A due anni dall’arresto di Mimmo Lucano

Lun, 12/10/2020 - 12:30

Sconcerto e sgomento. Sono questi i sentimenti che mi aggrediscono appena sento la notizia dell’arresto di Mimmo Lucano. La scelta di un’azione plateale col dispiegamento di un plotone di Uomini in divisa. Per arrestare un Uomo noto a tutto il mondo per la mitezza del carattere e il ripudio della violenza, sia pure violenza verbale. È una scelta lucida, ha un potente valore evocativo e simbolico. Tutti devono vedere come finisce chi osa uscire dal coro dell’odio che domina lo scenario, sociale e politico del tempo. Non ha nulla a che fare con l’Amministrazione della Giustizia. Serve ad altro. Serve ad appagare la fame di odio che viene montata artificialmente nel Paese.
La mia mente corre all’anno precedente, a metà febbraio del 2017. Sono allo Studio, a lavoro. Mi raggiunge la telefonata del mio Sindaco, Domenico Vestito. «Fai in modo di essere nel mio ufficio a mezzogiorno, ho ricevuto una telefonata dalla Prefettura con la quale mi annunciano, per domani, l’arrivo di una Commissione d’Accesso agli atti del nostro Comune». Di fatto siamo indagati e sotto inchiesta. In questo caso il messaggio è più sfumato. Si inserisce in un contesto nel quale un Ministro degli Interni, calabrese, si vanta di avere fatto sciogliere venticinque Consigli Comunali. Il suo predecessore, siciliano, solo cinque. Le accuse che servono a giustificare lo scioglimento del mio Comune verranno ridicolizzate dai Giudici del TAR del Lazio. Poi il Consiglio di Stato, presieduto dall’ex Ministro degli Esteri dei Governi Berlusconi, Franco Frattini, nel giro di qualche ora, senza il tempo necessario a leggere il frontespizio del corposo fascicolo uscito da TAR del Lazio, recepisce le accuse della Prefettura e le dichiara idonee a giustificare la soppressione della democrazia nella mia comunità.
Sembrerebbero fatti separati lo scioglimento del Consiglio Comunale di Marina di Gioiosa Ionica e l’inquisizione e l’arresto del Sindaco di Riace. A me invece pare di no. La sensazione è che i due processi siano in qualche modo collegati a un comune principio ispiratore: la tutela, da parte di chi ha leve del potere, di interessi di parte, politici o economici che siano.
A distanza di due anni, nella sostanza, non è cambiato molto. L’uscita di scena di quel personaggio da cabaret dell’orrore, che avrebbe dovuto significare un deciso cambio di rotta nelle politiche verso il Mezzogiorno e verso il grande e doloroso tema dell’Immigrazione, nonostante la grancassa con la quale è stata presentata la recente approvazione, da parte del governo, del decreto che modifica i due precedenti noti come decreti Salvini, appare immotivata. Non cambia, nella sostanza, lo stato delle cose. I protagonisti e artefici di quella sciagurata stagione, rimangono pressoché tutti al loro posto. Qualche settimana fa, in Lombardia, a Milano, in via Corelli, è stato riaperto il CIE dopo 7 anni da che era stato chiuso. Riproponendo, così, un modello di accoglienza che sa di lager. E mantenendo nella precarietà un modello, quello degli SPRAR che, sia pure necessario di significative correzioni, per chi non è afflitto da pregiudizi, resta la strada maestra da seguire.
A poco valgono, prima il pronunciamento del TAR di Reggio Calabria e, successivamente, quello del Consiglio di Stato che affermano, in sintonia, che la chiusura dello SPRAR di Riace è avvenuta nella più assoluta mancanza di presupposti che sarebbero stati necessari a giustificarlo.
Sarebbe ora di restituire a Riace i finanziamenti che, dal luglio del 2016, con pretesti assolutamente illegittimi, sia la Prefettura (CAS) sia il Ministero degli Interni (SPRAR), hanno sottratto alla comunità riacese. Soldi che servirebbero a ridare ossigeno alla piccola comunità che ha deciso di resistere nonostante difficoltà e ostilità indicibili.
Soldi che non servirebbero, tuttavia, a ridare la serenità a tutte quelle Persone, tra cui decine e decine di Bambini, che si sono viste costrette a rinunciare al loro sogno di normalità.
Soldi che non ridarebbero la vita e chi, come Beky Moses, costretta ad andare via e rifugiatasi nella baraccopoli di San Ferdinando, moderna bolgia infernale, la vita l’ha persa in modo orrendo in un rogo tra lamiere e materassi sporchi in una fredda notte di Gennaio e per la cui morte si corre il rischio che nessuno debba essere chiamato a rispondere.

Autore: 
Isidoro Napoli
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