Elisabetta Pozzi: “A Portigliola ho riscoperto il vero senso del teatro”

Dom, 26/07/2020 - 11:00

Domenica scorsa il Festival del Teatro Classico di Portigliola ha registrato un invidiabile primato: è stata infatti la prima kermesse teatrale a ripartire in seguito al Covid-19, un obiettivo centrato grazie alla tenacia e all’impressionante impegno del sindaco Rocco Luglio, che non ha mai pensato di rinunciare alla stagione. A rendere ancora più memorabile la data del 19 luglio 2020, ci ha pensato Elisabetta Pozzi, straordinaria interprete di una pièce del poeta greco Ghiannis Ritsos che immagina un’Elena di Troia ormai agli sgoccioli della sua esistenza.
Nonostante l’imposizione delle norme anticovid abbia per ovvie ragioni limitato i posti a sedere all’interno della cavea del Teatro Greco Romano del Parco Archeologico di Locri Epizefiri, il tutto esaurito fatto registrare al botteghino lascia immaginare una stagione di grandi successi, che potrebbero essere condizionati anche da una splendida iniziativa che la stessa Pozzi, decisa a trascorrere qualche giorno alle nostre latitudini, ha inaugurato negli scorsi giorni.
«Durante il periodo di “sospensione” - ci spiega l’attrice, che già prima del suo spettacolo di domenica ci aveva detto di ritenere la parola “lockdown” troppo asettica per descrivere ciò che abbiamo passato, - a causa della sovraesposizione mediatica che abbiamo subito, si è cominciata a insinuare l’idea che l’altro fosse il nemico e sono state spezzate le gambe alle realtà aggregative con il concetto bruttissimo del “distanziamento sociale”. Noi attori che, come tutti, abbiamo continuato a sentirci sulle piattaforme online, ci siamo confrontati sulla ripartenza, sui problemi organizzativi e sull’approccio che avremmo dovuto avere nei confronti del nostro mestiere in futuro. Nell’ambito di queste sessioni è maturata l’idea di un incontro ristretto tra attori, danzatori e giovani alle prime esperienze, che ci permettesse di confrontarci su come abbiamo vissuto la pandemia trovando dei punti di raccordo con le “Troiane” di Euripide, una tragedia che si presta alla nostra condizione, vista la sua narrazione della fine di una civiltà.»
Questo confronto si sviluppa in dodici giorni, iniziati giovedì, durante i quali i quindici attori partecipanti, tra i quali spiccano nomi che hanno lavorato nei più grandi teatri d’Italia, come quelli di Francesca Ciocchetti, Barbara Esposito, Elisabetta Femiano e Silvia Salvatori, si incontreranno per un paio d’ore al mattino e altrettante al pomeriggio tra la scuola e la pineta di Portigliola, una full immersion fatta di corpo libero, confronti e letture liriche dalle quali potrebbe anche nascere uno spettacolo.
Ma perché la scelta di realizzare questo laboratorio è ricaduta proprio su Portigliola?
«Innanzitutto a causa del mio rapporto sempre più problematico con il nord Italia - spiega la Pozzi. - Anche se sono nata a Genova e ho casa lì, mi rendo sempre più conto che tutto ciò che si vive a quelle latitudini è alterato. Le realtà teatrali, ad esempio, sono sicuramente più affermate rispetto a quelle meridionali, soprattutto se, come nel caso della Locride, parliamo di piccoli paesi; tuttavia al nord i teatri stabili si occupano dei loro abbonati, per la maggior parte anziani, e non di intercettare nuovo pubblico, atteggiamento che, unitamente ai prezzi talvolta assurdi dei biglietti di ingresso, sta portando le sale a svuotarsi. Questo porta l’attore stesso a domandarsi se la sua funzione abbia ancora un valore, o se non sia piuttosto divenuta una figura della quale si richiede la presenza in maniera meccanica. Quando si arriva al meridione, invece, si ritrova il vero senso del teatro e si assiste all’affluenza di un pubblico trasversale, che ti fa percepire il legame con la realtà sociale presso la quale sei approdato. In secondo luogo Portigliola è uno di quei centri in cui gli abitanti, anche se inconsapevolmente, sono legati a un passato storico che ne determina ancora oggi le azioni. In ognuno dei centri della Locride, ad esempio, c’è un’apertura mentale sul Covid che non si trova in nessuna grande città del nord. Qui il distanziamento non è sociale, ma fisico, e il bisogno di restare in contatto con l’altro, la consapevolezza che il confronto possa arricchirci, supera sempre il timore di andare incontro a problemi di salute.»
Un biglietto da visita invidiabile che dimostra la ricaduta positiva che il Festival può avere sul territorio. Il laboratorio, infatti, è un’occasione unica per far conoscere il comprensorio anche ad attori affermati, che potrebbero scegliere in futuro di tornare nei nostri luoghi con i loro spettacoli e di riproporre anche l’esperienza del laboratorio stesso.
«Grazie alla grande disponibilità del sindaco, che ci ha messo a disposizione degli alloggi, gireremo spesso per il paese facendoci raccontare esperienze legate alla “sospensione” anche dalle persone del posto. Sono sicura che sarà un esperienza molto particolare, perché ci muoveremo in una realtà in cui non saremo riconosciuti come attori, ma come persone che hanno scelto Portigliola per portare a termine un compito e che, mi auguro, possano al contempo rianimare il paese e renderlo un punto di riferimento per chi vuole realizzare laboratori come il nostro.»
Uno scopo che cercano di raggiungere già altre realtà teatrali presenti sul territorio, come la Scuola Cinematografica della Calabria, con la quale la Pozzi non fa mistero di voler entrare in contatto.
«Avere occasione di confronti con loro sarebbe davvero splendido, tanto più che ho saputo che non esitano a svegliarsi all’alba per provare, una scelta che dimostra una dedizione incredibile per il lavoro. Ma il confronto non dovrà essere solo con persone del settore. I nostri incontri, infatti, saranno aperti a tutti coloro che vorranno partecipare e confrontarsi con noi, una scelta che sono sicura possa attirare l’interesse di chi è incuriosito dall’opportunità di vedere come lavoriamo, ma che arricchirebbe moltissimo anche noi.»
A conclusione del nostro incontro ritorniamo brevemente sul discorso di come sia cambiato il teatro dopo la pandemia e chiediamo a Elisabetta se ritenga che, se è vero che non tutto il male viene per nuocere, la necessità di mantenere il distanziamento sociale non possa essere un volano di sviluppo per i teatri all’aperto e, per estensione, incrementare il successo del Festival del Teatro Classico di Locri Epizefiri.
«Me lo auguro. Tra luoghi archeologici e piazze abbiamo centinaia di posti in cui potremmo fare cose straordinarie e penso che gli stessi teatri stabili dovrebbero ripensare il loro modo di fare teatro, adottando qualcosa di simile al “decentramento” che venne sperimentato negli anni ’70. A riprova che questa sia la strada, anzi, mi fa piacere che il nuovo direttore del Teatro di Genova, Davide Livermore, abbia affittato un enorme tir con il quale porta gli spettacoli nelle principali piazze dei paesi della costa ligure, un modo di portare il teatro alla gente che potrebbe veramente cambiare le sorti dello spettacolo.»
E che, aggiungiamo noi, potrebbe garantire anche ai teatri del comprensorio di intercettare con maggiore facilità le grandi produzioni anche fuori dalla stagione estiva.

Autore: 
Umberto Landi
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