalso la paura e, con essa, la speranza di non essere colpiti. Purtroppo i fatti mi hanno dato ragione, ma oggi come allora ritengo che solo i Sindaci, veri e propri Eroi contemporanei, possano scardinare questo perverso e soffocante modus operandi. Perché i Sindaci, se uniti, hanno un forte “potere contrattuale” che consente loro di intraprendere azioni incisive ed eclatanti. Ne hanno il ruolo, l'autorevolezza e la credibilità per farlo.
Una cosa è certa: Reggio è una città in cui la presenza della ‘ndrangheta è innegabile. Lo testimoniano migliaia di morti nelle guerre tra cosche per mettere le mani sulla città. La burocrazia e la politica sono state sicuramente infiltrate. Com’è stato possibile? E cosa fare per bloccare la penetrazione mafiosa nel tessuto connettivo della città?
Bisognerebbe mobilitare le coscienze sociali, fare sentire la presenza di uno Stato di diritto, restituire gestione democratica e meno burocratica agli Enti territoriali, rendere più efficace l’azione delle istituzioni preposte alla repressione delle illegalità. Ma, soprattutto per vincere “la madre di tutte le battaglie”, occorre che scendano in campo lo Stato e la società civile (quella rimasta), l’uno a fianco all’altro, che si crei quel connubio vincente che in Sicilia ha decapitato la Mafia. Affinché ciò si realizzi occorre un diverso approccio da parte delle Istituzioni, fondato sulla consapevolezza che, se la ‘ndrangheta è diventata così potente, gran parte della responsabilità è da ricondurre allo Stato che ha lasciato fare, che ha abbandonato per decenni il territorio e la sua  comunità, e che essa è vittima della criminalità organizzata, non sua alleata. Occorre che lo Stato solennemente dichiari guerra alla ‘ndrangheta e che dia seguito a questa sua dichiarazione impegnando le risorse necessarie, selezionando gli uomini migliori che sappiano trasmettere, se non proprio amore, valori e vicinanza, ma soprattutto che infondano speranza di liberazione, di un futuro migliore o, più semplicemente, che sappiano riunire la comunità attorno alla speranza che la Calabria “un giorno sarà una terra bellissima”.
C’è un rapporto tra leconomia e la storia di Reggio da una parte e lo sviluppo mafioso dall'altra?
Certamente sì. Da qualche decennio la situazione si è ulteriormente degradata in quanto la   Ndrangheta ha mutato il proprio rapporto con l’economia, abbandonando la pratica della mazzetta, che vessava una classe imprenditoriale per lo più sana, per gestire direttamente le attività economiche, anche le più marginali. Ciò ha determinato il venir meno dello steccato esistente tra una classe imprenditoriale sana, ma vessata, e la malavita organizzata, con la conseguente contaminazione della società che ha, gioco forza, coinvolto la classe imprenditoriale, la borghesia, i professionisti… Con la connivenza di parti non trascurabili di tali categorie la Ndrangheta si è potenziata assumendo il predominio su interi settori dell’economia. Alla cosa non è stata estranea un’azione dello Stato a dir poco distratta e insufficiente, nonostante gli sforzi profusi dalle forze dell’ordine.
C’è un nesso tra la cosiddetta colonizzazione del Sud” e il fenomeno ndranghetista?
Ritengo di sì. L’Unità d’Italia ha relegato il sud a un ruolo marginale e parassitario che ha favorito l’affermarsi di un processo di colonizzazione ormai consolidato che ha prodotto povertà, miseria e sottocultura. Tutti fattori di cui la ‘ndrangheta si nutre, su cui fonda il suo potere intimidatorio e il suo consenso sociale.
La cosiddetta lotta alla mafia”, così come labbiamo conosciuta negli ultimi 30 anni, non sembra aver centrato lobiettivo. Lo dimostra il fatto che la ‘ndrangheta si mantiene forte in Calabria ed è riuscita a penetrare anche in altre Regioni. Perché?
Perché la cultura che ha prodotto il “movimento” è stata permeata da conformismi e approcci ideologici, generando dinamiche perverse che, tal volta, hanno concorso a potenziare il fenomeno mafioso. Credo che l’espansione della ‘ndrangheta oltre i confini regionali e nazionali abbia  generato, tra l’altro, un effetto boomerang per la Calabria, perché ha determinato la reazione di uno Stato patrigno che, fino a quando il fenomeno è rimasto circoscritto al Meridione, è stato distratto e permissivo, ha lasciato fare, ha abbandonato il territorio all’egemonia criminale, mentre quando la ‘ndrangheta si è radicata al nord ed è diventato fenomeno internazionale è intervenuto in maniera scomposta colpendo indiscriminatamente una comunità e diffondendo un’immagine   di Lombrosiana memoria della comunità calabrese.
Rifarebbe il sindaco di Reggio anche tenendo conto che ovunque, o quasi, i sindaci dei comuni i cui Consigli Comunali sono stati sciolti per mafia si siano ripresentati hanno vinto le elezioni?
Mi fermo alla prima parte della domanda perché la mia decisione prescinde dal risultato che, considerate le sollecitazioni che giornalmente ricevo, potrebbe confermare la tendenza di cui parla. Le confesso che faccio fatica a tenere a bada il naturale sentimento di rivalsa che alberga in chi ha subito una forte ingiustizia e che, se non avessi famiglia, lo rifarei.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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